• Ebrei a Rimini

    Ebrei a RiminiLa presenza degli Ebrei a Rimini dal 1015 al 1799

     

    1. 1548 nasce il ghetto. Cinque anni dopo c'è la «bolla di Paolo IV

    2. Dal dazio ai prestiti. Attività economiche dl 1015

    3. Sinagoghe e cimitero. Una geografia israelitica in città

    3bis. Nota bibliografica ai primi tre capitoli.

    4. Da Pesaro a Rimini a fine Settecento.

    5. 1670, si richiede il ghetto.

    6. Nella crisi del 1600.

  • Sussulti sociali e crisi economica del 1600

    1. Qualche fiera ed un terremoto disastroso
    Il 13 dicembre 1600, festa di santa Lucia, entra in Roma «con magnifica pompa» la «Confraternita di Santa Maria in Acumine» di Rimini, composta da 180 «fratelli nobili» vestiti con un lungo sacco nero e preceduti da uno stendardo costato ben duemila scudi d'oro. Tra loro c'è lo storico Cesare Clementini. Nella sua cronaca ricorda i conterranei che hanno avuto un ruolo nell'organizzazione ecclesiastica quali capitani, maestri di Camera, canonici di San Pietro, segretari secreti, inquisitori, vescovi, cardinali, nunzi. Come a dire: se Roma è «caput mundi», la nostra città vi gravitava con un ruolo privilegiato.
    La «magnifica pompa» del corteo contrasta con le condizioni in cui vive Rimini. Nel 1601 il Consiglio generale discute dei danni provocati dalle eccessive spese per il lusso del vestire e per i funerali. Un'altra piaga affligge la comunità, il gran numero di cialtroni e vagabondi. Sin dalla metà del Cinquecento il vagabondaggio è un problema europeo, legato soprattutto alle carestie. C'è chi lo interpreta secondo l'antica tradizione cristiana che vede nei poveri dei fratelli da aiutare. Altri, come certi cattolici e soprattutto i protestanti, sostengono che i poveri meritano soltanto il castigo. Alla condizione di povertà dei vagabondi s'avvicina l'amministrazione pubblica di Rimini per la mancanza del denaro necessario alle spese locali ed alle imposizioni governative, come le riparazioni al porto di Civitavecchia.


    2. Carestie, pesti e guerre
    Le carestie sono frequenti in tutto il continente. Conseguenze disastrose hanno quelle del 1594-1597 e del 1659-1662. Da Roma nel 1558 si era scritto: «Nulla di nuovo qui, tranne il fatto che ci sono delle persone che muoiono di fame». Dopo di che si descriveva un banchetto culminato in statue fatte di zucchero. Lo stesso abbagliante contrasto tra vita comune e feste pubbliche si registra a Rimini. Nel 1627 l'arrivo del nuovo vescovo Angelo Cesi (fratello di Federico, fondatore dell'Accademia dei Lincei nel 1603), mette in angustia gli amministratori civici «per quel male perpetuo e irrimediabile della borsa esausta» (C. Tonini). E per onorare il duca di Toscana si sborsano 1.048 scudi. In prestito se ne trovano soltanto 600. Tre anni dopo ne occorrono 3.650 per organizzare il cordone sanitario contro la peste arrivata ad Imola.
    Carestie, pestilenze e guerre (lontane, ma segnalate in loco dai continui, costosi passaggi di truppe), sono i mali che affliggono pure la nostra città. Un conflitto (contro il duca di Parma) che nel 1630 svanisce a causa della peste, mette in crisi il capitano Lorenzo Tingoli. Aveva assoldato a sue spese una compagnia di corazze sperando di fare la solita fortuna d'ogni campagna militare che per gli altri seminava miseria e morte.
    Scarso raccolto è segnalato nel 1606. Epidemie in bovini, pecore e porci, nel 1611. In tutta la regione è avvertibile un processo d'involuzione a partire dal 1618-19. Nel biennio 1628-29 una carestia prelude alla peste del 1630. Per un'altra «straordinaria carestia» nel 1648 (C. Tonini) il governatore di Rimini vive «in grandissime angustie», come lui stesso scriverà più tardi, «perché quel popolo nemico della nobiltà, minacciava sollevarsi». Ma per l'anno successivo (1649) monsignor Giacomo Villani ricorda una rivolta della «plebs ariminea» contro i consiglieri municipali ed i cattivi amministratori dell'Annona per l'eccessivo costo del grano di cui «tota Italia fuit in penuria». Nel 1615, come leggiamo ancora in Villani, un'altra insurrezione popolare aveva distrutto il ghetto ebraico.


    3. Nuova fiera sul porto
    Villani nel 1650 attribuisce ad un'eclissi di luna la rovina d'Italia prodotta dalle guerre. Nel 1618 per carestie ed epidemie egli ha dato la colpa all'apparizione di una cometa. Secondo Villani la crisi di Rimini nasceva dalla scomparsa dei cittadini migliori. Erano rimasti gli incapaci ed i meno ricchi. Di soldi in giro ce ne sono pochi. Il cardinal legato riduce le cariche (a pagamento) in Consiglio civico, i cui componenti passano da 130 a 80. Diminuisce la popolazione urbana. Dalle circa diecimila anime tra fine 1500 e 1608, si passa nel 1656 a 7.717 con più di tre anni. Sui dati precedenti manca ogni altra precisazione circa l'età. Nel 1524 le anime registrate sono 5.500, ma dai cinque anni in avanti. L'alta mortalità infantile faceva prendere queste precauzioni statistiche.
    Nel 1656 la città ottiene dal legato una nuova fiera sul porto in onore di sant'Antonio da Padova dal 6 all'11 luglio inclusi. All'inizio del secolo la crisi economica aveva unificato ad ottobre in una «fiera generale» i tre appuntamenti tradizionali: la fiera delle pelli per sant'Antonio (12-20 giugno), la fiera di san Giuliano (presente dal 1351) tra 21 giugno e 22 luglio e la fiera di san Gaudenzio (nata nel 1509) ad ottobre. Era l'effetto di un declino commerciale ed economico a cui non si sapeva reagire. Già nel 1613, narra Adimari, cinquanta mercanti tra forestieri e cittadini, avevano chiesto una nuova fiera in primavera, «mossi dalla bona commodità del vivere et negotiare, et conversare et fare esito delle loro mercantie in questa città». Finalmente nel 1656 c'è questa iniziativa che si ripete nel 1659, ma è sospesa nel 1665 quando il governatore di Rimini rifiuta di prorogarla. Riprende il 22 maggio 1671 per undici giorni (cioè sino al primo giugno), con l'autorizzazione di papa Clemente X del 13 agosto 1670.


    4. Ricerca della data migliore
    Nel 1678 l'apertura è posticipata al 3 agosto, per sperimentare «se in questo tempo potesse prendere quell'augmento che hoggi giorno fa' conoscere l'esperienza non ritrovarsi, a causa forse di venire in tempo scarso di monete per non essere seguiti li raccolti». Non sono d'accordo i doganieri: in agosto con la franchigia per la fiera riminese, non pagherebbero dazio le barche che ritornano dalla fiera di Senigallia. Il 10 maggio 1681 la fiera sul porto è sospesa. Ogni anno era andato «diminuendo il concorso» di mercanti e compratori per cui non portava «se non incomodo» ai commercianti di Rimini (AP 871).
    Nel 1691 la fiera riprende. L'anno precedente il prefetto delle «Entrate» ha scritto al Consiglio: sono andate in disuso e sono state tralasciate le due fiere tradizionali, quella d'ottobre dalla porta del borgo di san Giuliano alla Madonna del Giglio, e l'altra di maggio sul porto (AP 873). Nel giro di un secolo l'appuntamento autunnale di san Gaudenzio era passato dal borgo di porta romana a quello di san Giuliano. Il prefetto proponeva di «rimettere ò l'una ò l'altra», con un calendario adatto sia alla città sia ai mercanti forestieri.
    Il 17 giugno 1690 il Consiglio civico aveva approvato (25 contro 12) di ripristinare alla fine del maggio 1691 «la fiera che si faceva nel Porto», seguendo concessioni e privilegi papali del 1670. Il segretario comunale Felice Carpentari il 18 ottobre 1690 ha suggerito un posticipo al 6 luglio, in deroga agli ordini di papa Clemente X del 1670, «parendo che in detto tempo si rendesse più facile l'introduzione, e più numeroso il concorso» dei mercanti. Ed il Consiglio ha approvato (34 contro 6).
    Il 14 febbraio 1693 non è però giunta ancora l'autorizzazione allo spostamento della data quando in Consiglio si legge ed approva (32 contro 11) un nuovo memoriale del prefetto delle «Entrate» che invita ad osservare il vecchio calendario di fine maggio. Lentamente le fiere riminesi vanno di nuovo «in disuso». Soltanto nel 1726 si riapre quella sul Porto in onore di sant'Antonio (AP 626).


    5. I danni del terremoto
    Per tutto il XVII secolo grava su Rimini anche la minaccia dei pirati barbareschi. Nel 1673 Clemente X finanzia la costruzione di sei torri costiere d'avvistamento e difesa. Ma anche i pirati sono presto oscurati: nel 1672 la città è stata devastata dal terremoto del giovedì santo. Per molti, leggiamo in una cronaca anonima, seguì «prima la sepoltura che la morte». Il papa manda 12 mila scudi per sistemare le case dei poveri. La ricostruzione è lenta. Circa quella della chiesa della Colonnella, documenti inediti smentiscono vecchi studi . I restauri non terminano nel 1676. Anzi l'anno dopo ancora manca da Roma la licenza di riedificazione. Nel 1688 figura in piedi il cantiere al convento. Non può quindi essere del 1676 l'epigrafe (scomparsa) a ricordo della conclusione dei lavori, firmata dal secondo priore della chiesa. Anche perché un'altra epigrafe (scomparsa) datata 1686 reca la firma del primo priore Girolamo Serra. Mentre il terzo priore di un'ultima epigrafe (pure essa scomparsa) è collocato nel 1682 in successione fra il secondo ed il primo priore. Altrove si legge che un'epigrafe ben nota (citata da C. Tonini), è del 7 settembre 1698. Essa invece si riferisce al 7 settembre 1682, data dell'investitura ai Padri Riformati del Terzo Ordine. La cifra è scritta: «MDCXIIXC». Va letta «1600 più (100 meno 18)» ovvero 1682.
    Nel 1676 dal vescovo il Consiglio ottiene il parere favorevole ad utilizzare nei restauri i denari dei legati per le lampade della chiesa. Ma ogni decisione spetta a Roma. Invece il vescovo contesta l'investitura ai Riformati, che trova contrari anche i Minimi i quali ricorrono alla Congregazione del Concilio. L'investitura legale del 7 settembre 1682 è preceduta da delibera del Consiglio del 16 ottobre 1680. Il 4 maggio 1682 (prima dell'investitura) il Padre provinciale di Bologna Ippolito Rosini assicura ai sei religiosi della Colonnella un sostegno economico garantito da tre conventi della sua Provincia: la Carità di Bologna, il Pradello (ossia Piratello) di Imola e di San Rocco «fuori di Cesena». Ad essi sarà associato nel 1683 quello di Santa Maria di Curola (ora Corla) a San Martino in Argine di Molinella.


    6. La grande inondazione della Marecchia, 1614
    In una cronaca di Anonimo datata 1728 le vicende riminesi a partire dall'anno 1601 sono narrate in una successione cronologica che passa in rassegna personaggi eminenti ed eventi clamorosi. Si comincia con il capitano Antonio Tonti «insigne ingegnere nelle guerre del Piemonte». Si prosegue con le immagini miracolose della Vergine della Polverara e del Molinazzo fuori porta di sant'Andrea. Si alternano le «discordie con i Veneziani» (1606, anno di gelo e vento), la nomina di Michel Angelo Tonti a cardinale (1608), ed il miracoloso salvataggio di un giovane che stava per annegare, davanti all'immagine della Madonna della Scala da lui impetrata. E che i borghigiani riconoscenti vollero onorare con la chiesetta terminata nel 1611.
    Un'altra storia d'acqua è quella presentata del 1614, quando «fu una inondazione così grande, che unitasi la Marecchia con altri fiumi, e massime in lontano col Rubicone che apportò danno molto notabile restando le barche, cessata quella disperse per gli orti di Marina, e molte fracassate, e moltissimi marinari anegati, e molte merci perite, e la terra per tutta la campagna ove era stata l'inondazione restò per molto tempo infeconda». Due anni dopo per un fortunale (citato dal canonico Giacomo Antonio Pedroni nei suoi «Diari» gambalunghiani), affondano molte barche, «s'affogarono assai persone» e si registrano molti danni nel borgo di san Giuliano. Nel 1646, secondo l'Anonimo, è il gran caldo a provocare la morte di molti mietitori «sul campo».
    Prima di elencarci l'apparizione in cielo d'una gran cometa (1618), l'arrivo del nuovo vescovo Cipriano Pavoni (abate degli Olivetani di Scolca) e l'apertura della libreria pubblica nel palazzo di Alessandro Gambalunga (1619), l'Anonimo si sofferma brevemente sulla cacciata degli Ebrei da Rimini (1615) «per le infinite indegnità che comettevano contro la nostra Santa Fede, ed imagini de' Santi, ed altre enormità le quali non è da me dirle».


    7. Una nobiltà spiantata
    Un altro memorabile evento è del 1629. Il canonico Giovanni Antonio Pavoni prima di ripartire alla volta di Roma fa un giro veloce a salutare i parenti. Entra in casa del nipote Alessandro «col quale passava grandissima inimicizia» per motivi di soldi. Vi trova soltanto la moglie, Diamante Diotallevi. Conclusi i convenevoli di rito, mentre s'avvia ad uscire incontra il nipote che, visto lo zio, pone mano alla spada. Lo zio gliela toglie. Il nipote sfodera una pistola con cui ferisce mortalmente il canonico. Alessandro è l'ultimo erede di casa Pavoni che s'estingue nel 1635 con la sua scomparsa.
    Nel bene e nel male i protagonisti di questa cronaca sono unicamente personaggi illustri, gli esponenti della ristretta oligarchia patrizia che governa la città: «Una nobiltà provinciale, presenzialista e spiantata, preoccupata solo di salvare le apparenze e gettare fumo negli occhi. Con esiti disastrosi per le finanze pubbliche», come leggiamo sul web in una pagina non firmata, ma certamente uscita dalla penna arguta di Piero Meldini. Che facendo la storia della Biblioteca Gambalunga (p. 24) riporta l'«eloquente e malizioso» ritratto del «tronfio quanto spiantato ceto patrizio locale» (sono parole di Meldini) composto nel 1660 dal bolognese Angelo Ranuzzi , referendario apostolico e governatore di Rimini: «Vi sono molte famiglie antiche e nobili che fanno risplendere la Città, trattandosi i Gentiluomini con decoro et honorevolezza, con vestire lindamente, far vistose livree et usar nobili carrozze: nel che tale è la premura et il concetto fra di loro, che si privano talvolta de' propri stabili, né si dolgono di avere le borse essauste di denari per soddisfare a così fatte apparenze».
    I dimenticati della Storia passano sullo sfondo. Sono ricordati con qualche riga quando certi eventi interessano tutta la collettività. Come per l'«inondazione così grande» che colpisce le principali attività dell'economia riminese, marineria ed agricoltura. E che affascina le fantasie degli storici ottocenteschi come Carlo Tonini. Nel narrarla egli rimanda non alla miseria che dovette seguirne per molte famiglie (se non per buona parte della città), ma ad un ricordo letterario. Scrive che a quella alluvione si potevano «ottimamente applicare i versi delle Metamorfosi di Ovidio, ne' quali è si vivamente descritto il Diluvio di Deucalione e di Pirra».


    8. La lettura del passato
    Il cronista Carlo Tonini che torna sul fatto due secoli dopo rispetto ai colleghi secenteschi, ci consegna un'immagine ben delineata del modo con cui a Rimini si è scavato in questo campo: con il paraocchi della buona letteratura sotto le cui ali protettrici tutto si pone, spiega ed illumina. Tonini immaginava di rivolgersi soltanto a pochi, eruditi lettori i quali come lui sapevano ovviamente tutto di Ovidio, del mito pagano del diluvio (derivato da Esiodo), come se fossero quel Giacomo Leopardi che racconta le stesse cose ad apertura programmatica delle «Operette morali» nella «Storia del genere umano», non per soddisfare curiosità dotte, ma per mettere in crisi tutto un sistema pensiero (alla fine «Giove [...] mandò in terra la Verità e rimosse tutti gli altri antichi fantasmi, ad eccezione dell'Amore: sorse così la quarta ed ultima età dell'uomo, quella della infelicità»). Ovidio aveva fatto di Deucalione il simbolo di una rinascita. Scelto da Zeus assieme alla moglie Pirra per la pietà che li caratterizzava, si salva con lei durante i nove giorni di diluvio che sommerge la Grecia quale punizione divina alla degenerazione umana.
    Quando Carlo Tonini raccoglie le memorie riminesi già da tempo gira la triplice lezione «cattolica» di Alessandro Manzoni. Contro la mitologia «pagana». Sui limiti della Storia che «è costretta a indovinare. Fortuna che c'è avvezza». E sul considerare la Storia come frutto soltanto dell'azione di pochi uomini illustri. Su quest'ultimo aspetto si sofferma nell'ironica «Introduzione», dove demistifica le pretese dei vecchi libri di raccogliere le vicende umane in una solenne sfilata di personaggi egregi, quegli «Heroi» che il Gran Lombardo deride non per semplice gusto letterario, ma in virtù d'una concezione religiosa che fa degli umili i protagonisti della Storia stessa. Di contro s'eleva la vecchia, drammatica concezione del mondo illustrata da don Rodrigo: «Son come gente perduta sulla terra; non hanno neanche un padrone: gente di nessuno».
    Ma la Milano di don Lisander è molto diversa da una città di periferia come Rimini dove le novità giungevano in ritardo o non giungevano affatto. Però Carlo Tonini s'era laureato in legge a Roma. Cioè aveva vissuto un'esperienza non provinciale. Il padre lo descrive tutto preso dagli interessi filologici e dalle Belle Lettere. Fu poeta in cerca di gloria con versi di «gusto oraziano e di significato cristiano» (Masetti Zannini, p. 52). Possiamo immaginare il suo scandalo quando, avendo chiesto all'alunno Giovanni Pascoli «quale fosse la sua dottrina di carattere filosofico e religioso», si sentì rispondere: «Io, signor professore, la penso come Giacomo Leopardi». Con un retroterra da letterato umanista, Carlo Tonini ben poco può interessarsi alla sorte (non alla filosofia) del «semplice pastore», alle vicende dei poveri marinai e dei contadini disgraziati. Tutti costoro quando appaiono nella sua «Storia» sono appena un breve accenno, quasi involontario nei suoi progetti narrativi. La gente vera e viva s'intravede più facilmente attraverso i documenti inediti che a migliaia sono conservati nei pubblici archivi.


    9. Le carte raccontano
    Torniamo ad esempio alla storia della chiesa della Colonnella che abbiamo ricordato a proposito del terremoto del 1672. Un passo indietro. La chiesa è affidata nel 1517 alla «Congregazione di S. Maria degli Angeli di Venezia» degli eremiti di san Girolamo di Fiesole, fondata nel 1360 da Carlo dei conti di Montegranelli, sacerdote e terziario francescano. Essi sono presenti in laguna dal 1412. Da noi giungono nel 1504 (durante la dominazione veneziana, 1503-1509), ottenendo il convento e la chiesa di Santa Maria degli Angeli «alla Patarina» (zona dell'anfiteatro). Al priore di tale chiesa, Salomone da Treviso, è concessa la Colonnella nel 1517. I Girolomini «fiesolani» non vanno confusi con quelli di Pisa, nati nel 1380 per volere del beato Pietro Gambacorta (1355-1435), ed attivi a Rimini nel 1494 quando comprano l'oratorio di sant'Onofrio. I «fiesolani» sono soppressi nel 1668: perché, scrive nel 1773 papa Ganganelli («Dominus ac Redemptor»), «non portavano nessun utile o vantaggio al popolo cristiano».
    Nel 1669 la Colonnella è affidata ai padri Angiolo e Filippo dell'ordine dei Filippini. Nel 1671 è istituita una commissione comunale per trattare l'investitura della chiesa ad altro ordine. Nel 1676 il cardinal Gasparo Carpegna, prefetto della Curia romana, raccomanda un don Carlo Ricci. Nello stesso anno in Consiglio a Rimini sono ballottati gli Osservanti di san Bernardino e i Riformati del Terzo ordine che prevalgo con 46 voti contro 36. Nel 1678 i Riformati non hanno ancora accettato, poi il 16 ottobre 1680 avviene la loro investitura resa legale il 7 settembre 1682. Pare che tra 1676 e 1682 abbiano officiato cappellani locali.
    Il 4 maggio 1682 il Padre provinciale di Bologna Ippolito Rosini assicura ai sei religiosi destinati alla Colonnella un sostegno economico che però arriverà soltanto in parte. Nel 1726 il debito sarà di 2.480 scudi sui 2.772 dovuti, pari all'89,47%. Padre Rosini è subentrato come provinciale nello stesso 1682 a Giacomo Guidotti che era stato nominato nel 1681. Guidotti, priore a Santa Maria della Carità di Bologna, il 16 ottobre 1680 era stato scelto a Roma dal Ministro generale quale responsabile della costruzione e del restauro della Colonnella. Nel 1681 Guidotti come provinciale ha nominato i titolari di San Rocco di Cesena (Placido Fantini), di Santa Maria del Popolo a Forlimpopoli (Giovanni Battista Caleffi) e di Santa Maria della Carità di Bologna dove è mandato padre Girolamo Serra, che sarà il primo priore di Rimini. Padre Guidotti diverrà successivamente ministro generale. Un volume bolognese del 1690, conservato nell'Archiginnasio, lo ricorda in tale carica quale erede di Lodovica Segni Tebaldi per beni destinati a Santa Maria della Carità.

    Antonio Montanari


  • Ebrei «necessarissimi» per Rimini
    Contro la crisi nel 1670 si richiede il ghetto


    Alcuni inediti documenti del XVII secolo, conservati nell'Archivio di Stato di Rimini, permettono di scrivere in maniera del tutto nuova la storia dei rapporti fra la nostra città e gli Ebrei.
    Abbiamo già considerato in precedenti pagine alcuni fatti.
    Nel 1548 Rimini istituisce per gli Ebrei un ghetto, sette anni prima della «bolla» di Paolo IV che lo impone in tutto lo Stato della Chiesa.
    Nel 1615 il ghetto riminese è distrutto da una rivolta popolare (stando al racconto di monsignor Giacomo Villani). In essa ebbero un ruolo d'istigatori i padri Girolomini o Romiti di Scolca (a quanto si ricava da un testo del canonico Giovanni Antonio Pedroni cit. da C. Tonini, «Storia di Rimini», VI, 2, p. 761).
    Nel 1656 a «un tal Hebreo Banchiere» è concessa l'apertura di un banco con la facoltà di recare con sé la famiglia. Nello stesso anno comincia la nuova fiera di sant'Antonio sul porto.
    Il 16 giugno 1666 il Consiglio municipale boccia la proposta di chiedere al papa di ricostituire il ghetto ad «utile e beneficio» della città.
    Il 14 febbraio 1693 alcuni commercianti ebrei «soliti a venire a servire con le loro mercanzie» a Rimini, ottengono l'autorizzazione ad inoltrare al pontefice la supplica per poter rientrare in città: un loro memoriale letto in Consiglio [AP 873]. Nel verbale di quella riunione si legge che «d'alcun tempo in qua» a loro era stata proibita la dimora in Rimini con danno comune sia del Monte della Pietà sia della dogana e di «altro».

    Amici
    romani
    Il primo documento inedito che presentiamo è del 28 dicembre 1670 [AP 453].
    In una lettera dei consoli di Rimini al loro procuratore romano Ceccarelli leggiamo che al papa era stata inviata la richiesta di concedere la «facoltà di poter eriggere in questa Città un nuovo Ghetto d'Hebrei».
    A Ceccarelli si suggerisce di richiedere agli organi competenti che la pratica sia affidata ai due monsignori indicati nel testo, «con i quali habbiamo noi per riparare in ogni caso le difficoltà che si potessero incontrare».
    Con Ceccarelli infine i consoli lamentano il ritardo nell'istruzione di quella pratica da parte dell'agente romano, Baldassare Papei.
    Due altre missive inviate al procuratore Ceccarelli [19 marzo e 9 aprile 1671, AP 453] indicano i motivi che spingevano la nostra comunità a richiedere la riapertura del ghetto: occorreva portare «sollievo» economico a Rimini introducendo un «qualche poco» di commercio, fondamentale per una ripresa nelle «presenti contingenze della nuova fiera» per la quale gli Ebrei erano «necessarissimi».
    La «nuova fiera», autorizzata da papa Clemente X il 13 agosto 1670, doveva tenersi (come quella del 1656) sul Porto sempre in onore di sant'Antonio da Padova, avendo come scopo di ricavarne «utile, e solievo grande» alla città ed al suo territorio.
    Il regolamento, registrato in Roma il 22 febbraio 1671, ne prevedeva lo svolgimento tra il 25 maggio ed il primo giugno.
    Ceccarelli aveva il compito di far da tramite fra Rimini ed un monsignore (Fani) a cui i consoli s'indirizzano il 19 marzo 1671 ribadendo che un nuovo ghetto sarebbe stato di «sollievo» alla città perché avrebbe portato ad un aumento dei traffici e «del numero delle persone tanto necessario qui alla scarsezza del Popolo, e del denaro».
    Si aggiunge con il monsignore che la città aveva bisogno di uscire da uno stato di «depressione» tentando «i proprij, e più risoluti sollievi».
    Se ne ricava che i riminesi cercano di rinascere con le loro stesse forze (soprattutto perché non possono confidare in aiuti esterni, date la generale situazione di crisi), ma hanno necessità di avere in città chi, come gli Ebrei, favorisse la circolazione del denaro e quindi le attività mercantili.
    La richiesta del nuovo ghetto non approda a nulla perché essa era in contrasto con le norme vigenti nello Stato della Chiesa.

    Perniciosi
    ma utili
    In un altro documento inedito, il «Bando contro gli Hebrei» emanato dal cardinal legato di Ravenna il 9 aprile 1624 si richiama una «bolla» di Clemente VIII (1592-1605) che aveva proibito agli Ebrei di aver domicilio e stanziare nello Stato ecclesiastico se non a Roma, Ancona e Ferrara.
    La «bolla» dovrebbe essere del 1593. Ma il richiamo a Ferrara rimanda al 1598, quando avvenne l'annessione dei domini estensi.
    Ciò premesso il legato ravennate nel 1624 scrive: «per combattere le pernizie che suol apportare a Christiani la frequenza, e la continua pratica di queste genti», si ordina agli Ebrei ancora presenti nelle sue terre di partirsene entro due giorni.
    Con la proibizione del domicilio, conclude il bando del 1624, non s'intende di proibire agli Ebrei pure «che per occasione di mercantie da comprare o vendere non possano andare e capitare in tutte le città, e luoghi». E ciò in virtù di quanto concesso, poco dopo la ricordata «bolla» di Clemente VIII, da un «motu proprio» pontificio che permetteva «tre o quattro giorni per ogni soggiorno per dimorare in una città».

    Per il libero
    commercio
    Queste disposizioni non furono sempre applicate se, come già ricordato, nel 1693 «gli Ebrei che erano soliti a venire a servire con le loro mercanzie» la città, presentano al Consiglio di Rimini un memoriale che denuncia la discriminazione attuata nei loro confronti, e che ha lo scopo di richiedere l'autorizzazione ad inoltrare una supplica al papa perché quella discriminazione cessasse.
    Nel verbale consiliare si legge che la presenza degli Ebrei recava «vantaggio» a tutta la città, e che gli autori del memoriale avevano «buon mezzo a Roma per far penetrare» al pontefice i danni notevoli provocati dalla mancanza di un «libero commercio».
    I testi che abbiamo citato permettono di leggere in controluce alcuni aspetti della vita sociale di Rimini di quel periodo. Nel ceto dirigente è presente la consapevolezza che soltanto il «libero commercio» può permettere una ripresa economica.
    Le linee politiche locali si scontrano con il potere politico (ed ecclesiastico) centrale e periferico (cardinal legato, vescovo).
    Per conseguire i risultati sperati, Rimini deve ricorrere a raccomandazioni romane che in altri documenti e in molte vicende sono una costante: esse, come nel caso del ghetto, non sempre recano i frutti sperati. (Di tutte queste raccomandazioni parleremo altra volta.)
    Non esiste in quel ceto dirigente una pregiudiziale antiebraica e non si accettano passivamente da parte di esso le disposizioni romane. Anzi ci si adopera per vederle superate o sconfessate con un atteggiamento laico riscontrabile anche in altri momenti della vita del tempo (come nella cultura).
    Infine credo che pesi molto la vicinanza con Pesaro, sottoposta dal 1631 al governo romano. Nella città marchigiana gli Ebrei erano diventati sudditi pontifici ed avevano continuato a risiedervi.
    I consoli riminesi che reggono le sorti della municipalità nel primo bimestre del 1693 (la decisione che abbiamo riportato risale alla seduta consiliare del 14 febbraio), sono Domenico Tingoli, Scipione Diotallevi, Pietro Cima, Federico Tonti, Pasio Antonio Belmonti, Niccolò Paci, Francesco Ugolini.
    Domenico Tingoli (+1716) è suocero di Scipione Diotallevi che ha sposato Maria Maddalena, nata da Maria Francesca Olivieri, pesarese, sorella di Fabio Olivieri (1658-1738, cardinale nel 1713) e cugina del Gianfranco Albani, cardinale dal 1690 e poi papa Clemente XI (1700-1721). Annibale Tingoli, fratello di Pompeo (+1616) che era il nonno di Domenico Tingoli, aveva sposato Maddalena Gambalunga sorella di Alessandro Gambalunga, il creatore delle biblioteca pubblica riminese.
    Alessandro Gambalunga era marito di Raffaella Diotallevi appartenente alla stessa famiglia di Scipione genero di Domenico Tingoli. Una Violante Diotallevi era stata la prima moglie di Pompeo Tingoli. Il quale dalle seconde nozze ha Violante che sposa un Francesco Diotallevi.
    Il padre di Domenico Tingoli, Carlo, ebbe come fratello il celebre Lodovico (1602-1669) che sposò Lucrezia Belmonti, alla cui famiglia appartiene un altro console del 1693, Pasio Antonio Belmonti.
    Lodovico Tingoli fu aggregato alle più importanti accademie italiane, tra cui quella degli Incogniti di Venezia. E fu autore con suo nipote (acquisito) Filippo Marcheselli detto seniore, de I cigni del Rubicone (Bologna 1673). Filippo seniore (1625-1658) era figlio di Francesco Maria Marcheselli e di Cassandra Belmonti, sorella di Lucrezia moglie di Lodovico Tingoli.
    Un altro figlio di Cassandra e Francesco Maria è Giovanni Battista Marcheselli che sposa Ginevra Tingoli, figlia di Lodovico e Lucrezia Belmonti, e che genera Filippo juniore (1665-1711).
    Finora si era ritenuto, sulla scorta di Carlo Tonini, che Filippo Marcheselli seniore fosse figlio di una sorella non di Lucrezia Belmonti ma dello stesso Lodovico Tingoli. (La notizia corretta sulla parentela e sin qui inedita, è contenuta nel fascicolo Marcheselli, AP 731, Archivio di Stato di Rimini, Archivio storico comunale di Rimini. Tonini dal fatto che Lodovico Tingoli fosse zio di Filippo seniore, aveva concluso che il giovane fosse nato da una sorella di Tingoli stesso.)

    La fiera
    sul porto
    Alcuni di questi Ebrei pesaresi li ritroviamo appunto nella fiera del 1671 (durata non gli otto giorni previsti, ma undici, da venerdì 22 maggio a lunedì primo giugno), assieme a colleghi di Ancona ed Urbino.
    In tutto le ditte di Ebrei intervenute sono otto: tre per Ancona ed Urbino, due per Pesaro, con undici presenze che, sopra un totale di 168 presenze, rappresentano il 6,5%.
    Le merci da loro introdotte in fiera con undici presenze totali hanno un valore pari al 28,25% di tutte le merci.
    Gli affari invece sono magri: dei 5.914 scudi dichiarati come valore delle merci entrate, essi vendono soltanto il 16, 82%, pari a 995 scudi (cioè il 10,16% del venduto totale, pari a 9.787 scudi).
    Gli anconetani vendono 110 scudi su 144; i pesaresi 450 su 1.500, gli urbinati 435 su 4.270. Il totale del venduto è di 995 scudi, su 5.914 di merci introdotte in fiera.
    Questi otto mercanti ebrei lavorano nel settore tessile-abbigliamento.
    Le loro undici presenze sono il 17,74% di quelle dell'intero settore, pari a 62 dei 168 ingressi complessivi in fiera per i vari settori merceologici. Il tessile-abbigliamento costituisce il 36,9% dell'attività fieristica.
    Le 62 presenze dei mercanti del settore introducono merce per 15.643 scudi (sui 20.929 complessivi, pari al 74,74%), e ne vendono 6.684 su 9.791 (68,26%). Rispetto alla media del settore del 68,26, gli ebrei raggiungono, come si è detto, soltanto il 16,82%.
    Un confronto fra i tipi di prodotti offerti dagli Ebrei meno favoriti nella fiera riminese e quelli di altri mercanti, non porta a riscontrare differenze di qualità (con conseguente maggior costo) che giustifichino il dato finale. Cioè se gli Ebrei complessivamente vendono di meno, ciò pare dovuto più ad un pregiudizio nei loro confronti che ad obiettivi elementi commerciali.
    Se ad esempio consideriamo i panni e le «panine», vediamo che i sette mercanti che li presentano, vendono il 51,3%, contro lo zero del loro collega ebraico Leomber in uno dei suoi tre ingressi in fiera nella quale complessivamente non gli va troppo bene: vende soltanto «seta e pizzi d'oro», immaginiamo ad una clientela più benestante e con meno pregiudizi religiosi nei suoi confronti. Questo aspetto rimanda al discorso sulla distruzione del ghetto nel 1615 operata da una rivolta popolare.

    Ancona, Pesaro
    ed Urbino
    Vediamo nei particolari l'attività di questo mercanti ebraici.
    Da Ancona arrivano: Bonaventura Ireni (con «taffettà, bottoni, fasce da marinaro»; venduti 70 dei 100 scudi dichiarati), Samuelle di Salvadore (con «penne da cappello»; non vende nulla dei 4 scudi dichiarati), Iacobbe Leone (con «saie di Bergamo» [panno lucido, sottile e leggero]; vende tutti i 40 scudi entrati).
    Da Pesaro provengono due ditte: Leomber e compagno (presenti tre giorni, vendono 400 scudi dei 1.300 dichiarati di seta, pizzi d'oro, «panine diverse» [panni rozzi, di scarso valore], bavella [filamento di seta] e seta); e Salomone e Bandar (con «robba sottile»; venduti 50 dei 200 scudi entrati).
    Da Urbino giungono: David di Moiese (presente due giorni, con cotone di Fossombrone, saie francesi, camellotti [panno confezionato con lana mista a pelo di capra], calzette di Fabriano e «diverse robbe» dal valore di 1.200 scudi, di cui 165 venduti), Aron di Michele (lana venduta tutta per 70 scudi), e David Vinante e Sabbà da Castro (vendono 200 dei 3.000 scudi di saie e droghetto [stoffa francese di lana a basso prezzo]).


  • La presenza degli Ebrei a Rimini dal 1015 al 1799
    Primo capitolo

    1548, Rimini anticipa il ghetto ebraico
    Sette anni dopo c’è la «bolla» di Paolo IV


    Il 22 luglio 1548 il Consiglio generale della città obbliga gli Ebrei riminesi a non abitare fuori delle tre contrade dove già si trovavano. Si anticipa così il provvedimento di papa Paolo IV che con la «bolla» intitolata «Cum nimis absurdum» del 17 luglio 1555 istituisce il ghetto in tutto lo Stato della Chiesa seguendo il modello realizzato nel 1516 dalla Serenissima Repubblica di Venezia. La «bolla» pontificia induce la nostra Municipalità il 20 agosto 1555 a delimitare la zona in cui agli Ebrei è permesso risiedere, ovvero la sola contrada di Sant’Andrea corrispondente all’odierna via Bonsi, in un tratto che va dall’angolo degli attuali Bastoni Occidentali (detti allora «Costa del Corso») sino all’oratorio di Sant’Onofrio. All’inizio ed alla fine del ghetto sono posti due portoni.
    Le tre contrade citate nel 1548 sono quelle di San Silvestro, Santa Colomba e San Giovanni Evangelista. La chiesa di San Silvestro sorgeva nell’attuale piazza Cavour chiudendola verso la nostra via Gambalunga. Fu atterrata nel 1583 «per la nuova fabbrica del Palazzo Comunale, e per rendere libera tutta la piazza della fontana fino alla strada maestra», ora corso d’Augusto (Tonini, «Mille», p. 55).
    La parrocchia di San Silvestro occupava la zona che partendo dalla piazza è delimitabile con il corso d’Augusto, via Cairoli e via Sigismondo.
    Attraversata dall’odierna via Cairoli verso l’esterno (cioè verso Sud) la via Sigismondo, si entrava a sinistra nella parrocchia di San Giovanni Evangelista (Sant’Agostino) a fianco della chiesa; ed a destra in quella di Santa Colomba che prendeva il nome dall’allora cattedrale. Sotto la sua giurisdizione passa la zona amministrata da San Silvestro dopo la demolizione di questa chiesa nel 1583.
    La strada che costeggiava il lato Est della piazza (dove sorge la Pescheria settecentesca) prima è stata chiamata contrada di San Silvestro e poi (dopo il 1583) «del rivolo della fontana» o «del corso», adottando il nome già usato per il tratto che va dal Castello alla piazza.
    La delibera del 22 luglio 1548 prevede per gli Ebrei anche l’obbligo di portare un distintivo. Ma non è una novità. Già il 13 aprile 1515 il Consiglio riminese aveva stabilito il dovere da parte loro d’indossare una berretta gialla se maschi ed un qualche «segno» (una benda anch’essa gialla) se donne. Il precedente più antico risale al 1432 quando Galeotto Roberto Malatesti aveva ottenuto da papa Eugenio IV un «breve» che introduceva per loro il «segno» di distinzione obbligatorio.
    Il provvedimento del 1548 impone anche una serie di divieti che riguardano ad esempio l’acquisto di «beni stabili eccetto casa et Bottega», lo stabilirsi in città «senza licenza» del Consiglio generale e persino il «toccar frutti in piazza, né metter le mani ne’ panieri, cesti o some». Questo editto riafferma una consolidata linea politica locale, diretta a limitare i diritti della comunità ebraica.
    Nel 1489 a carico dei loro componenti era stata decisa un’imposta destinata a finanziare la difesa costiera contro i Turchi. L’astio esistente nei loro riguardi aveva prodotto nel 1429 e nel 1503 un assalto ai banchi ebraici. Da ricordare che nel 1501 era nato il «Sacro Monte della Pietà» (o banco dei pegni) per fare concorrenza ai prestatori ebraici e togliere loro la clientela più povera (fino a cinque lire il prestito era gratis). Ma il 22 giugno 1510 agli Ebrei è stata poi concessa l’autorizzazione a «facere bancum imprestitorum», cioè di svolgere legalmente attività finanziaria. E l’anno successivo è stato stipulato l’accordo con Emanuelino ed Angelo da Foligno che per il loro banco avrebbero pagato alla Municipalità una tassa annua di 400 lire. Delle società di prestito ebraiche nel corso del secolo si servì lo stesso Comune, afflitto da costante mancanza di denaro.
    Nel 1515 (il 13 aprile) si discute la proposta di bandire gli Ebrei dalla città quali nemici della Religione e promotori di scandali nel popolo.

    Non ci fu il tumulto
    di cui parla C. Tonini
    Quel giorno il Consiglio generale approva all’unanimità l’adozione di tre provvedimenti: chiedere licenza al papa di bandire gli Israeliti; far loro pagare le spese per i soldati a piedi ed a cavallo «qui condotti, e trattenuti per guardia de gli Ebrei» medesimi; ed infine stabilire «che nell’avvenire volendo detti Ebrei continuare l’habitatione in questa Città, portassero il capello, o la beretta gialla».
    Per le donne il successivo 28 aprile è introdotta la regola di recare una benda gialla in fronte, facendo loro nel contempo divieto di porre sul capo i mantelli secondo (aggiungiamo noi) l’usanza comune della nostra popolazione di sesso femminile. Restano disattesi questi ordini del segno distintivo se nel 1519, dietro istanza di frate Orso dei Minori di San Francesco, sono ripetuti in obbedienza anche ai «decreti del Sacro Concilio». Gli Ebrei richiedono di non essere costretti alla berretta ed alla benda gialle (secondo il sesso), ma di recare semplicemente un segnale sul mantello. La città ricorre al papa «da cui fu commandato, o che quelli partissero da Rimini, overo obbedissero alla Città».
    I tre punti del 13 aprile 1515 hanno una premessa di tutti rispetto negli atti del Consiglio generale, che è però dimenticata dagli storici (Clementini prima e Carlo Tonini poi). In tale premessa si dice che gli Ebrei erano visti in città come «inimici».
    Carlo Tonini, nel riferire i provvedimenti del 13 aprile 1515, premette che «la città era in tumulto per cagione degli Ebrei». Riferisce che «fu proposto di sbandeggiarli, quali nemici della religione e promotori di scandali nel popolo», chiedendone licenza al pontefice. Conclude che «in causa di questo tumulto fu fatto venire un numero di cavalli di lieve armatura», la cui spesa «volevasi fosse fatta pagare agli Ebrei, alla cui difesa appunto erano venuti que’ militi».
    Il passo di Clementini sui soldati «condotti, e trattenuti per guardia degli Ebrei», ha portato Carlo Tonini a scrivere di un «tumulto per cagione degli Ebrei» (del quale non c’è traccia nel testo di Clementini). Tonini aggiunge che i militi erano stati chiamati in città a «difesa» degli Israeliti, e quindi da considerarsi a loro carico. Clementini aveva parlato di «guardia», termine il quale oltre che difesa (di una parte lesa) può significare anche controllo (e repressione di facinorosi…).
    Se il passo di Tonini sul «tumulto per cagione degli Ebrei» significa che erano stati essi a provocare una sommossa, tale affermazione non ha nessun legame logico con quella successiva, relativa all’intervento di truppa forestiera per proteggerli («alla cui difesa appunto erano venuti que’ militi»).
    Questo controsenso non ci sarebbe nella peggiore delle ipotesi, che cioè quel «per cagione degli Ebrei» significasse che la loro sola presenza in città (che li considerava «nemici») aveva provocato una rivolta popolare arginata dall’autorità manu militari per salvaguardare l’ordine pubblico.
    Nel 1422 papa Martino V aveva fatto divieto agli Ordini mendicanti di provocare sommosse popolari contro gli Ebrei, accusati di avvelenare le fonti dell’acqua e di produrre azzime intrise di sangue umano (Segre, pp. 157/158). Nel 1442 Eugenio IV aveva pubblicato una «bolla» per interrompere ogni rapporto economico fra Ebrei e Cristiani, ordinando agli «infedeli» di vivere isolati e segregati, di portare il solito segno distintivo, di restituire le usure percepite e di non esigerne più per il futuro (ibidem).
    A Rimini la Municipalità il 24 marzo 1540 era stata costretta ad intervenire per difendere gli Ebrei, con l’intimazione ai Cristiani di non colpirne le case ad usci e finestre.  Nello stesso anno gli è concesso di tenere un banco a Rimini, Verucchio e Montescudo.
    Da un atto notarile del 1556 sappiamo che le famiglie ebree riminesi erano allora dodici. Il 7 marzo esse delegano un correligionario a rappresentarle davanti all’autorità cittadina onde chiedere la consegna delle abitazioni necessarie ed adatte alle loro singole esigenze, per non risultare inadempienti alla «bolla» papale.
    Nel 1557 la Municipalità ha già realizzato il ghetto trasferendovi i singoli nuclei famigliari come documenta un rogito del 10 novembre, relativo alla vendita di una casa situata nella contrada assegnata appunto agli Ebrei «pro habitatione».
    Nel 1562 la Municipalità proibisce (29 aprile) ai Cristiani di abitare nella contrada degli Ebrei, ma autorizza (14 ottobre) il ricco Ebreo Ceccantino di avere casa «extra ghettum».
    Nel 1569, il 26 febbraio, Pio V dà il bando agli Ebrei da tutte le sue terre, ad eccezione di Ancona e Roma. Però nel 1586 se ne trovano ancora a Rimini. Essi chiedono in Consiglio il 22 dicembre di poter continuare a vivere «familiariter» in città al di fuori del luogo detto «il ghetto» dove si rifiutano di permanere. Non ricevono risposta, a quanto pare. Il 9 dicembre dello stesso 1586 il Consiglio aveva autorizzato gli Ebrei che avevano licenza di abitare in tutto lo Stato della Chiesa, a risiedere a Rimini appunto nel ghetto.
    Il 19 settembre 1590 sostanzialmente non è approvata in Consiglio la proposta di approntare gli strumenti amministrativi per cacciare dalla città gli Ebrei che non l’avevano ancora abbandonata, e che sono equiparati a «vagabondi e forestieri» per i quali si voleva una pronta espulsione.
    Le cose andarono così: si richiese, ottenendo voto positivo (13 pro, 2 contra), che fossero cacciati gli Ebrei, ma con l’aggiunta fondamentale che ciò sarebbe avvenuto «caso si potesse e vi fosse Motu proprio o Breve pontificio». Il cavillo giuridico contraddiceva l’esito del voto stesso. Gli ordini papali c’erano (il ricordato bando del 26 febbraio 1569 di Pio V), ma evidentemente nessuno aveva voluto in passato applicarli né voleva attenersi ad essi in futuro. Quindi le cose restavano immutate, con la parvenza di una novità, il desiderio di allontanare da Rimini gli Ebrei considerati pericolosi per l’ordine pubblico al pari dei «vagabondi e forestieri».
    Nel 1615 il ghetto è distrutto da una rivolta popolare, secondo il racconto di monsignor Giacomo Villani (1605-1690). Alla «perfida gens Iudeorum» è ordinato di lasciare Rimini, e le porte del ghetto sono distrutte su richiesta di alcuni nobili. Commenta Carlo Tonini: «Così la Città nostra ebbe il contento di vedersi liberata da quella odiata gente» (VI, II, p. 761). La cui vicenda era a suo avviso «principalmente religiosa» (ibidem, p. 748).
    Nel 1656 a «un tal Hebreo Banchiere» di cui non si fa il nome ma che era conosciuto dal mallevadore («il gentilhuomo Hebreo di questa Città»), si concede di aprire un banco con la facoltà di avere presso di sé la famiglia. Il 16 giugno 1666 il Consiglio di Rimini invece boccia (31 contrari, 14 a favore) la proposta di chiedere al papa di ricostituire il ghetto per gli Ebrei ad «utile e beneficio» della città (AP 869, c. 153v, ACR, ASR). Infine nel 1693 alcuni commercianti ebrei «soliti a venire a servire con le loro mercanzie» a Rimini, con un memoriale letto in Consiglio il 14 febbraio ottengono l’autorizzazione ad inoltrare al pontefice la supplica per poter rientrare in città. Come sia andata a finire la faccenda, la Storia non lo dice. Essi ritornano ad apparire (improvvisamente) nei documenti un secolo dopo.
    Torniamo alla via del ghetto. Contrada Sant’Andrea era chiamata nel secolo XVI la strada che oggi conosciamo come via Bonsi. Nel 1615 essa cambia denominazione (racconta Villani), quando il 15 giugno è ordinato agli Ebrei di andarsene da Rimini, ed il loro «vicum» diventa di Sant’Onofrio, come l’oratorio che vi sorge. Successivamente muta ancora, ed è via dei Bottari. A parlare di contrada di Sant’Andrea sono gli atti pubblici della Municipalità del 20 agosto 1555 (AP 859, Archivio di Stato di Rimini, Archivio storico comunale, c. 282v).
    La storia della contrada è legata alla vicenda delle due porte che in epoche successive chiudono l’uscita meridionale della città. Quella «antica», l’arco di porta Montanara ora collocato verso piazza Mazzini, è della metà del XIII secolo (1240-1248, quando si costruiscono le mura federiciane, scrive Luigi Tonini, I, pp. 196-197). Essa sorgeva aderente all’oratorio di San Nicola fra le vie Bonsi e Venerucci.
    Nel XIV secolo è posta sui Bastioni la porta «nuova», demolita nel 1890. Secondo monsignor Villani essa era detta anche «Aquarola» perché attraversata dall’acquedotto (Ravara, p. 19). Nello spazio che vi intercorreva (chiamato «fra le due porte» dal Medioevo sino all’Ottocento) esistettero due ospedali, uno dei quali era definito di Sant’Andrea.


  • La presenza degli Ebrei a Rimini dal 1015 al 1799
    Secondo capitolo

    Dal dazio del porto ai prestiti
    Le attività economiche a partire dal 1015

    La prima notizia relativa alla presenza ebraica in Rimini risale al 1015 e riguarda il teloneo «judeorum» ovvero l’appalto dei dazi d’entrata nel porto, del quale si parla pure in un testo del 1230. In entrambi i casi l’appalto è condiviso con altri soggetti locali, il monastero di San Martino nel 1015 ed i Canonici nel 1230.
    Attività di prestito ad usura sono documentate nel quattordicesimo secolo per Verucchio (1336, da parte di tale Sabbato) e per Rimini: nel 1357 e nel periodo fra 1384 e 1387 figura Manuello di Genatano che compare negli atti notarili assieme a Gaio di Leone, Dolcetta di Guglielminuccio (vedova di Genatano e quindi madre di Manuello), Vitaluccio di Consiglio, Abramuccio di Bonaparte, Matassia di Musetto, Abramuccio di Bonagiunte, Elio di Olivuccio. I ricordati Manuello e Vitaluccio appaiono anche in contratti di soccida, ovvero relativi all’allevamento di bestiame (Muzzarelli, pp. 33-35, 39).
    I prestiti potevano essere restituiti non soltanto a Rimini ma pure a Perugia, Fano, Ancona, Urbino, Forlì, San Marino, Santarcangelo, Montefiore o Gradara. Esisteva cioè un vasto collegamento fra gli agenti finanziari locali e le varie piazze, tra cui negli atti è ricordata pure Mantova (ibidem, p. 35).
    Nel corso del quindicesimo secolo gli Ebrei ebbero notevoli favori da parte dei Malatesti (Jones, p. 15). Agli inizi del Quattrocento Rimini era «costituita prevalentemente da ceti mercantili e artigianali», con «una fiorente comunità ebraica a completare il quadro variopinto di una città cosmopolita» (Vasina, p. 29). Nel 1429 con la morte di Carlo Malatesti finisce l’equilibrio da lui creato all’interno della società riminese, «ed affiorano con immediatezza umori e contrasti da lungo tempo sopiti o repressi» (ibidem, p. 51). Avvengono manifestazioni contro i mercanti forestieri e la comunità ebraica, con il saccheggio dei loro banchi: è un favore fatto agli agenti fiorentini presenti in città come emissari dei Medici i quali vedevano negli israeliti una terribile concorrenza (ibidem, p. 65).
    Abbiamo già ricordato che in questo periodo (1432) Galeotto Roberto Malatesti ottiene da papa Eugenio IV un «breve» che introduce per gli Ebrei il «segno» di distinzione obbligatorio. E che nel 1503 si replica l’assalto contro i loro banchi, due anni dopo la creazione di quello dei pegni, il «Sacro Monte della Pietà».
    Anche Sigismondo fu in rapporto con i banchieri ebraici. Nel 1462 per la fabbrica del Tempio egli ottiene un prestito da Abramo figlio di Manuello di Fano (Vasina, p. 62). Sul finire del secolo quattordicesimo abbiamo incontrato Manuello di Genatano e sua madre Dolcetta. Abramo figlio di Manuello aveva un fratello, Salomone, banchiere ed importante personaggio della comunità ravennate. Abramo e Salomone si trasferiscono dalle nostre parti, e gestiscono un banco nel castello di Montefiore  attorno al 1459 (Muzzarelli, p. 36).
    Salomone sposa Benvenuta da cui ha quattro figli, uno dei quali (Beniamino) sposa Dolcetta avendone due eredi maschi. La madre Benvenuta, il ricordato Beniamino e sua moglie Dolcetta muoiono  di peste nell’arco di dieci giorni durante l’estate del 1482 (Segre, p. 165). Nel 1494 a Cesena è ucciso dalle truppe francesi di Carlo VIII, Rubino di Giacobbe (appartenente ad una dinastia di finanzieri) mentre tentava di fuggire verso Rimini. I furti commessi da quelle truppe a danno della comunità ebraica cesenate, impediscono a quest’ultima di versare alla Tesoreria pontificia la tassa dovuta nel 1494-95, come annotò il cronista cesenate coevo Giuliano Fantaguzzi (ibidem, p. 169).
    A metà del quindicesimo secolo Rimini «continua a rappresentare il principale centro finanziario ebraico della Romagna» (ibidem, p. 162), dalla quale transitano gruppi provenienti dalla Marca e dall’Umbria e diretti nella pianura padana per evitare gli effetti della predicazione degli Zoccolanti contro gli Ebrei e le loro attività finanziarie caratterizzate da tassi che a Ravenna sono documentati anche al 30 ed al 40 per cento (ibidem). Al proposito va però precisato che solitamente gli Ebrei praticavano «tassi notevolmente inferiori agli usurai cristiani» (Falcioni, p. 158).
    I felici rapporti intrattenuti dagli Ebrei con Sigismondo finiscono con «acuire l’intransigenza religiosa popolare e l’odio sociale» nei loro confronti. Negli Ebrei si vede espresso il sostegno ad un regime finanziariamente e politicamente aggressivo, caratterizzato da un’economia di tipo aristocratico in cui una gran massa di bisognosi s’oppone ad una corte di privilegiati (ibidem, pp. 5, 114, 159).
    Legata strettamente al traffico di denaro, è l’impresa agricola gestita con il citato contratto di soccida che prevede la compartecipazione a guadagno e spese, secondo la regola «ad medietatem lucri et damni», come ricaviamo dagli atti relativi a Manuello di Genatano negli anni Ottanta del secolo quattordicesimo (sono ben cinque nell’agosto 1386). La durata del contratto variava da uno a quattro anni.
    Nel 1445 Angelo di Manuello per un anno di affitto di un bue pretende tre sestari di grano che diventano quattro allo scadere dell’anno. Nel 1483 un altro affitto riguarda metà di un bue, per due sestari di grano del successivo raccolto. (Muzzarelli, p. 39)
    Ci sono poi i contratti di enfiteusi, come quello che il prestatore di denaro Elia di Leone stipula nel 1397 con un Cristiano impegnandosi a fornire quanto necessario per coltivare una vigna di tre tornature (ibidem). L’enfiteusi è la concessione di un fondo con l’obbligo di migliorarlo e di pagare annualmente un canone in denaro o in derrate.
    Per gli altri mestieri s’incontrano tintori come Bonaventura di Dattilo, oppure stracciaroli come Abramo di Giacobbe detto «el seccho» e Sabatuccio di Salomone (Muzzarelli, p. 40), oltre ad un Abramo di Angelo da Rimini che poi opera a Ravenna, dove è presente un suo ricco collega nel mestiere, il forlivese Daniele detto Maiucolo (Segre, pp. 159, 169).
    Nel 1456 Sigismondo Pandolfo Malatesti vende una casa a Giuseppe di Manuele residente a Rimini ma proveniente da Fossombrone. Nel 1452 Manuello di Salomone di Fano vende a due Cristiani altrettanti piccoli canneti. Nel 1478 Salomone di Musetto di Rimini compra da un altro ebreo una casa in contrada San Giovanni e Paolo, e tre anni dopo una tornatura di terra arativa da un Cristiano.
    Nel 1484 incontriamo Musetto di Musetto e Salomone di Musetto (forse fratelli) che acquistano rispettivamente tre tornature di terra in parte arativa, in parte a vigna ed in parte a canneto, assieme alla terza parte di un mulino «ab oleo». Musetto il padre dell’omonimo e di Salomone potrebbe esser lo stesso che è citato in un documento vaticano (Segre, p. 156) del 1436 con cui il cardinal camerlengo gli concede un salvacondotto di sei mesi per circolare liberamente nello Stato pontificio. Questo Musetto (padre) è qui definito figlio di Elia da Rimini ed appare come il tipico uomo di finanza signorile operante in Ravenna. Egli nel 1446 per cause politiche (la dominazione veneziana), e per la riduzione dei tassi dal 40 al 30 per cento (imposta nel 1441) arriva sull’orlo del disastro economico, ed è costretto a cedere al suo creditore addirittura i rotoli della «Thora» ed i paramenti rituali usati in Sinagoga (Segre, pp. 158, 162).
    Ebrei riminesi appaiono anche in contratti d’affitto per lo stesso periodo di fine 1400. Uno è stipulato con frate Girolamo rettore del convento di San Giovanni per una casa in contrada San Silvestro. (Muzzarelli, pp. 40-42)
    Per riassumere i caratteri economici della locale società israelitica, vale quanto i loro avversari scrivevano a Ravenna: gli Ebrei hanno «ardimento» di comprare cose stabili «contra ogni bon costume, la fede catolica et quello che per tutto el mondo se observa». Cioè l’attività di prestito è il punto di partenza per acquisire proprietà immobiliari (Segre, p. 164). Questo fa temere che essi conquistino troppa autorità e libertà, per cui si richiede di porre loro un freno. D’altra parte la Chiesa romana emana frequenti «lettere di tolleranza» allo scopo di autorizzare «e giustificare sul terreno della politica più che della fede» i banchi ebraici (ibidem, p. 163).


  • La presenza degli Ebrei a Rimini dal 1015 al 1799
    Terzo capitolo

    Le sinagoghe ed il cimitero di Rimini
    Linee di una «geografia» israelitica in città


    Nel febbraio 1506 gli Ebrei riminesi decidono di realizzare il loro cimitero ed acquistano un campo di proprietà di Sigismondo Gennari e fratelli (Tonini, p. 749), posto fuori della porta di Sant’Andrea e confinante con la fossa della città («fovea civitatis»), con l’Ausa e con due appezzamenti di terra appartenenti ad Ebrei. Nel marzo 1507 il cimitero detto anche «Orto degli Ebrei» è già pronto se Stella di Deodato esprime nel proprio testamento la volontà di esservi sepolta (ibidem).
    Nel 1520 il cimitero è concesso in affitto dalla comunità israelitica ad un Cristiano che s’impegna a tenerlo in modo appropriato, utilizzandone una parte ad orto, evitando il suo uso a pascolo e creando le fosse «pro sepulturis Hebreorum pauperum et miserabilium decedentium in Civitate» (Muzzarelli, pp. 41-42). Quindi non tutti nella comunità ebraica riminese erano di ceto economicamente elevato o medio.
    Il documento del 1506 permette una precisa collocazione del cimitero. Nella pianta della città di Rimini disegnata da Alfonso Arrigoni e pubblicata nel 1617 nel «Raccolto istorico» di Cesare Clementini, è ben delineato il corso del canale dei Mulini che prende acqua dal Marecchia ed entra in Rimini vicino alla porta di Sant’Andrea la quale s’affaccia sull’antica via Aretina. Ancor oggi esiste la via dei Mulini che dai Bastioni meridionali scende sino alla via Venerucci (allora San Nicola, dall’omonimo oratorio sull’angolo con via Garibaldi).
    Il corso del canale dei Mulini è documentato all’esterno della città nelle mappe contemporanee dell’Istituto Geografico Militare ed è schematicamente indicato entro le mura in una pianta del 1520 (Archivio di Stato di Rimini, «Carte Zanotti», busta 3), recentemente edita da Oreste Delucca (p. 37). In maniera ovviamente approssimativa la pianta indica il percorso del canale dei Mulini che all’uscita dal mulino del Comune si divide in due corsi. Uno s’avvia «in foveam civitatis», cioè alla fossa che è ricordata come confine per il cimitero ebraico. L’altro corso prosegue verso il centro della città.
    Nella carta di Arrigoni il bivio fra i due corsi è invece correttamente posto sotto la chiesa di San Matteo detta «degli Umiliati». I quali erano stati chiamati a Rimini nel 1261 affinché lavorassero e facessero lavorare panni di lana di ogni genere e colore, eccettuato gli scarlatti, i verdi ed i dorati (L. Tonini, III, p. 111, e «Mille», p. 124). L’acqua che usciva dalla loro manifattura dove si usavano sapone ed argilla, doveva essere scaricata nel fiume.
    La prima sinagoga è attestata sin dal 1486. S’affaccia sulla piazza della fontana (ora Cavour) dal lato della pescheria settecentesca, nella contrada di San Silvestro. Essa è poi definita come «vechia», quando è realizzata la seconda che in rogito del 1507 è chiamata «magna», nella contrada di Santa Colomba o San Gregorio da Rimini (via Sigismondo), nella porzione di quartiere tra l’odierna via Cairoli ed il Teatro Galli, lato monte. Nel 1555 la sinagoga «magna» risulta invece situata in contrada di San Giovanni Evangelista detta «delli Hebrei» (via Cairoli), a poca distanza dalla chiesa di San Giovanni Evangelista (Sant’Agostino), e proprio dalla sua parte, come si ricava dal documento datato 14 novembre riguardante la decisione presa dagli Ebrei riuniti nella Sinagoga «magna» di vendere la casa detta «la Sinagoga vechia» (Zanotti, Atti, p. 207).
    Della sinagoga «vechia» in questo documento del 1555 si scrive che è posta vicino («iuxta») alla strada detta «Rivolo della Fontana» o «del Corso», cioè nell’angolo della piazza Cavour con la contrada di Santa Colomba (via Sigismondo). Il «Rivolo» andava dalla piazza del Castello sino alla piazza Cavour, cambiando poi qui il nome in contrada di San Silvestro. La sinagoga «vechia» era quindi situata nella parrocchia di San Silvestro, delimitabile con il corso d’Augusto, via Cairoli e via Sigismondo e piazza Cavour. La nuova sinagoga è trasferita prima nella zona della parrocchia di Santa Colomba che è speculare verso monte rispetto alla parrocchia di San Silvestro; e poi nella parrocchia di Sant’Agostino sul lato dove sorge la chiesa.
    Nel 1569, dopo che il 26 febbraio papa Pio V ha dato il bando agli Ebrei da tutte le sue terre ad eccezione di Ancona e Roma, gli israeliti di Rimini decidono di vendere l’ultima sinagoga, quella posta nella parrocchia di Sant’Agostino. Il 16 maggio il bolognese Prospero Caravita (abitante in Rimini) ed il ravennate Emanuellino di Salomone, come rappresentanti della comunità israelitica locale, stipulano l’atto relativo, consapevoli che per l’editto pontificio tutti gli Ebrei che si trovavano nella nostra città l’avrebbero dovuta abbandonare entro breve tempo. Quest’ultima sinagoga è composta di tre stanze («una domum consistentem ex tribus stantiis»): la più grande è quella dove si riunivano a pregare gli uomini, un’altra più piccola dove si adunavano a pregare le donne, ed un’altra infine posta sopra quest’ultima e sempre ad uso delle donne.
    Pure questo documento ci è stato tramandato da Zanotti (Atti, pp. 152-154), ed è ricordato da Carlo Tonini nella sua preziosa storia degli ebrei Rimini, dove però non parla di una casa con tre stanze bensì di tre case distinte (VI, 2, p. 759).
    Della presenza ebraica a Rimini si perdono le tracce nei due secoli successivi. Nel 1775 le cronache di Zanotti e Capobelli registrano un battesimo conferito all’Ebreo Isacco Foligno (C. Tonini, VI, 2, p. 762, nota 1). Sappiamo da documenti della Municipalità che nel 1796 gli «Ebrei dimoranti con negozio da lungo tempo in Rimini» gestivano cinque ditte, intestate a Moisé di Bono Levi, Samuel ed Elcana Costantini, fratelli Foligno, Samuele Mondolfo, ed Abram e Samuel Levi.
    Il 30 maggio 1799 durante la rivolta dei marinai si registra il saccheggio di due loro botteghe. Zanotti nel suo «Giornale» del 1796 (SC-MS. 314, BGR, p. 155) scrive che i fondachi ebraici si trovavano «ne soffitti del Palazzo de Conti Bandi […], situato lungo la via Regia in faccia al palazzo del conte Valloni» (Dolcini, p. 495). Palazzo Valloni è quello del Cinema Fulgor, all’angolo di corso Giovanni XXIII.
    Forse quegli Ebrei erano tornati a Rimini al tempo del pontificato di Clemente XIV (1769-1774) che aveva assunto un atteggiamento favorevole nei loro confronti, cercando di risollevarne le sorti economiche. Un episodio ci illumina sul suo atteggiamento: «Da cardinale il Ganganelli era stato inviato dal papa Clemente XIII a Jampol in Polonia per fare un'inchiesta, sollecitata da una ambasceria inviata al papa dagli Ebrei di quella città, su un presunto omicidio rituale. Il resoconto del Ganganelli (di cui una copia, che si trovava presso la Comunità di Roma, fu scoperta dallo storico Abramo Berliner), spiega che si trattava di un caso di suggestione collettiva» (Mascioli).





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