• Sebastiano Vanzi vescovo e giurista

    Il filosofo olandese Ugo Grozio (1583-1645) in una lettera del 1631 inserisce citazioni tratte da scritti di due giuristi italiani, il bolognese Ippolito Marsili (1450-1529) ed il riminese mons. Sebastiano Vanzi, autore di un trattato sulle nullità processuali, concluso nell'anno giubilare 1550 ed apparso in prima edizione a Lione nel 1552.
    Sino al 1625 il volume, che gli dà fama internazionale di giurisperito, è pubblicato 24 volte: oltre che a Lione (4), anche a Venezia (14), Colonia (5) e Spira (1). Appare poi a Colonia (5) fra 1655 e 1717.

    Pure il testo di Marsili (1524) appare a Lione, secondo centro tipografico della Francia dopo Parigi, ed una delle principali piazze finanziarie d'Europa per le sue fiere importanti per le transazioni commerciali e per l'industria tipografica che era d'esportazione, soprattutto verso l'Italia con cui ha stretti rapporti.
    Lione gode di grande libertà, essendo senza università e Parlamento. Per l'editoria europea, c'è poi Venezia.
    Da Lione, «piattaforma girevole» di parte del commercio internazionale del libro, partono assidue relazioni con Basilea e i paesi renani.
    Lione, anche se priva di università e Parlamento, «poté pretendere di essere una capitale» della cultura sin dalla prima metà del XVI secolo, e fu «quasi una città italiana» dalla fine del Quattrocento sino agli inizi della guerra di religione (1562), come osserva J-L- Fournel nel secondo volume dell'«Atlante della letteratura italiana» dell'Einaudi (Torino 2011, pp, 132-135, p. 132).
    Colonia, essendo «la città cattolica» e sede universitaria dal 1388 con migliaia di studenti, in certi periodi è il primo centro editoriale tedesco. Nel corso del secondo Cinquecento, Lione e Venezia si affermano quali centri dell'editoria giuridica internazionale con un mercato librario esteso all'intera Europa.

    Vanzi, prima di diventare Vescovo di Orvieto il 17 aprile 1562, lavora a Roma sotto Paolo IV (1555-1559) quale Luogotenente dell'Auditore Generale della Camera Apostolica, e Referendario (prima carica dopo quella del Prefetto) delle due Segnature, una delle quali è un vero tribunale. Pio IV (1559-1565) lo fa Auditore della Sacra Rota e suo Consultore.
    Nell'indice della raccolta dei «Tractatus Universi Juris», Venezia 1584, contenente la sua opera al IV tomo, egli è presentato come «romanus».
    Dopo la nomina a Vescovo, Vanzi partecipa al Concilio di Trento, occupando uno dei quattro posti di Definitore. Gli affidano l'esame di delicate questioni. Circa l'obbligo per i Vescovi di risiedere in una determinata diocesi, lo ritiene fondato non su precetto divino ma sul diritto canonico.
    Come ricorda Paolo Sarpi, Vanzi è incaricato dal cardinal Simonetta assieme al vescovo di Nicastro, di dimostrare che dietro alla disputa si cela il tentativo dei colleghi spagnuoli di sottrarsi alla ubbidienza del papa.
    Per i matrimoni segreti, Vanzi ritiene che possano essere invalidati in caso di frode, dopo aver consigliato «di andar lento, e pesato» ricordando le parole del Vangelo «Quello, che Iddio congiunge, l'Uomo non separi», come leggiamo nella storia dei Concili (1714) del riminese mons. Marco Battaglini (1654-1717). Il quale in altro passo sottolinea il «chiarore della Scienza legale» di Vanzi.
    Vanzi si sbilancia ancora di più: chi tocca i funzionari della curia, tocca il papa in persona e si rende colpevole di lesa maestà. Dalle cronache del tempo, Vanzi appare era dotato di spirito critico e senso dell'umorismo, come attesta una sua famosa battuta sopra un collega francese: «Quanto canta questo gallo».

    Vanzi scompare nel 1571 a 57 anni, si legge nell'aggiunta all'epigrafe collocata nel 1562 «a cornu Evangeli» nella cappella di San Girolamo del Tempio malatestiano, sotto il busto di Vanzi (appena fatto Vescovo), in segno di riconoscenza per averla riccamente dotata.
    Sulla sua tomba nella Cappella del Corporale della cattedrale di Orvieto, la data del decesso è il 1570. Nel 1556 la città lo ha già onorato con un «monumento» per celebrare gli amplissimi meriti che, conseguiti negli studi e con scritti giuridici, hanno onorato la sua patria. A lui, vivente, è stata così dedicata la sesta tomba nella fiancata destra dello stesso Tempio di Sigismondo.
    Questa tomba è preceduta dalle quattro “malatestiane”, ovvero con le salme di personaggi legati al governo di Sigismondo. Sono i poeti Basinio Parmense e Giusto de' Conti, il filosofo greco Giorgio Gemisto Pletone, e Roberto Valturio autore del trattato «De re militari» (1455). La tomba di Vanzi si trova tra la quinta concessa per due medici, Gentile e Giuliano Arnolfi (1550), e la settima (vuota) per Bartolomeo Traffichetti (1581), pure lui medico, originario di Bertinoro. Queste ultime tre tombe simboleggiano una scelta politica per dimenticare le vicende malatestiane, considerate fonti soltanto di disgrazie per la città.

    La carriera di Vanzi a Roma comincia quando Vescovo di Rimini è Giulio Parisani di Tolentino (1550-1574), nipote e successore del Cardinal Ascanio che ha retto la diocesi dal 1529, avendo poi come coadiutore lo stesso congiunto. Ascanio è ricordato per i molti ruoli svolti a Roma. Dove muore nel 1549. Se Vanzi compie la brillante carriera che conosciamo, la scoperta delle sue qualità intellettuali ed un orientamento didattico per i suoi studi, li possiamo accreditare al Cardinal Parisani.
    Vanzi, nato in una famiglia non nobile della periferia riminese, forse in un contesto di proprietari fondiari immigrati già da qualche generazione dalla Toscana, è un “uomo nuovo” che ben rappresenta la società del tempo. Il 2 febbraio 1556 il Consiglio generale di Rimini decide di aggregarlo allo stesso nel numero dei Nobili, «per il gran merito acquistatosi nella difesa delle Cause di questo Pubblico nella Corte di Roma»: così si legge nel registro AP 731, Diplomi, patenti, certificati, Archivio di Stato di Rimini, Archivio Storico Comunale, sotto la data del 9 marzo 1774.