• Riministoria

  • La verità sulla rivolta dei marinai del 26 aprile 1768 per la questione del porto canale, è presentata dal volume di Alessandro Serpieri apparso nel 2004

    La vita sociale e politica di Rimini nel 1700 è agitata anche dall'annoso problema del porto canale, le cui pessime condizioni gravano sulle vicende economiche cittadine.
    Già sul finire del 1500 si pensa di spostare il porto sull'Ausa, perché la corrente del Marecchia trasporta al mare ghiaia ed altro materiale, causando interramenti che ostacolano l'accesso delle barche e danneggiano il commercio. Nel 1715, su consiglio del Legato di Romagna cardinal Ulisse Giuseppe Gozzadini, sono eseguiti lavori di riparazione alle sponde. Le palizzate della riva destra sono sostituite da un'opera in muratura. Il Comune spende più di 70 mila scudi.

    Le gravi inondazioni
    In seguito all'alluvione del 1727, «caddero i nuovi moli (perché malamente costruiti) nel Porto; e questo solo danno fu calcolato in quindici mila scudi. Le acque erano a tale altezza che dall'Ausa alla Marecchia verso il mare giunsero a sorpassare l'altezza degli alberi più elevati», scrive Luigi Tonini nel 1864, riprendendo la «Cronaca» del conte Federico Sartoni.
    Nel 1744, prosegue Tonini, essendo stata trascurata la sponda sinistra per più anni e non essendo stata essa prolungata come la destra, ci fu «lo sconcio che la corrente, espandendosi presso alla bocca, perdesse di forza a portar oltre le ghiaie, le quali per conseguenza otturarono il canale».
    Nel 1762 il filosofo Giovanni A. Battarra, si legge in Carlo Tonini (1884), dimostra «come il Comune, aggirato da pratici ignorantissimi, gettava il pubblico danaro in provvedimenti inutili e male divisati».
    Dalla fine dello stesso 1762, si trova a Rimini, per redigere il nuovo catasto del territorio, Serafino Calindri di Perugia. Il 14 giugno 1764, nel pubblico Palazzo, Calindri legge una sua «Memoria», spiegando che il nostro non sarà mai un buon porto perché «fabbricato sopra di un fiume». Rimedi? Non prolungare i moli e non lasciare interrare il canale. «Vi è il modo di rimediare al tutto», e lui è «prontissimo a sottoporlo, in caso sia promosso, a qualunque esame».

    Boscovich invitato a Rimini
    Nello stesso 1764, i Deputati del Porto, per avere un altro parere tecnico, invitano a Rimini padre Ruggiero Boscovich (1711-87), gesuita: egli è matematico, fisico, geodeta, astronomo. A Rimini, è conosciuto perché vi ha soggiornato tra 1752 e '53: per correggere le mappe geografiche, pose un osservatorio astronomico in casa Garampi, nell'attuale piazza Tre Martiri. Ha misurato la lunghezza dell'arco di meridiano tra Roma e Rimini, stabilendo così l'esatta forma della terra e l'entità dello schiacciamento polare. A base dell'operazione, sono state prese la cupola di San Pietro a Roma, e la foce dell'Ausa a Rimini.
    Boscovich ritiene che abbia ragione Calindri, già suo discepolo: non bisogna prolungare i moli, come invece suggerisce il medico Giovanni Bianchi. Anche Boscovich compila una «Memoria» (che il Comune gli paga 100 zecchini), dove espone cinque modi per far un porto, senza però sceglierne uno per Rimini.
    I Deputati del Porto non sanno che pesci prendere, e passano la patata bollente al dottor Bianchi, a cui forse fanno gola anche gli zecchini della consulenza. Nel febbraio del 1765, Bianchi esprime il suo «Parere». In esso, prima accusa Calindri di aver «provocato timor panico in città», e poi propone di «tener risarcite le ripe» e di prolungare la «Linea» del porto. Ma Bianchi non trova ascolto in città. In molti lo criticano, invitandolo a fare soltanto il medico e a non immischiarsi in problemi che non lo riguardano.
    Nel 1766 a Calindri viene affidata «l'escavazione di certo banco, che impediva l'ingresso della barche». Il «lodevole effetto» ottenuto in trenta giorni di lavoro, scrive ancora Luigi Tonini, non bastò a far tacere «la parte contraria» che «non cessò dal persuadere che altro sistema di lavoro era voluto».

    Chiamati i matematici
    Per calmare le acque, il governo cittadino «ricorse ai migliori matematici di quei dì, perché vi studiassero sopra e giudicassero». Alla fine dell'ottobre 1776, arrivano a Rimini i padri minimi Francesco Jacquier e Tommaso Laseur. I due definiscono «inutile e pericolosa» la prolungazione dei moli: meglio spurgare il canale, in mancanza del «solo rimedio radicale», trasferire il fiume. Trionfava Calindri? Altri esperti gli danno ragione: sono gli idrostatici Pio Fantoni, padre Antonio Lecchi e padre Francesco Gaudio, interpellati per volontà di Clemente XIII. Essi criticano il prolungamento (proposto da Bianchi).
    Il civico governo ordina l'escavazione, aggiungendo «malauguratamente la simultanea distruzione del molo destro, sì che la corrente di levante avesse passo a distruggere il banco formatosi alla sinistra». A marzo, «stante il poco danaro, e la stagione non atta a' lavori d'acqua, si è risoluto di sospendere» ogni intervento, anche per «acquietare il tumulto, che è cercato di suscitare da' contrari».

    La questione «romana»
    Il Governatore riminese, conte Vincenzo Buonamici di Lucca, scrive al vicelegato papale Michelangelo Cambiaso che i battelli non potevano entrare nel porto. Da Calindri sappiamo che non è vero: tra gennaio e il 16 marzo '68, ne sono giunti 79. Intanto, il 26 aprile sorge «un terribile tumulto di Pescatori e Marinaj» contro Calindri.
    Ad organizzarlo sono stati, in «un segreto congresso» con «le ciurme de' marinai», i nobili che guidano la vita pubblica e privata di Rimini come racconta il cronista Ernesto Capobelli, ripreso nel 2004 da Alessandro Serpieri.
    A Giuseppe Garampi (che a Roma era Segretario della Cifra), Calindri scrive che lo vogliono far fuori per mano del noto bandito Brugiaferro il quale «si vanta di volersi lavare le mani nel mio sangue». Nel maggio 1768, Calindri fugge da Rimini per salvarsi da «insulti prudenzialmente temuti», e ripara a Roma.
    Il vero nemico di Rimini non è Calindri, ma la sede del papato, alla quale si rimprovera di non aver fatto nulla per combattere gli effetti della carestia che s'affaccia sul finire del 1763 per esplodere nel 1765 sino al 1768. Garampi, assoldato dalla sua città con un «mandato di procura» il 31 agosto 1765, fa sapere che la Congregazione del Buon Governo non è ben disposta verso Rimini.
    Scrive poi Garampi il 9 maggio 1767: «In somma nulla è da sperarsi. [...] Compiango vivamente la presente nostra calamità, la quale resta anche più sensibile, perché non compatita».
    Dal 1764 il papa predica l'indulgenza plenaria per chi digiunasse due volte la settimana, mentre si sosteneva che la carestia era una punizione divina per i peccati della gente. L'anno prima la nobiltà al potere a Rimini aveva sancito il divieto dei matrimoni «diseguali».
    Quando arriveranno i francesi anche a Rimini, i marinai si muovono. La «rivolta dei pescatori» (30.5.1799-13.1.1800), mira ad eliminare il tradizionale sistema di rappresentanza, basato sui due ceti di Nobili e Cittadini (i borghesi). Lontani dal diretto controllo della cosa pubblica, i marinai però sono uno dei motori dell'economia locale. E vogliono essere ascoltati. Non soltanto usati dai nobili contro Roma. Anche le loro donne si agitano sul porto.

    Sul tema:
    Porto e politica, affari e malaffare
    Ruggiero Boscovich e la questione del porto canale, pagine riprese da "Lumi di Romagna"
    Una fame da morire
    Marineria, Una classe utile, ma grama e misera


  • Una nuova collana della casa editrice bolognese il Mulino presenta, sotto il titolo di «Ritrovare l'Italia» un volume di Anna Foa, «Andare per ghetti e giudecche», in cui le pagine fondamentali riminesi sull'argomento sono completamente dimenticate.
    Il tema ebraico non ha avuto successo neppure in sede locale. Il capitolo relativo contenuto nel secondo volume della storia della Chiesa riminese, trascura le fonti aggiornate, con quell'arroganza di chi guarda soltanto il proprio ombelico, considerandolo fonte di ogni sapere. Ma questa è una patologia abbastanza diffusa che meriterebbe un'analisi tutta a sé stante.
    La presenza ebraica è documentabile per Rimini sin dal 1015 con il teloneo «judeorum», ovvero l'appalto dei dazi d'entrata nel porto. La questione è esaminabile soltanto in senso indiziario, partendo dai secoli successivi.
    A metà del 1400 Rimini è il principale centro finanziario ebraico della Romagna, dalla quale transitano gruppi provenienti dalla Marca e dall'Umbria e diretti nella pianura padana per evitare gli effetti della predicazione degli Zoccolanti contro gli Ebrei e le loro attività finanziarie caratterizzate da tassi che a Ravenna sono documentati anche al 30 ed al 40 per cento. Di solito gli Ebrei praticavano «tassi notevolmente inferiori agli usurai cristiani». E per questo dovettero subire nel 1429 e nel 1503 un assalto ai loro banchi (A. FALCIONI, La Signoria di Sigismondo Pandolfo Malatesti, 1. L'economia, Rimini 1998, p. 158).
    Di tutto ciò, come già anticipato sopra, non si trova traccia nel secondo vol. della «Storia della Chiesa riminese» che arriva sino «ai primi anni del Cinquecento», nella parte dedicata all'argomento. A p. 322 si legge infatti: «… da parte della Chiesa locale non si rilevano atteggiamenti di intolleranza od ostilità verso gli ebrei» (cfr. O. DELUCCA, La comunità ebraica, il credito, i Monti di Pietà, pp. 317-340).
    Guardiamo ai fatti. Nel 1515 (il 13 aprile) a Rimini si discute la proposta di bandire gli Ebrei dalla città quali nemici della Religione e promotori di scandali nel popolo. Ed il Consiglio generale approva all'unanimità l'adozione di tre provvedimenti: chiedere licenza al papa di bandire gli Israeliti; far loro pagare le spese per i soldati a piedi ed a cavallo «qui condotti, e trattenuti per guardia de gli Ebrei» medesimi; ed infine stabilire «che nell'avvenire volendo detti Ebrei continuare l'habitatione in questa Città, portassero il capello, o la beretta gialla». Per le donne, il successivo 28 aprile, è introdotta la regola di recare una benda gialla in fronte, facendo loro nel contempo divieto di porre sul capo i mantelli. Restano disattesi questi ordini del segno distintivo se nel 1519, dietro istanza di frate Orso dei Minori di San Francesco, sono ripetuti in obbedienza anche ai «decreti del Sacro Concilio».
    Gli Ebrei richiedono di non essere costretti alla berretta od alla benda gialle, ma di recare semplicemente un segnale sul mantello. La città ricorre al papa «da cui fu commandato, o che quelli partissero da Rimini, overo obbedissero alla Città».
    Il 22 luglio 1548 il Consiglio generale della città obbliga gli Ebrei riminesi a non abitare fuori delle tre contrade dove già si trovavano. Si anticipa così il provvedimento di papa Paolo IV che con la «bolla» intitolata «Cum nimis absurdum» del 17 luglio 1555 istituisce il ghetto in tutto lo Stato della Chiesa, seguendo il modello realizzato nel 1516 dalla Serenissima Repubblica di Venezia. Cfr. MONTANARI, La presenza degli Ebrei a Rimini dal 1015 al 1799, su cui v. la nota bibliografica in calce.
    L'importanza del ruolo degli Ebrei riminesi è attestata dal fatto che essi realizzano in città tre sinagoghe, e non due come si sostiene dal cit. DELUCCA, La comunità ebraica, il credito, i Monti di Pietà, p. 329. La prima sinagoga è attestata sin dal 1486, sulla piazza della fontana (ora Cavour) dal lato della pescheria settecentesca, nella contrada di San Silvestro. Essa è poi definita come «vechia», quando è realizzata la seconda che in rogito del 1507 è chiamata «magna», nella contrada di Santa Colomba o San Gregorio da Rimini (via Sigismondo), nella porzione di quartiere tra l'odierna via Cairoli ed il Teatro Galli, lato monte.
    Nel 1555 la sinagoga «magna» risulta invece situata in contrada di San Giovanni Evangelista detta «delli Hebrei» (via Cairoli), a poca distanza dalla chiesa di San Giovanni Evangelista (Sant'Agostino), e proprio dalla sua parte, come si ricava dal documento datato 14 novembre riguardante la decisione presa dagli Ebrei riuniti nella Sinagoga «magna» di vendere la casa detta «la Sinagoga vechia».
    Della sinagoga «vechia» in questo documento del 1555 si scrive che è posta vicino («iuxta») alla strada detta «Rivolo della Fontana» o «del Corso», cioè nell'angolo della piazza Cavour con la contrada di Santa Colomba (via Sigismondo). Il «Rivolo» andava dalla piazza del Castello sino alla piazza Cavour, cambiando poi qui il nome in contrada di San Silvestro.
    La sinagoga «vechia» era quindi situata nella parrocchia di San Silvestro, delimitabile con il corso d'Augusto, via Cairoli e via Sigismondo e piazza Cavour. La nuova sinagoga è trasferita prima nella zona della parrocchia di Santa Colomba che è speculare verso monte rispetto alla parrocchia di San Silvestro; e poi nella parrocchia di Sant'Agostino sul lato dove sorge la chiesa.
    Nel 1569, dopo che il 26 febbraio papa Pio V ha dato il bando agli Ebrei da tutte le sue terre ad eccezione di Ancona e Roma, gli israeliti di Rimini decidono di vendere l'ultima sinagoga, quella posta nella parrocchia di Sant'Agostino. Il 16 maggio il bolognese Prospero Caravita (abitante in Rimini) ed il ravennate Emanuellino di Salomone, come rappresentanti della comunità israelitica locale, stipulano l'atto relativo, consapevoli che per l'editto pontificio tutti gli Ebrei che si trovavano nella nostra città l'avrebbero dovuta abbandonare entro breve tempo. Quest'ultima sinagoga è composta di tre stanze («una domum consistentem ex tribus stantiis»): la più grande è quella dove si riunivano a pregare gli uomini, un'altra più piccola dove si adunavano a pregare le donne, ed un'altra infine posta sopra quest'ultima e sempre ad uso delle donne.

    Nota bibliografica.
    A. MONTANARI, La presenza degli Ebrei a Rimini dal 1015 al 1799, 2011, <http://www.scribd.com/doc/46468695/Ebrei-a-Rimini-1015-1799>.
    Il testo sviluppa quattro articoli pubblicati sul settimanale «il Ponte» di Rimini nel 2005: 1. Rimini anticipa il ghetto ebraico (n. 42), 2. Ebrei, dal dazio del porto ai prestiti (n. 43), 3. Ebrei, le sinagoghe e il cimitero (n. 44); e nel 2006: 4. Ebrei di Pesaro a Rimini a fine 1700 (n. 22). Per questi ed altri materiali poi usciti a stampa, tra cui «L' Heretico non entri in fiera». Società, economia e questione ebraica a Rimini nel secoli XVII e XVIII. Documenti inediti, «Studi Romagnoli» LVIII (2007), Cesena 2008, pp. 257-277, si veda in http://www.webalice.it/antoniomontanari1/indici/storia.ebrei.rimini.1192.html.

    Antonio Montanari
    (c) RIPRODUZIONE RISERVATA


  • Cultura a Rimini tra 1600 e 1700.
    Una mappa europea delle idee.

    Introduzione.

    Il Sito riminese di Raffaele Adimari (Brescia, 1616) esce come rielaborazione di pagine «sparse» composte dal dottor don Adimario Adimari, rettore di Sant'Agnese e figlio del cavalier Nicolò.
    Mons. Giacomo Villani (1605-1690) attribuì erroneamente il Sito all'olivetano di Scolca (al Covignano) padre Ippolito Salò, matematico, nipote di mons. Paolo che fu al servizio del cardinal Carlo Borromeo.
    Raffaele Adimari ricevette in dono le 62 carte «sparse» (Elogio del sito riminese, ms. 617, BGR) di don Adimario il 20 dicembre 1605 dal nobile Francesco Rigazzi che le possedeva (Schede Gambetti 111 e 113 fasc. 1; 25, fasc. 76, BGR).
    Rigazzi è il fondatore del collegio dei Gesuiti di Rimini. Nel 1610 dopo aver diseredato il figlio Giovanni Antonio («un bastardo criminale», lo definisce), lascia usufruttuaria la moglie Portia Guiducci. Alla di lei morte, i beni finiranno ai Gesuiti «col patto però, che detti padri siano tenuti a fondare in Rimino un Colegio nel quale siano obligati à gloria di Jddio et à benefitio della mia carissima patria insegnare, et fare tutte quelle operationi, che fanno ne gli altri Colegj d'Italia sì di legere publicamente come di ogni cosa solita da farsi da loro nell'altre».

    Nel 1619, 1622 e 1626 («donatio inter vivos»), Rigazzi conferma le sue volontà. Dal 1627 i Gesuiti cominciano ad operare a Rimini. Nei giorni di Carnevale introducono una novità che provoca proteste: predicano in piazza. Il 14 giugno 1631 aprono la loro prima chiesa nel granaio di Rigazzi, con il nome di San Francesco Saverio. Il 22 agosto, Rigazzi muore. La vedova apre ai Gesuiti un pezzo della sua casa, dove da novembre s'inizia «la scola».

    Torniamo agli Adimari. Le ricerche sulla loro genealogia hanno tormentato le più belle intelligenze locali. I risultati pervenutici confermano che la Storia può a volte essere più fantastica che veritiera, non per secondi fini ma semplicemente per eccesso di presunzione degli scrittori.
    Il 23 agosto 1750 Giuseppe Garampi (a Roma dalla fine del 1746) attiva l'abate riminese Stefano Galli che gli scrive il 27 di aver consultato il manoscritto delle Famiglie riminesi di Raffaele Brancaleoni, non trovandovi «cosa veruna» di Raffaele Adimari o notizie per stabilire il suo grado di parentela con Adimaro. Galli nel Diario de' Morti (1610-1634) del canonico Giacomo Antonio Pedroni vede citato un Raffaele figlio di Pietro che però non ha sangue nobile essendo di «famiglia cittadinesca» [1].
    Né Garampi né Galli avevano evidentemente letto il Sito di Adimari, dove l'autore (II, p. 54) dichiara che la congiura del 1498 contro Pandolfo Malatesti fu organizzata in casa dei suoi «antecessori», il cavalier Nicolò e «Adimario suo Padre».

    Quando esce nel 1616 il Sito, era già compiuto da due anni il palazzo di Alessandro Gambalunga la cui prima pietra è del 1610. Gambalunga muore il 12 agosto 1619 lasciando al nostro Comune sia il palazzo (costato settantamila scudi) sia la biblioteca posta «nella stanza da basso». In Emilia si aprono molto dopo le biblioteche di Modena (1750), Ferrara (1753), Bologna (Universitaria, 1756), Parma (1769) e Piacenza (1778).
    Alessandro Gambalunga è nipote di un maestro muratore lombardo approdato poi alla mercatura, e figlio di un commerciante «da ferro» arricchitosi con gli affari e le doti di quattro matrimoni. Nel 1583 circa a trent'anni si è laureato in Diritto civile e canonico a Bologna per fregiarsi del titolo, più pregiato di quello nobiliare che aveva acquisito e che oggi è giudicato «dubbio».

    Sul «tronfio quanto spiantato ceto patrizio locale» ricordiamo quanto il bolognese Angelo Ranuzzi, referendario apostolico e governatore di Rimini, annota nel 1660: «Vi sono molte famiglie antiche e nobili che fanno risplendere la Città, trattandosi i Gentiluomini con decoro et honorevolezza, con vestire lindamente, far vistose livree et usar nobili carrozze: nel che tale è la premura et il concetto fra di loro, che si privano talvolta de' propri stabili, né si dolgono di avere le borse essauste di denari per soddisfare a così fatte apparenze».

    Nel 1617 esce il primo tomo del Raccolto istorico di Cesare Clementini (1561-1624) che sarà completato dal secondo apparso postumo nel 1627. Severo il giudizio di Carlo Tonini: l'opera «eccetto che nella parte che comprende i tempi a lui più vicini, è in molta parte un tessuto di equivoci o granchi», e «basta che una notizia sia data da lui solo perché venga accolta con riserva e con sospetto» (Coltura, II, p. 144).
    Nel 1582 Clementini entrò in Consiglio comunale, ricoprendo numerose cariche (fu capo-console) e svolgendo importanti incarichi diplomatici.

    Sia Clementini sia Adimari raccontano la favola della fondazione di Rimini da parte di Ercole citando un frammento («Ariminum a comitibus Herculis conditum») attribuito a Marco Porzio Catone da un noto «impostore» umanista, Annio di Viterbo ovvero il domenicano Giovanni Nanni (1432-1502) che nel 1498 aveva pubblicato i diciassette volumi delle Antiquitatum, una raccolta di brani inventati di sana pianta ma presentati come opera di scrittori greci e romani selezionati da Beroso sacerdote Caldeo (III-II secolo a. C.): si va dalla creazione del mondo al diluvio.
    Anche l'illustre Carlo Sigonio (1520?-1584) era stato tratto in inganno da Annio circa le origini di Bologna nell'opera del 1587 composta quale storiografo ufficiale (nominato nel 1568).

    Raffaele Adimari è ricordato nelle cronache oltre che per il Sito anche per un'altra impresa curata diligentemente nell'agosto 1613: il trasporto da Recanati a Rimini della statua dedicata a Paolo V, divisa in tre blocchi.
    Paolo V, eletto il 16 maggio 1605, era il successore di Clemente VIII che il 10 febbraio 1605 aveva punito Rimini, sottomettendone il vescovo (sino ad allora assoggettato al pontefice) all'arcivescovo di Ravenna, Pietro Aldrobandini suo nipote. Clemente VIII morì poco dopo, il 27 aprile.
    Proposta nel 1610, approvata l'anno successivo (non sapendo però «dove pigliare i denari») ed inaugurata nel 1614, la statua fu segno di ringraziamento al papa per la nomina a cardinale (1608) del concittadino Michelangelo Tonti, arcivescovo di Nazaret, il quale era stato festeggiato con pubbliche manifestazioni di giubilo culminate in disordini, e descritte da Carlo Tonini come «colmo di gioia» e «straordinaria libertà non divietata da alcuno».
    Alla fine, per merito della gioventù, radunata in casa d'Ercole Paci, cavaliere di Santo Stefano, se ne andarono in fumo botti, tavolati delle botteghe e persino le panche delle chiese e delle scuole con danni per tremila scudi (Storia, V, II, pp. 677-678).
    Altri disordini si verificano nel 1615, con la distruzione del ghetto degli Ebrei situato in via Sant'Andrea, in un tratto che andava dall'oratorio di Sant'Onofrio alla cosiddetta «Costa del Corso»: «e in quella occasione si vide l'odio popolare contro quella gente», osserva Carlo Tonini che poi nel suo Compendio giudica l'episodio «di minor momento» e quindi da trascurare (C. Tonini, Storia, V, I, 410; Compendio, II, p. 322).

    La rivolta popolare contro gli Israeliti nel 1615 è favorita dall'atteggiamento persecutorio di alcuni nobili, tra cui va ricordato un personaggio di spicco nella vita romana ed in quella politica italiana, Giovanni Galeazzo Belmonti.
    Nell'ostilità contro gli Ebrei gioca un ruolo fondamentale pure la propaganda antisemita svolta dai padri Girolomini o Romiti di Scolca, che convincono il cardinal legato Domenico Rivarola ad ordinare l'abbattimento dei due portoni del ghetto posto lungo la contrada di Sant'Andrea (via Bonsi), nel tratto che va dall'angolo verso piazza Malatesta degli attuali Bastoni Occidentali detti allora «Costa del Corso», sino all'oratorio di Sant'Onofrio. Questo oratorio era di proprietà dei padri Girolomini sin dal 1494.
    La cronaca di mons. Villani data al 15 giugno la demolizione delle porte del ghetto, dal quale la «perfida gens Iudeorum» aveva ricevuto già l'ordine di allontanarsi [Cfr. C. Tonini, VI, 2, p. 760].
    Dell'antisemitismo secentesco restano profonde tracce nelle pagine composte da Carlo Tonini sue secoli e mezzo dopo: «Così la Città nostra ebbe il contento di vedersi liberata da quella odiata gente» [Cfr. C. Tonini, VI, 2, p. 761].
    I fatti del 1615 sono raccontati con toni sbrigativi, utili soltanto a dichiarare la pubblica felicità per la 'partenza' di gente a cui erano attribuite soltanto scelleratezze, come testimonia una cronaca di Anonimo [questa cronaca, datata 1728, racconta le vicende riminesi a partire dall'anno 1601] in cui leggiamo che la cacciata degli Ebrei avvenne «per le infinite indegnità che commettevano contro la nostra Santa Fede, ed imagini de' Santi, ed altre enormità le quali non è da me dirle».

    Nota. Il titolo di queste pagine, «Cultura a Rimini tra 1600 e 1700» restringe la cronologia iniziale di qualche anno perché, «in buona sostanza» (come diceva un personaggio di telefilm di successo), occorrerebbe partire dalla chiusura del Concilio tridentino, durato dal 1542 al 1563. Ma scrivere un titolo come «Cultura a Rimini dall'età post-tridentina a quella napoleonica» mi sembrava un poco sovrabbondante.


    Bibliografia.
    La «cronaca di Anonimo» che troviamo cit. in Carlo Tonini (cfr. VI, 2, p. 761), è il «Compendio di Storia riminese fino al 1726 posseduto già dal sacerdote D.n Luigi Matteini», come si legge in altro testo di C. Tonini, il tomo II della sua Coltura letteraria, Rimini 1884, p. 532.


    F. G. Battaglini, Memorie istoriche di Rimino, ed. an., Rimini 1976
    P. Delbianco, La biblioteca Gambalunghiana, in «Storia illustrata di Rimini», IV, Milano, 1991, pp. 1121-1136
    G. Rimondini, I Gesuiti a Rimini, 1627-1773, Rimini 1992, passim
    C. Casanova, La storiografia a Bologna e in Romagna, «Storia dell'Emilia Romagna», II, Imola 1977
    Per la statua di Paolo V, cfr. il volume Paolo V in Rimini, Arengo Quaderno n. 3, 2004

    Per le vicende ebraiche del XVIII sec., cfr. A. Montanari, Fame e rivolte nel 1797. Documenti inediti della Municipalità di Rimini, «Studi Romagnoli» XLIX (1998), Stilgraf, Cesena 2000, pp. 671-731; e Furore dei marinai, «Studi Romagnoli» LIII (2002), Stilgraf, Cesena 2005, pp. 448-511.


    Per le vicende ebraiche, si veda anche «L'heretico non entri in fiera». Società, economia e questione ebraica a Rimini nei secoli XVII e XVIII. Documenti inediti.
    Storia degli Ebrei a Rimini. Serie completa degli scritti.

    Antonio Montanari


  • Duecento anni fa, i francesi occupano Rimini, allora territorio dello Stato della Chiesa. I soldati di Bonaparte entrano in città la sera del 4 febbraio 1797. Napoleone ha ripreso due giorni prima la guerra contro il Papa, rompendo l'armistizio del 23 giugno 1796, che aveva chiuso la prima fase della «campagna d'Italia», cominciata il 12 aprile dello stesso anno. Il 14 maggio era stata presa Milano, tra 18 e 19 giugno Bologna.
    Il 31 gennaio '97 Bonaparte ha lanciato da Bologna un avviso ai romagnoli: «Qualunque Villaggio o città in cui all'avvicinarsi dell'Armata Francese si dia campana a martello, sarà sull'istante bruciata, ed i Magistrati ne saran fucilati». Nella dichiarazione di guerra del primo febbraio, Napoleone accusa la Corte di Roma di aver «intrapreso delle negoziazioni ostili contro la Francia con la Corte di Vienna». Il 12 gennaio alla Mesola, i francesi hanno intercettato un corriere diretto a Venezia con missiva del Segretario di Stato Cardinal Brusca, indirizzata al Prelato Albani inviato del Papa a Vienna. Nella lettera si parlava dei negoziati per concludere un'alleanza, e di «bande» austriache da far giungere in Romagna.
    Il Papa si era preparato alla ripresa delle ostilità fin dal 4 ottobre '96, quando aveva chiamato a raccolta i sudditi «a difesa dei suoi Stati». Il 12 ottobre il cesenate Cardinal Gregorio Barnaba Chiaramonti (il futuro Pio VII), era fuggito da Imola, sua sede episcopale, «per timore di rimanere catturato nelle mani de' Francesi». Il 14 era iniziato il passaggio per Rimini dei dragoni pontifici diretti a Faenza.
    Il 16 ottobre per volontà di Napoleone si era riunito a Modena un Congresso con i rappresentanti di Bologna, Ferrara, Modena e Reggio, deliberando la fondazione della Confederazione Cispadana. Lo stesso Congresso il 17 ottobre aveva diffuso l'invito ai popoli della Romagna di unirsi ai Liberatori e di aderire alla Confederazione. Esaltando il governo della Chiesa come ispirato alla libertà, i papalini risposero: «Noi ambiamo il suffragio vostro: noi dispregiamo quello dei vostri Oppressori», cioè dei francesi.
    Il 18 ottobre a Rimini era pervenuta la notificazione pontificia spedita a tutti i Governatori delle province per una nuova difesa dello Stato della Chiesa. Lo stesso giorno, mentre a Bologna veniva piantato l'Albero della Libertà e s'incendiava una caserma dei birri, Pio VI «per li nuovi sospetti o minacce dell'armi francesi allo Stato Pontificio», ordinava «guerra difensiva ai suoi sudditi». E da Forlì cominciava in tutta la Romagna la cattura dei giacobini, trasferiti il 19 a Rimini e di lì nel forte di San Leo. La repressione colpiva intellettuali, professionisti e parecchi nobili.
    Torniamo al febbraio 1797. Il 3 febbraio, all'indomani dell'attacco francese a Faenza e dopo la fuga da Rimini a San Marino del Vescovo Vincenzo Ferretti e del Governatore Luigi Brosi, e mentre le famiglie più ricche e distinte si trasferiscono nelle loro proprietà in campagna, l'ex conte Nicola Martinelli si attiva per far assumere dal nostro civico Consiglio i provvedimenti necessari a non lasciare la città in balìa di se stessa e per prevenire danni e disordini dell'invasione.
    Il giorno 4 Napoleone crea l'Amministrazione Centrale della Legazione di Romagna, stabilendola a Ravenna: di essa fanno parte nove persone, tra cui lo stesso Nicola Martinelli. Avvenuta l'occupazione di Rimini, Martinelli nella sua veste di presidente della Municipalità difende gli interessi della città. Il 4 aprile non cederà alle pesanti richieste economiche del generale Victor Perin che si rifarà della sconfitta saccheggiando Santarcangelo. A Martinelli, che da un trentennio è tra le figure di spicco della vita pubblica locale, andranno lodi e ringraziamenti per aver coraggiosamente salvato le sostanze dei suoi concittadini.
    Rimini è infatti una città impoverita dagli eventi bellici. Nel luglio '96 ha dovuto pagare alla Repubblica francese 64 mila scudi di contribuzione. Poi le è stato imposto di partecipare alle spese per le truppe che il Papa ammassava in attesa di riprendere il conflitto. Adesso ci sono le nuove, pesanti pretese degli invasori. La situazione è insostenibile.
    Napoleone arriva in città nella notte sul 6 febbraio, ospite di Gian Maria Belmonti Stivivi, uno dei tanti nobili filogiacobini che vedono nell'occupazione francese un mezzo per scalzare il dominio papale. Prima di ripartire alla volta di Pesaro, Bonaparte arringa i parroci: la rivoluzione non minaccia la religione, stiano quindi tranquilli loro, e mantengano calmi i loro fedeli. Napoleone ha già avvertito: il nuovo governo della Romagna, posto alle dipendenze della Cispadana, avrebbe preso «tutte le misure necessarie per reprimere i falsi Preti, che si allontanassero dai principj della vera Religione, e che volessero frammischiarsi negli affari temporali».
    Bonaparte si illude che, facendo tacere il clero, si possa tenere a bada la plebe. Il malcontento che serpeggia nei quartieri poveri della città, nelle parrocchie di periferia o nelle campagne, non ha bisogno di essere alimentato da tante prediche. È dall'inizio del secolo che qui passano truppe, si richiedono esborsi in denaro e si ordinano requisizioni allo scopo di alimentare i soldati ed i loro animali. Per esperienza dolorosa tramandata di padre in figlio, la gente sa che ogni esercito, amico o nemico, porta fame e distruzione dove transita o si accampa.
    I torbidi non iniziano con il «Governo Francese», come la nuova situazione politica viene definita nei registri comunali di Rimini alla data del 5 febbraio. Nel mese precedente sono già avvenute violenze attribuite a «forusciti, tra quali sono stati veduti anche di zingari». Con la parola «forusciti» si indicavano esuli politici filofrancesi che tramavano contro il potere romano. Il loro comportamento è più da briganti da strada che da veri cospiratori politici contro l'ordine costituito: essi «e di giorno, e di notte vanno alla Case, e non solo contenti di mangiare, e bere, portano via ciò che possono avere: polli, agnelli, panni, ed anche ori e denari se ne ritrovano». Ad un contadino «dopo averli tolto trenta pavoli, e tre miserabili anelli d'oro, che facevano tutta la sua sostanza, lo regalarono di alcune giuncate». Ad un altro, «dopo averli bevuto una quantità di vino, li amazzarono sino una scrofa pregna, e così hanno fatto a molti altri». Quei poveri lavoratori della terra si trovavano di conseguenza «in grandissima agitazione». Nei paesi di campagna, il popolo è «stato eccitato alla diffesa» prima che arrivassero i francesi.
    Appelli di aiuto alla Municipalità riminese giungono anche da amministratori e parroci di località vicine. Non ci sono i mezzi per porre riparo ai mali che vengono denunciati: «Ci mancano cavalli, ed armi per far batter la Campagna dalla Guardia Civica». A tre parroci del contado, si comunica il piano stabilito dalla Municipalità di concerto con il Comandante francese della Piazza di Rimini «per rimediare efficacemente e sollecitamente ai disordini, che si commettono dai Forusciti nelle Campagne»: istituire una Guardia Civica nelle «Ville del Bargellato», agli ordini di un militare francese, «affine di fare il giro notte e giorno delle rispettive Parocchie per arrestare, e condurre in Città que' Vagabondi, che fossero trovati fuori della Strada Maestra, o Consolare per fare del male».
    I parroci avrebbero dovuto collaborare inviando «dieci uomini di coraggio», che sarebbero stati «spesati per tutto il tempo, che presteranno il servizio». La Municipalità garantisce che essi non sarebbero stati «mai né offesi, né reclutati», secondo le assicurazioni ricevute dallo stesso Comandante repubblicano della Piazza di Rimini.
    La parola «forusciti», usata prima dell'arrivo dei francesi per definire i loro sostenitori alla macchia, ritorna ora per indicare i partigiani del Papa. Essa s'accoppia al termine «vagabondi», meno preciso, anzi decisamente più ambiguo e quindi perfettamente adatto a quei momenti.
    In qualche località, «per le vessazioni e ruberie, che si commettevano, e si commettono», sono accusati «malviventi, e vagabondi, che hanno seguita, e seguono l'Armata Francese». Il «Cittadino Lapisse Comandante della Piazza di Rimini» fa sapere: «né soldati, né Ufficiali Francesi, o chiunque altro, possono pretendere, e molto meno esiggere dagli osti, ed abitanti nessuna sorte di viveri, foraggi, o altra cosa senza l'esatto, e puntuale pagamento, giacché la truppa riceve le Razioni necessarie pel suo camino».
    In realtà il comportamento degli occupanti non si ispira alle regole ricevute, se lo stesso Bonaparte il 7 febbraio scrive ai suoi soldati: «Non mi trovo contento di voi», e minaccia di passare per le armi chi avesse «strapazzato, o attentato in verun modo, sia nella Persona, sia nella Proprietà del Popolo vinto», o avesse con sé «roba rubata».
    I nuovi padroni della città per difendersi considerano ogni reazione alle loro prepotenze come frutto di trame occulte ordite per garantire organizzazione ed impunità ai «vagabondi»: e così, ricorrono alla storia dei «falsi Preti» che volevano «frammischiarsi negli affari temporali», sobillando alla sollevazione l'ingenuo popolo.
    Gli ecclesiastici locali sono obbligati ad obbedire agli ordini del Pontefice per la «più valida resistenza, e difesa» nel caso di tentativi d'invasione, come si legge in un documento apparso senza firma e senza data a Rimini il primo febbraio '97, ma attribuibile al Vescovo Ferretti.
    I Vescovi in un primo momento credono di trovarsi a combattere eroicamente una nuova crociata (il Papa pretendeva una semplice guerra), mentre si trattava soltanto di una battaglia politica in cui occorreva comportarsi con la stessa spregiudicatezza dell'avversario. Anche prima che il 19 febbraio 1797 Repubblica francese e Stato della Chiesa firmino la pace di Tolentino (con la quale il Papa deve cedere la Legazione di Romagna), essi passano dagli appelli insurrezionali ai compromessi per non agitare le città sottoposte al dominio napoleonico.
    Nel 1796, dopo l'ingresso del francesi a Bologna, il Vescovo Ferretti aveva indirizzato il 24 giugno a tutti i parroci della Diocesi di Rimini una circolare, con la quale gli ordinava di esortare i fedeli alla quiete ed alla rassegnazione. Nello stesso giorno il Cardinal Legato aveva avvisato il Governatore di Rimini «d'esser imminente l'avvanzamento» di un corpo di truppe francesi, da accogliere «in adempimento delle sovrane intenzioni di Nostro Santità», provvedendolo «di alloggi, di viveri, e di foraggi». Il Governatore era anche sollecitato a mantenere tranquillo il popolo.
    Se impresa difficile era già rimediare i rifornimenti per i militari, impossibile addirittura appariva quella di convincere i fedeli, anzi i sudditi, che per loro non si profilava nessun pericolo. La fuga dello stesso Legato il 26 giugno da Ravenna a Rimini, dove sostò prima di ripartire per Pesaro, dimostrava che le ipotesi ottimistiche erano chimere usate per ingannare la pubblica opinione.
    Si ordinò poi di deporre le armi da fuoco e di non indossare divise militari, cercando di prevenire accensioni di fiamma. Queste decisioni giungevano ormai in ritardo sugli eventi militari (con la tregua del 23 giugno il comandante francese s'impegnava a sgomberare la Legazione di Ravenna), ma in tempo per prevenire la mossa del generale Augerau che il 26 giugno scendeva in Romagna cercando di conquistarla democraticamente con una specie di referendum: preferite la Francia o il Papa? La mossa di Augerau era in contrasto con l'armistizio.
    All'apparire dei francesi in Emilia, nessuno si era preoccupato di dare ordini alle nostre città: «Nelle attuali critiche circostanze siamo privi fin ora d'Istruzioni per parte dei Signori Supperiori, né per ciò abbiamo potuto fissare verun piano che riguardi la pubblica salvezza e tranquillità». È una lettera della Municipalità di Rimini datata 21 giugno 1796: «Quello solo che abbiamo creduto non dovere omettere è di procurare l'espulsione dalla Città nostra de vagabondi esteri mediante una Patulia di Soldati della prima Compagnia dell'infanteria, e la provvista della maggior quantità di farina, che sia stata possibile». Lungimirante l'idea di procurar cibo, ma convenzionale quella di prendersela con i «vagabondi esteri» come primo capro espiatorio nell'emergenza provocata da Bonaparte.
    Il 24 giugno seguiva una lettera riminese al Legato, il quale nel frattempo aveva avvisato il nostro Governatore dell'avanzarsi dei francesi. La Municipalità chiedeva lumi su come comportarsi: l'invasione ed il ritiro delle truppe pontificie dalla Romagna, avevano «prodotto in tutti i Concittadini un sordo mormorio che indica l'universale timore, e costernazione, dimodocche si è fino durata fatica impedire l'emigrazione di molti degli abitanti del Porto. Questa costernazione chiaramente ci manifesta, che le provvidenze da noi date fin qui non contentano abbastanza la popolazione, e ci fa conoscere necessari altri più efficaci provvedimenti». Come ad esempio l'invio di una «Deputazione ai Comandanti Francesi per renderli con questo passo più umani, più dolci, più premurosi col nostro Popolo».
    La Municipalità si preoccupava di spiegare al Legato che la proposta non intendeva essere «un atto di deffezione dalla S. Sede», e che si voleva la di lui approvazione per «tutto quello che faremo, o saremo per fare in così critica, e dolorosa circostanza»: «desideriamo anzi, che per questo passo non divenga giammai per verso Vostra Eminenza sospetta la Fedeltà, l'Amore, l'attaccamento di Noi, e di questo Popolo per il nostro Sovrano».
    In base all'armistizio, il governo pontificio, cioè il suo popolo, avrebbe dovuto sborsare una contribuzione complessiva di 21 milioni di lire. Per il bene della pace. E senza tante storie: «Ora non è tempo di sorpresa, ma di azione. Si minaccia da un'Armata vittoriosa il Sacco generale se immediatamente non si contribuisce quanto essa dimanda», scrive la nostra Municipalità.
    Non tutto il popolo gradiva: la campagna era «infestata da Forusciti». Era il 30 giugno. Nello stesso giorno giungeva alla nostra Municipalità la notizia «di una insurrezione popolare a Cesena la quale dicesi vada dilatandosi nei convicini Paesi». Il 1° luglio partiva da Rimini alla volta del Gonfaloniere di Pesaro un «Avviso di generale tumultuazione»: «Ieri sera giunsero in questa città sopra venti persone di Forlì che si credono quelle che hanno eccitato il tumulto popolare in Cesena. Qui pare cominciavano a sollevare la Gente: ma noi col mezzo della Guardia Civica ne li abbiamo espulsi, per non aver come ritenerli». Molti di quegli insorti si erano incamminati verso Pesaro.
    A Cesena, scrisse don Gioacchino Sassi, il 29 giugno successe un «grandissimo disturbo» per una sommossa di sessanta «Patriotti» che «volevano impedire al pubblico a ciò non dassero la contribuzione alli Francesi» (40 mila scudi in denaro). Soltanto alla sera, al secondo tentativo, al Vescovo di Cesena era riuscito di fermare i rivoltosi: «i cattivi deposero le armi. Alcuni forastieri, e fra questi molti forlivesi, erano venuti in Cesena chiamati dai suddetti sollevati quali fu gran fatica a rimandarli alla loro terra». Il 30 giugno ci fu l'assalto al carrozzino dell'aiutante del generale Verdier, con la sua cattura: quando per ottenerne la liberazione il generale Augerau minacciò il sacco a Cesena, quell'aiutante era già stato rilasciato.
    Per paura dell'imminente arrivo dell'armata francese, «una gran parte de' buoni cittadini si darono alla fuga dalla città andandosi a ricoverarsi sui più alti monti», imitati dai villani che abbandonarono la cura dei campi e se ne fuggirono «chi da una parte chi dall'altra». Tutta colpa dei giacobini italiani e delle loro «secrete intelligenze» con il nemico, secondo don Sassi. Chi era rimasto in città, se ne scappò all'arrivo dei soldati di Napoleone, seguendo l'esempio del rifugio «sulle più alte montagne». Un mugnaio «fuggendo precipitosamente schioppò sulla strada di San Marino».
    Il 4 luglio era stata consegnata ai francesi la contribuzione della città di Rimini. Il 26 giugno si era avvertito il popolo con una notificazione, in cui, garantendo che le truppe francesi avevano fino ad allora rispettato Religione, proprietà e persone, si raccomandava «al Popolo di rimanere quieto, e di conservare tutto il buon'ordine per non esser egli stesso responsabile di quanto potesse avvenire, e per di lui colpa, di cui si esigerebbe la più rigorosa ragione». Il 28 giugno un «Avviso» del Segretario municipale rendeva noto ai «generosi Cittadini» che per la consegna di ori ed argenti richiesti dai francesi, la Comunità riminese avrebbe corrisposto un frutto del cinque per cento.
    Il 7 luglio le truppe di Augerau avevano messo a ferro e a fuoco e saccheggiata la città di Lugo, ribellatasi ai francesi ed anche all'appello alla moderazione del vescovo di Imola, Cardinale Chiaramonti. Per tutta la Romagna si erano sparse le popolazioni in fuga (gente di ogni sesso e condizione, e turbe di contadini raccapricciati dallo spavento), giungendo anche a Rimini, per andar verso Pesaro o alla montagna.
    Si ebbe paura che qualcosa di simile potesse capitare anche alla nostra città. Un «falso allarme» aveva indotto «i Contadini delle vicine Campagne, e gli Abitanti de' Luoghi limitrofi ad abbandonare le rispettive Case, ed incombenze»: la «Pubblica Rappresentanza» il 9 luglio si era preoccupata di avvertire con una notificazione molto diversa nei toni da quella appena ricordata del 26 luglio, che «i Popoli amutinati, incapaci di resistere alla forza dell'Armata Francese, hanno dovuto cedere colla perdita del proprio sangue, col sagrifizio della Patria, e delle proprie sostanze». Occorreva stare «nella dovuta rassegnazione», senza dar «corpo a sospetti», nella «lusinga di veder quanto prima evacuata questa Provincia di Romagna dalle Truppe Francesi».
    Il Cardinal Legato aveva fatto ritorno a Ravenna il 18 luglio. Tutto dunque era tranquillo? «La corte di Roma», secondo il faentino don Saverio Tomba, «uditi i vantaggi degli Austriaci sul Reno conseguiti, e l'accrescimento delle forze imperiali verso l'Italia, che davano risoluti segni di voler recuperare gli Italiani possedimenti, cominciò a detestare gli umilianti articoli della tregua come nei giorni dello spavento li aveva prudentemente ricevuti». In settembre il governo del Papa aveva appreso di «un tradimento tramato dai francesi» ed aveva rotto le trattative di pace in corso con Parigi a Firenze, cercando di «stabilire a Vienna un trattato di alleanza». Napoleone aveva minacciato: «Infelici Ravenna, Faenza, Rimini».
    Il resto lo abbiamo già raccontato: il Pontefice chiamava a raccolta i sudditi «a difesa dei suoi Stati» ed ordinava «guerra difensiva», nell'attesa che a rompere la tregua fosse la tracotanza francese. Allora, segretamente, anche nella Diocesi di Rimini ci si preparò al mutamento della situazione. Si poté così far affiggere la mattina del primo febbraio '97 un piccolo manifesto che, prevedendo l'evoluzione dei fatti, era stato redatto e fatto comporre dal tipografo in tutta tranquillità: il foglio è senza firma e senza luogo di stampa, oltre che senza data, ma (come già si è detto) viene attribuito al Vescovo Ferretti. Il testo lungo e meditato, non un semplice proclama buttato giù a tambur battente, richiama le posizioni assunte dal Pontefice il quale «non dubita, che li suoi sudditi proseguiranno ad essere animati da que' sentimenti di fedeltà, di attaccamento, e di coraggio, che con tanta gloria han dimostrati sin'ora».
    In caso d'invasione francese, secondo il volere del Santo Padre, i sudditi avrebbero dovuto apprestarsi «alla più valida resistenza e difesa». Il Papa garantiva che si sarebbe opposto all'avanzata napoleonica «con tutte quelle forze, ed in quella più energica maniera, che gli sarà possibile». All'occorrenza, secondo le disposizioni romane, precisava il manifesto, si sarebbe suonata campana a martello, ed i cittadini avrebbero preso l'armi, levandosi in massa, a coadiuvare la «Truppa Regolata», e ad «affrontare il Nemico con quel coraggio, e con quel valore, che ispira ad un Cattolico la Fede, ad un buon Cittadino l'onor della Patria, ed all'uomo la conservazione di se stesso, e di quanto ha di più caro sù questa Terra».
    Dopo la fuga del Vescovo, avvenuta all'alba del 2 febbraio, a guidare la Chiesa riminese è rimasto il canonico Filippo Baldini, pro Vicario Generale, che la sera dello stesso giorno è costretto dalla Municipalità a firmare una dichiarazione di smentita del proclama apparso quella mattina: «In mancanza di monsignor Vescovo io qui sottoscritto dò autorità all'ill.mo Magistrato di far sapere a tutti li Parochi, e Conventi di tutta questa Diocesi di non toccar campana a martello per l'unione di popolo armato senza ordine preciso del suddetto Ill.mo Magistrato o di me sottoscritto».
    La stessa sera il Segretario della Municipalità pubblica questa «Notificazione»: «Rimane ora abbandonata la nostra Città dai Signori Superiori [Governatore e Vescovo], che providamente la reggevano. Appartiene perciò alla Pubblica Rappresentanza di prenderne le redini, ed ai buoni Cittadini di prestarsi generosamente ai suoi bisogni». Era il classico vuoto di potere in cui tutto era possibile. Il primo provvedimento che la «Notificazione» suggerisce è di costituire subito, per la comune tranquillità, una Guardia Civica volontaria.
    Il giorno 3 il pro Vicario Generale invia ai parroci questa lettera: «Nelle attuali critiche circostanze non essendovi cosa, che più interessi la salvezza della Patria, e de Cittadini quanto la tranquillità, né che più la esponga a pericolo di un ardore intempestivo, di cui altrove ci sono intesi i perniciosi effetti, nell'assenza dell'Ill.mo e R.mo Monsignor Vescovo ma colle debite autorizzazioni dichiaro di non dovere [cancellato a penna: «per ora»] aver alcun effetto, il Proclama divulgato per l'unione di gente armata al tocco di Campana a martello, ed espressamente proibisco detto segno a chiunque in qualsivoglia caso senz'ordine mio preciso in iscritto sotto le maggiori pene».
    Implicitamente si riconosceva che il «Proclama divulgato» proveniva da fonte autorevole e non da orditori di trame di rivolta che, in caso contrario, sarebbero stati chiamati in causa ed additati al pubblico disprezzo. Il canonico Baldini anticipa le direttive che il 4 febbraio l'Arcivescovo di Ravenna impartisce a tutti i Vescovi della Provincia: adoprarsi con una lettera pastorale per insinuare «sentimenti di tranquillità e di pace» in tutto il clero e nei fedeli. Il canonico Baldini, il segretario municipale e soprattutto l'Arcivescovo di Ravenna usano la parola «tranquillità» più come auspicio che come termine capace di indicare la condotta da adottarsi in momenti così terribili.
    Intanto i francesi avvertono i romagnoli che hanno versato «soccorsi» al Papa «per continuare una guerra» che li avrebbe condotti alla totale rovina: la Repubblica pretende da loro subito metà della stessa cifra, con l'impegno di pagare l'altra metà «di qua ad un mese».
    Dopo i «felici successi delle Truppe Francesi contro gl'Insorgenti Montanari» alla fine di marzo, Martinelli ha polemizzato: fu soltanto «l'affare di mezz'ora» l'attacco a Santarcangelo contro un'«orda di banditi», la cui azione, «ultimo sforzo della Romana debolezza», «non merita l'onore della nostra paura». La Giunta di Difesa della Cispadana accusa Martinelli di essere sempre stato uno sfrontato doppiogiochista: «voi antico Calunniatore del Governo [romano], e deciso fautore di tutte le novità», siete stato sempre protetto e favorito; «quando tutta la Romagna sapeva, che voi eravate alla testa di tutti i complotti, adunanze, conventicole contro il Principato; quando i Superiori n'erano informati; quando il popolo, perfino le Donnicciuole vi mostravano a dito, come il nemico del Governo Pontificio; voi pacificamente ve ne stavate in casa sicuro del fatto vostro: in tempi di pericolo, e di qualche energia del Governo contro i Novatori voi trovaste il modo di salvarvi ad onta delle declamazioni, che facevate fare dai Neofiti vostri».
    Con segreti maneggi ed opportune raccomandazioni mentre dirigeva «operazioni arcane», Martinelli ha evitato «processi ben meritati». Egli è stato il maggior nemico del Principato, un seduttore del Popolo, un segreto macchinatore di novità nel Governo: «I Superiori della Provincia lo sapevano, lo vedevano, lo toccavano con mano: ognuno si meravigliava, che voi respiraste impunemente l'aria della vostra patria da voi corrotta e nella massima e nel costume: nei giorni, che vi accovacciavate per timore di essere scoperto, e per avere ozio sicuro ad oggetto di deludere l'altrui vigilanza, come nei giorni, che persuaso della vicina vostra risurrezione radunavate il vostro consiglio, e presiedevate alla Loggia rustica». Questo accenno alla «Loggia rustica» pare indicare in Martinelli un esponente della Massoneria: nella quale si potrebbe ipotizzare la garante di tutta l'attività politica svolta dal conte riminese e che non risultava gradita alla Giunta di Difesa. Il dissidio tra la Giunta e Martinelli potrebbe infine confermare l'esistenza di due anime all'interno del movimento giacobino locale.
    Certo è che, prima della conquista napoleonica, Martinelli aveva potuto viaggiare tranquillamente fra la Romagna papalina e la Cispadana, mantenendo ottimi rapporti con il Legato e con i francesi. Nello stesso '97, nonostante le pessime notizie che circolano sul suo conto, diventa presidente dell'Amministrazione Centrale romagnola, e Seniore del Dipartimento del Rubicone nella Cisalpina, oltre che candidato alla prestigiosa carica di ambasciatore presso la Corte di Vienna, che non accetterà per motivi di salute.
    Mons. Ferretti ritorna segretamente a Rimini il 13 aprile, dopo essersi aggirato ed occultato per le montagne vicine, ma viene subito arrestato nella sua Residenza, ove se ne sta rinchiuso per più giorni. A liberarlo ci pensa il Generale Comandante della provincia, Sahuguet, a cui il Vescovo offre un suntuoso banchetto per ringraziamento e per evitare ulteriori fastidi.

    1797, i francesi a Rimini, «Pagine di Storia & Storie», III, 7, supplemento a «Il Ponte», Settimanale cattolico riminese, XXII (1997), 7, pp. 1-8.
    Sull'argomento cfr. Fame e rivolte nel 1797. Documenti inediti della Municipalità di Rimini. Saggio di Antonio Montanari



  • Nel 1964 a Stoccolma Margareta Giordano Lokrantz (1935-2004) pubblica "L'opera poetica di S. Pier Damiani", contenente la descrizione dei manoscritti e la loro edizione. Tra i componimenti più famosi, c'è il n. XCIX, ovvero il "Bennonis Epitaphium", come è intitolato nella "Opera omnia" apparsa "Parisiis, Sumptibus Caroli Chastellain, MDCXLII", e riedita nel 1743 sempre a Parigi.

    Rimini, piangi
    Eccone il testo completo (ed. 1964): "Ariminum, luge, lacrimarum flumina funde;/ Laus tua Benno fuit, pro dolor ecce ruit./ Benno decus regni, Romanae gloria genti,/ Ipse pater patriae, lux erat Italiae./ Hunc socium miseri, durum sensere superbi;/ Lapsos restituit, turgida colla premit./ Fit leo pugnanti frendens, tener agnus inermi;/ Hinc semper iustus perstitit, inde pius./ Hic fidei dum iura colit, dum cedere nescit,/Firma tenens rigidae pondera iustitiae,/ Reticolae iugulus prauorum pertulit ictus./ Per quem pax uiguit, bellica sors perimit./ Obsecro, tam diram sapientes flete ruinam/ Et pia pro socio fundite uota Deo".
    Il v. 12 è edito da Lokrantz come "per quem pax uiguit, bellica sors perimit", anziché il classico "bellica sors periit", per cui abbiamo: "la guerra uccise colui per merito del quale fiorì la pace" (anziché "per lui fiorì la pace, la guerra cessò"). Questa traduzione è contenuta in un testo pubblicato nel 1965 dal prof. Scevola Mariotti, in cui si ricorda come la nuova lettura del v. 12 offerta da Margareta Lokrantz, comporti conseguenze "di ordine storico". Mariotti precisa: "…a quanto pare, Bennone fu ucciso in un fatto di guerra". D'ora in avanti chiamiamo Benno il personaggio detto Bennone da Mariotti, seguendo lo stesso Pier Damiano che inizia così l'epitaffio: "Ariminum, luge, lacrimarum flumina funde; / Laus tua Benno fuit".

    Luce dell'Italia
    L'accenno contenuto nell'epitaffio sarebbe l'unica testimonianza pervenutaci di lotte locali tanto violente da giungere all'uccisione di un capo politico cittadino. Benno infatti è definito da Pier Damiano "onore del regno, gloria della stirpe romana, padre della Patria, luce dell'Italia" ("Benno decus regni, Romanae gloria genti, / Ipse pater patriae, lux erat Italiae", vv. 3-4). Padre della Patria o della città era chiamato il rappresentante della vita municipale che doveva vegliare alla difesa del Comune sotto il dominio della Chiesa romana. Era una figura ben distinta dal Conte, il quale era un delegato pontificio od imperiale. Uomo giusto e pio, severo con gli oppositori ma dolce con gli indifesi, Benno è quindi dato da Pier Damiano per ucciso nel corso di una "guerra": "lui, per merito del quale fiorì la pace", fu forse vittima di una lotta sulla cui origine possono essere avanzate soltanto ipotesi, connesse al ruolo politico svolto dallo stesso Benno.
    Uomo di fede e difensore degli interessi della Chiesa (altrimenti Pier Damiano non l'avrebbe glorificato), mentre la feudalità laica mirava ad una sostanziale autonomia politica ed aumentavano i sostenitori dell'indipendenza cittadina, Benno probabilmente non riuscì a pervenire ad una sintesi originale tra mondo laico ed ecclesiastico, per conciliare gli interessi "particulari" cioè cittadini con quelli della sede di Pietro.
    I riminesi possono aver visto in Benno un capo che finiva per essere più il rappresentante del Pontefice (come il Conte) che della loro stessa comunità. E quindi possono aver cessato di considerarlo come un'espressione della giustizia e dell'equilibrio nei rapporti fra la città e Roma. Nell'additarlo pubblicamente come traditore, sarebbe stata così scritta la sua condanna a morte. Portata ad esecuzione nell'anno stesso della fondazione del monastero di San Gregorio in Conca, il 1061.

    Antonio Bianchi
    Delle lotte precomunali a Rimini si occupa Antonio Bianchi all'inizio del cap. 12 della sua "Storia di Rimino dalle origini al 1832", come necessaria introduzione alla raccolta delle notizie elencate in successione cronologica: "Se la prima metà di questo secolo non fu totalmente pacifica pel nostro paese, peggiore di molto dovett'essere l'altra metà, giacché alleggeritosi in Italia il predominio dell'autorità imperiale, crebbe talmente lo spirito d'indipendenza, che ogni città, ogni vescovo ed ogni conte, insomma qualsiasi persona potente, che avesse mezzi da sostenersi voleva farla da padrone assoluto…".
    Bianchi scrive sul ruolo del "pater civitatis": "Oltre i conti, altra autorità esisteva nelle nostre città col titolo di "pater civitatis", che doveva essere il capo della magistratura civile; il più antico di cui ci sia rimasta memoria è un certo Bennone, morto fra il 1028 e il 1061; del medesimo abbiamo un pomposo elogio scritto da San Pier Damiano, il quale aveva ottenuto dallo stesso Bennone e da altri di sua famiglia molti terreni, sopra uno dei quali fabbricò il monastero di San Gregorio in Conca, che nel 1071 lo stesso San Pier Damiano mise sotto la protezione del vescovo di Rimini e dei suoi successori. Molto ricca e potente era la famiglia di quel Bennone, possedendo castelli e molti terreni", come si ricava dai documenti pubblicati dal canonico Angelo Battaglini nel 1783.
    Sotto l'anno 1060, Bianchi osserva: "Goffredo duca di Toscana […] fa eseguire un concordato fra l'abbate di Pomposa ricorrente contro alcuni ivi nominati, i quali promisero di non recare alcuna molestia tanto nelle persone che ne' beni di detta abbazia esistenti nel Contado di Rimini: vi erano presenti, fra molti altri" il vescovo di Rimini e due giudici della stessa città, uno dei quali è "Petrus de Benno", ovvero Pietro figlio del Benno da cui siamo partiti. Nel 1060 il Pater Civitatis ricordato è Bernardus. Pietro figlio di Benno è divenuto celebre per un'altra donazione del 1069 a favore dello stesso Pier Damiano. Nel 1070 Pier Damiano dona il monastero di San Gregorio in Conca al Vescovo di Rimini.

    Battaglini e Tonini
    Nelle "Memorie istoriche di Rimino e de' suoi signori" pubblicate da Francesco Gaetano Battaglini (fratello di Angelo) a Bologna nel 1789, leggiamo un ricordo sia di Benno ("Bennone di Vitaliano") sia di suo figlio Pietro. Battaglini osserva su Benno che non si può "credere, che ad un uom sì giusto, e sì reputato, e che pel governo da sé fatto meritò encomio sì degno, fosse prima di sua morte tolta di mano la bilancia della giustizia".
    Carlo Tonini (1835-1907) nel primo volume del suo "Compendio della Storia di Rimini" (1895), presenta una pagina del tutto originale. Dall'elogio che ne fa Pier Damiano, "risulta chiaramente che questi fu un intrepido e sapiente amministratore di pubblica giustizia; quanto mite e pio verso i miseri, altrettanto rigido e severo coi superbi […]. E non potrebbe forse inferirsi da ciò, che ei cadesse vittima delle vendette d'alcun nemico potente, che avesse provato i rigori di quella sua cotanta ed inflessibile giustizia? E non varrebbe per avventura a confermarci in questo sospetto segnatamente il penultimo verso dell'elogio – Obsecro tam diram sapientes flete ruinam? A noi pare che il Damiani non avrebbe usata una simile espressione, se il grand'uomo fosse morto placidamente nel suo letto e nella pienezza de' giorni suoi".
    Tonini ricorda: Damiano scrive di Benno che "pravorum pertulit ictus". Il problema non è, come è stato scritto, di dare una "versione più neutra, che esclude ogni riferimento a effettive vicende politiche riminesi" nella traduzione dell'epitaffio. Ma d'intendere il senso di quello che si legge nel passo così ben spiegato da Tonini: "pravorum pertulit ictus". Tonini cominciò a dubitare che "il grand'uomo fosse morto placidamente nel suo letto". Non si possono scrivere le storie di quei momenti ignorando le pagine di chi se ne è già occupato, addirittura nel 1895, con una prospettiva innovatrice per interpretare i fatti e le figure di cui si parla.

    Lena Vanzi

    Sul tema:
    Chiesa riminese, storia. Quel secondo volume... (2012)
    Benno trascurato? Una risposta (2012)
    Benno trascurato come al solito (2010)

    Rimini 1061, una guerra dimenticata, saggio integrale inedito [26.05.2013]




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