• 1519, Ebrei e Rimini
    Lettera al "Corriere Romagna", 11 febbraio 2019

    Nel 1519, dietro istanza di frate Orso dei Minori di San Francesco, in obbedienza anche ai «decreti del Sacro Concilio», sono ripetuti gli ordini del segno distintivo impartiti il 13 aprile 1515.
    Quel giorno il Consiglio generale ha approvato all’unanimità l’adozione di tre provvedimenti: chiedere licenza al papa di bandire gli Israeliti; far loro pagare le spese per i soldati a piedi ed a cavallo «qui condotti, e trattenuti per guardia de gli Ebrei» medesimi; ed infine stabilire «che nell’avvenire volendo detti Ebrei continuare l’habitatione in questa Città, portassero il capello, o la beretta gialla».
    Per le donne il successivo 28 aprile è introdotta la regola di recare una benda gialla in fronte, facendo loro nel contempo divieto di porre sul capo i mantelli secondo (aggiungiamo noi) l’usanza comune della nostra popolazione di sesso femminile.
    Gli Ebrei richiedono di non essere costretti alla berretta ed alla benda gialle (secondo il sesso), ma di recare semplicemente un segnale sul mantello. (Il precedente più antico risale al 1432 quando Galeotto Roberto Malatesti aveva ottenuto da papa Eugenio IV un «breve» che introduceva per loro il «segno» di distinzione obbligatorio.) La città ricorre al papa «da cui fu commandato, o che quelli partissero da Rimini, overo obbedissero alla Città».
    I tre punti del 13 aprile 1515 hanno una premessa di tutti rispetto negli atti del Consiglio generale, che è però dimenticata dagli storici (Clementini prima e Carlo Tonini poi). In tale premessa si dice che gli Ebrei erano visti in città come «inimici».
    Carlo Tonini, nel riferire i provvedimenti del 13 aprile 1515, premette che «la città era in tumulto per cagione degli Ebrei». Riferisce che «fu proposto di sbandeggiarli, quali nemici della religione e promotori di scandali nel popolo», chiedendone licenza al pontefice. Conclude che «in causa di questo tumulto fu fatto venire un numero di cavalli di lieve armatura», la cui spesa «volevasi fosse fatta pagare agli Ebrei, alla cui difesa appunto erano venuti que’ militi».
    Il passo di Clementini sui soldati «condotti, e trattenuti per guardia degli Ebrei», ha portato Carlo Tonini a scrivere di un «tumulto per cagione degli Ebrei» (del quale non c’è traccia nel testo di Clementini). Tonini aggiunge che i militi erano stati chiamati in città a «difesa» degli Israeliti, e quindi da considerarsi a loro carico. Clementini aveva parlato di «guardia», termine il quale oltre che difesa (di una parte lesa) può significare anche controllo (e repressione di facinorosi…).
    Se il passo di Tonini sul «tumulto per cagione degli Ebrei» significa che erano stati essi a provocare una sommossa, tale affermazione non ha nessun legame logico con quella successiva, relativa all’intervento di truppa forestiera per proteggerli («alla cui difesa appunto erano venuti que’ militi»).
    Questo controsenso non ci sarebbe nella peggiore delle ipotesi, che cioè quel «per cagione degli Ebrei» significasse che la loro sola presenza in città (che li considerava «nemici») aveva provocato una rivolta popolare arginata dall’autorità manu militari per salvaguardare l’ordine pubblico.
    Nel 1548, Rimini anticipa il ghetto ebraico, poi istituito da papa Paolo IV il 17 luglio 1555.

    1. Storia degli Ebrei a Rimini.
    2. Rimini e gli Ebrei, archivio.

    Antonio Montanari


  • Nella Famiglia Vanzi, incontriamo anche il Bibliotecario Gambalunghiano Ignazio (attivo in quel servizio tra 1711 e 1715).
    Abbiamo dato la notizia nel testo "Esilio di fiorentini nell'età di Dante" apparso nel quaderno n. 8 (2010) dell'Accademia Fanestre (pp. 83-133), disponibile sul web.

    Circa la famiglia Vanzi, pubblichiamo ora una genealogia più completa di quella che appare nella seconda immagine, elaborata nel 1996.




    Genealogia elaborata nel 1996.


    Questa immagine è stata realizzata nel 1996. Va precisato che Maddalena Nozzoli è deceduta nel 1998, Guido Nozzoli nel 2000.
    Alla versione aggiornata Albero Vanzi 2011 [.doc] [01.10.2011]

    All'indice di Controstorie
    Alle pagine sui Vanzi

    Antonio Montanari


  • Quel Crocefisso sepolto in Gambalunga
    in tempo di guerra

    "Presenti il Prof. Carlo Lucchesi, Direttore della Biblioteca Civica Gambalunga, il Prof. Gino Ravaioli, R(egio) Ispettore on.(orario) ai monumenti, il Geom. Cesare Mengozzi, assistente presso la civica biblioteca, Mussoni Luigi inserviente della stessa e i muratori Lunedei Cesare e Paci Dino che hanno eseguito il lavoro, si è proceduto al recupero del Crocifisso d’oro della maniera di Benvenuto Cellini."
    E’ il 21 agosto del ’45, la guerra è terminata da alcuni mesi e Carlo Lucchesi, direttore della Biblioteca Civica Gambalunga, ritiene, dopo il dramma del passaggio del fronte e i 382 bombardamenti che hanno devastato la città, sia venuto il momento di recuperare uno dei reperti più preziosi della storia di Rimini, quel Crocifisso d’oro attribuito a Benvenuto Cellini donato al Comune di Rimini dal cardinale Michelangelo Tonti dopo la sua elezione a Vescovo di Cesena il 27 marzo 1612.
    Un bene preziosissimo che "il Prof. Lucchesi nell’ottobre del 1943 – si legge nel verbale che attestava il recupero depositato negli archivi della Biblioteca Civica Gambalunga sottoscritto dai sei presenti – aveva sotterrato in un angolo del cortiletto della biblioteca suddetta, diligentemente racchiuso in una cassetta di zinco saldata con fiamma autogena".

    Così leggiamo in un comunicato dell’Ufficio Stampa del Comune di Rimini che prosegue nella parte che riproduciamo qui sotto.

    E’ una delle tante storie che a 400 anni dalla sua nascita la Biblioteca Civica Gambalunga, la prima biblioteca pubblica d’Italia, conserva tra il proprio patrimonio di conoscenza insieme a tanta parte della storia cittadina.
    Nella storia del "Cristo d’Oro" compare anche l’esistenza di una traccia, probabilmente una piantina, nascosta tra gli archivi della biblioteca che Lucchesi tracciò per far sì che in qualsiasi caso, in qualunque frangente rimanesse una traccia che consentisse di recuperare il prezioso crocifisso dopo averlo nascosto in un punto segretissimo e inaccessibile del Palazzo Gambalunga: "Solo ne lasciai cenno, per umana prudenza, negli atti della Biblioteca". Un accorgimento che oggi può far sorridere ma che letto con gli occhi d’allora, non dovette apparire assolutamente superfluo, anzi. Rimini dal novembre 1943 al settembre ’44 fu sottoposta a 396 bombardamenti aerei, navali, terrestri, il primo dei quali il 1° novembre del ’43 a solo poche settimane dall’avventuroso sotterfugio. Le bombe furono impietose, ben poco della città fu risparmiato e tra questi, fortunatamente, il Palazzo Gambalunga e quella parte del suo patrimonio inestimabile che non era stata portata al sicuro, a Covignano prima e a Torricella poi. Una fortuna immensa se si pensa alla sorte che toccò alla seminario vescovile, solo dall’altra parte di via Tempio malatestiano che lo stesso Alessandro Gambalunga racconta nel suo testamento di vedere dalle stanze da basso della "sua" biblioteca "che sono dirimpetto all’habitazione del Seminario."

    Fu il Commissario Prefettizio Bianchini – racconta Lucchesi rispondendo formalmente al Sindaco Arturo Clari che subito all’indomani della Liberazione, nel dicembre del ’44, chiedeva conto del crocifisso – che, quando la Cassa di Risparmio avvertì il Comune che declinava ogni responsabilità inerente al deposito, "volle affidare personalmente a me il prezioso oggetto affinché cercassi in ogni maniera di salvarlo; e io, chiusolo in una scatola di zinco ermeticamente sigillata con saldatura autogena, lo collocai in un punto segretissimo ed inaccessibile del palazzo Gambalunga, che è rimasto inviolato."

    Un punto segretissimo che Lucchesi condivise prudentemente, oltre con il segno nascosto nell’archivio, con il solo Augusto Campana "col vincolo dell’assoluto segreto". Scelse così di "sotterrarlo in un cortiletto interno a Palazzo Gambalunga che serve da ripostiglio per i rifiuti della Biblioteca." E continua – "Fingendo pertanto di dover esplorare le fondamenta del palazzo e usando molteplici accorgimenti, condussi il lavoro in modo che né i muratori da me adibiti, né gli impiegati stessi della Biblioteca seppero o sospettarono mai la realtà della cosa."


  • Anna Rosa Balducci,
    «Idee per una mattina di pioggia»

    Travagli del presente e del passato (ovvero di lontane origini famigliari ebraiche), si fondono in un racconto che offre suggestioni e suggerimenti per comprendere i misteri della Storia e quelli (direbbero i filosofi) della vita.
    Il tutto all'insegna di una saggia opinione che leggiamo a p. 73 di «Idee per una mattina di pioggia» di Anna Rosa Balducci (Edizioni Progetto Cultura): «La mente ha bisogno di un recinto largo per non ammalarsi e per non fare ammalare il corpo».

    La vita quotidiana è amara in una città governata da «gruppi di potere che di diverso dagli antichi feudatari avevano solo la piccolezza della propria personalità».
    Era «un grande paesone fantasma», un «piccolo ghetto di provincia», «con reti di rapporti simili a cosche malavitose».

    La penna di Anna Rosa Balducci scava con delicata fermezza, delinea contorni di figure, che lentamente si accrescono nei particolari dei modi e delle idee, suggerendo una conclusione pessimistica che non tocca soltanto il destino della protagonista, Marta, ma «il degrado» di tutto il nostro Paese «negli ultimi venti, forse trenta anni».

    L'impresa avviata con alcuni amici, anzi la «piccola avventura da sognatori» è finita.
    Dove ricominciare, e come?
    Il passato di quegli antenati «sempre un poco spiazzati» rispetto a loro tempi, rivela «quel fremito d'intelligenza» che porta via, lontano, e così salva, mentre sembra sconfiggere. Oppure ci sconfigge, mentre pare che ci salvi?
    Perché poi Marta pensa che «forse il mondo delle idee è pura malattia», essendo impossibile raggiungere un giusto equilibrio tra gli opposti nella vita reale quotidiana.

    Belle, intense, profonde, le pagine di questo libro di Anna Rosa Balducci, che offre l'esempio di come un'analisi di tipo filosofico possa ancora esprimersi nel racconto, dove ogni storia individuale è collocata in uno sforzo collettivo, generale, insomma storico.

     

    Antonio Montanari
    (c) RIPRODUZIONE RISERVATA






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