• Anna Rosa Balducci,
    «Idee per una mattina di pioggia»

    Travagli del presente e del passato (ovvero di lontane origini famigliari ebraiche), si fondono in un racconto che offre suggestioni e suggerimenti per comprendere i misteri della Storia e quelli (direbbero i filosofi) della vita.
    Il tutto all'insegna di una saggia opinione che leggiamo a p. 73 di «Idee per una mattina di pioggia» di Anna Rosa Balducci (Edizioni Progetto Cultura): «La mente ha bisogno di un recinto largo per non ammalarsi e per non fare ammalare il corpo».

    La vita quotidiana è amara in una città governata da «gruppi di potere che di diverso dagli antichi feudatari avevano solo la piccolezza della propria personalità».
    Era «un grande paesone fantasma», un «piccolo ghetto di provincia», «con reti di rapporti simili a cosche malavitose».

    La penna di Anna Rosa Balducci scava con delicata fermezza, delinea contorni di figure, che lentamente si accrescono nei particolari dei modi e delle idee, suggerendo una conclusione pessimistica che non tocca soltanto il destino della protagonista, Marta, ma «il degrado» di tutto il nostro Paese «negli ultimi venti, forse trenta anni».

    L'impresa avviata con alcuni amici, anzi la «piccola avventura da sognatori» è finita.
    Dove ricominciare, e come?
    Il passato di quegli antenati «sempre un poco spiazzati» rispetto a loro tempi, rivela «quel fremito d'intelligenza» che porta via, lontano, e così salva, mentre sembra sconfiggere. Oppure ci sconfigge, mentre pare che ci salvi?
    Perché poi Marta pensa che «forse il mondo delle idee è pura malattia», essendo impossibile raggiungere un giusto equilibrio tra gli opposti nella vita reale quotidiana.

    Belle, intense, profonde, le pagine di questo libro di Anna Rosa Balducci, che offre l'esempio di come un'analisi di tipo filosofico possa ancora esprimersi nel racconto, dove ogni storia individuale è collocata in uno sforzo collettivo, generale, insomma storico.

     

    Antonio Montanari
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  • La cappella del Tempio malatestiano detta delle sette Arti liberali, presenta le materie di studio per gli uomini liberi (ai servi toccavano le arti manuali).
    Essa va "letta" con alcune precauzioni di metodo.
    Le materie sono Grammatica, Dialettica, Retorica (il "Trivio"), Aritmetica, Geometria, Musica, Astronomia (il "Quadrivio").
    Nella cappella le immagini sono però diciotto. Per questo motivo uno studioso come Corrado Ricci scrisse che in essa vi è "altro ancora", con un'incerta espressione simbolica delle figure.
    Noi proponiamo una veloce lettura delle diciotto immagini suddivise nelle due colonne laterali ed in tre strisce per colonna, partendo dall'alto verso il basso per ogni striscia che indichiamo con lettera dell'alfabeto.

    Striscia A: la Natura ispira l'Educazione che opera attraverso la Filosofia.
    Strisce B e C, le materie di studio: Letteratura, Storia, Retorica (Arte del discorso), Metafisica (o Teologia), Fisica, Musica.
    Nelle due strisce successive (D, E), si mostra come conoscere la Natura attraverso le Scienze che sono: Geografia, Astronomia, Logica, Matematica, Mitologia e Botanica.
    L'ultima striscia (F) rivela lo scopo della Cultura, ovvero educare ad una vita tra cittadini tutti uguali e quindi liberi: qui le tre immagini rappresentano la Concordia, la Città giusta, e la Scuola.
    Il tema della Concordia ha una doppia lettura. Esso riguarda non soltanto la vita della città (opponendosi ai governi dei prìncipi come Sigismondo), ma pure l'Unione fra le due Chiese (proclamata il 6.7.1439 con un decreto destinato a breve durata). Per quella unione i Malatesti hanno svolto un grande ruolo in nome della Chiesa.
    Nella tavola della Concordia si raffigura un'unione matrimoniale: la donna potrebbe essere Cleofe Malatesti, scelta dal papa come sposa (1421) di Teodoro, figlio dell'imperatore di Costantinopoli, e poi finita uccisa.

    In quest'ultima striscia (F) con la Concordia, la Città giusta, e la Scuola, si dimostra che le «arti liberali» rendono possibile la conquista della libertà come situazione in cui poter realizzare un'armonica convivenza fra gli uomini, e potersi affermare nella società secondo quanto insegnato da Leonardo Bruni con il suo «umanesimo civile».
    Le arti liberali inoltre sono ritenute uno strumento per realizzare un'età nuova attraverso lo studio delle «humanae litterae», alle quali Poggio Bracciolini attribuisce un valore formativo umano e civile, considerando i classici come maestri di virtù civili.
    Vale la lezione petrarchesca della ricerca della «sapientia» che era stata rivolta a far risorgere la «misera Italia».
    Trionfa l'assunto di Coluccio Salutati per il quale gli «studia humanitatis» sono uno strumento per formarsi quali diffusori delle «virtù civili».
    E s'intravede il motto albertiano per cui «tiene giogo la fortuna solo a chi gli si sottomette».
    In questa "immagine" riminese si raccoglie e sviluppa quella che Eugenio Garin ha chiamato «la conquista dell'antico come senso della Storia», con gli elementi tipici del «primo Umanesimo» che fu esaltazione della vita civile non ancora dominata dalle Signorie.
    Ed il fatto che proprio un Signore come Sigismondo offra questa "immagine" di libertà nel suo Tempio, va letto semplicemente quale contrapposizione al potere ecclesiastico.

    L'immagine della Città giusta dell'ultima striscia (F) merita un approfondimento.
    La figura femminile in essa rappresentata, regge con la mano sinistra l'archipendolo, «lo strumento che simbolicamente tutto eguaglia», come scrive Vittorio Marchis in «Storie di cose semplici» (Milano, 2008, p. 46).
    Altre più antiche testimonianze collegano l'archipendolo alla figura di Nèmesi, che con esso misura «la rettitudine delle umane operazioni» (cfr. G. Minervini, «Vaso dipinto di Ruvo», in «Accademia Pontaniana», Fibreno, Napoli 1845, pp. 81-87, 85).
    Nèmesi nella mitologia greca e latina rappresenta la «giustizia distributiva» che punisce chi oltrepassa la giusta misura.
    Secondo Aristotele, la «giustizia distributiva» impone che «gli eguali siano trattati in modo eguale e gli ineguali in modo ineguale, cosicché la polis dovrà distribuire oneri e benefici in modo proporzionale» (M. Rosenfeld, «Enciclopedia delle Scienze Sociali», 2001)
    Vittorio Marchis (p. 47) spiega poi che l'archipendolo resta «simbolo di equilibrio sino a tutta l'età barocca», come testimonia il suo inserimento nell'«Iconologia» di Cesare Ripa (apparsa a Roma nel 1593).
    Da Cesare Ripa riprendiamo due spunti. A noi dalla cultura egizia deriva che, per ritrovare il giusto di una cosa, occorre raddrizzarla come fa l'Archipendolo (p. 456 dell'ed. veneziana del 1645).
    L'Archipendolo «per similitudine» insegna che, «rispetto alla rettitudine e all'uguaglianza della ragione», la virtù «non pende à gl'estremi, mà nel mezzo si ritiene» (ib., p. 191).
    Nella mano destra, infine, la Città giusta regge la «canna», simbolo delle regole morali e delle Leggi della giustizia divina.
    Sul pensiero di Aristotele in tema di giustizia, cfr. il testo di L. Guidetti e G. Matteucci, «Grammatiche del pensiero», Bologna 2012, passim.

     
    Il contesto degli antefatti.
    Per ciò che potremmo chiamare il contesto degli antefatti, inseriamo alcune notizie collegate al nostro tema.

    Di «città giusta» parla nella sua «Laudatio Florentinae urbis» (1404) il Cancelliere fiorentino Leonardo Bruni, richiamandosi ad Aristotele, come osserva Eugenio Garin, nel saggio «La città ideale» (cfr. in «Scienza e vita nel Rinascimento italiano», Bari 1965, pp. 33-56).
    Bruni, contro il mito di Roma, presenta Firenze quale modello ideale di una «città giusta, bene ordinata, armoniosa, bella». Bruni spiega che la città per essere libera dev'essere giusta, con leggi razionali.
    Per quanto ci riguarda, aggiungiamo soltanto che l'Alberti "riminese" del Tempio di Sigismondo, era di famiglia fiorentina.

    Secondo elemento. Come scrive F. Alessio, con l'Umanesimo «compare ex novo quel Platone che il grande ignoto della cultura delle scholae» (cfr. «Il pensiero filosofico», in F. Brioschi e C. Di Girolamo, «Manuale di letteratura italiana», I, Torino 1993, pp. 45-80, p. 77).
    Platone aveva sostenuto che Giustizia nella Città è assolvere per essa il compito per il quale la Natura ci ha resi adatti («Repubblica», IV).
    Come si legge nel «Dizionario filosofico» di N. Abbagnano (1971), la Giustizia «produce accordo ed amicizia», secondo Platone. Il quale ci spiega che per raggiungere la Giustizia dobbiamo avere una vista penetrante, capace di distinguere le parole scritte in carattere minuscolo (che corrispondono alla Giustizia dell'individuo), da quelle che sono scritte in grande, ovvero della Giustizia e delle altre virtù scritte (Cfr. R. Radice, «Platone», Milano 2014, pp. 87-88).

    Infine, apriamo il primo volume de «I sentieri del lettore» di Ezio Raimondi (Bologna, 1994, p. 208) dove troviamo la memoria di una crisi bolognese. Ne parla Lapo di Castiglioncello, attorno al 1430.
    Inaugurando il suo corso universitario di Eloquenza, egli sostiene: si vive in tempi miseri e luttuosi, ai quali occorre reagire con l'ideale dell'uomo «saggio, forte, liberale e temperante», e con il progetto di affidare ai «boni viri» la difesa della comunità dalle «rivolte, dalle guerre civili, dagli omicidi, dalle rovine pubbliche».
    Lapo dimostra così «fede nella rinascita di un mondo morale connesso ai valori più profondi della sapienza antica», osserva Raimondi.

    Infine, va ricordato che, già dai primi decenni del Quattrocento, avviene «una generale riorganizzazione del sistema educativo e dei saperi in chiave storica e antiteologica», per cui la «storia» è «in una volta, comprensione del tempo trascorso e modello del presente» (cfr. N. Gardini, «Rinascimento», Torino 2010, pp. 15, 126).

    Nella scelta delle immagini c'è la mano dello stesso architetto (ed ottimo scrittore) Leon Battista Alberti, seguace di un umanesimo civile che vuole una società nuova diversa dai principati.

    In tutte le immagini è compendiato un programma pedagogico di impronta umanistica: per formare una società rinnovata dalla concordia, si parte dallo studio della natura. In tal modo è eclissata la teologia. Ecco la rivoluzione di Sigismondo e del suo circolo di intellettuali ed artisti, che tanto dispiacque a Pio II.
    Il tema della città nuova si collega a quello della «città ideale» proposto dalla famosa opera della scuola di Piero della Francesca, dietro la quale ci sarebbe invece la mano del progettista del tempio riminese, Leon Battista Alberti, autore del "De Re Aedificatoria" (cfr. G. Morolli, "La vittoria postuma: una città niente affatto 'ideale'", ne "L’Uomo del Rinascimento. Leon Battista Alberti e le arti a Firenze fra Ragione e Bellezza", Firenze 2006, pp. 393-399).
    La «concordia dei cittadini» d’ispirazione ciceroniana, è citata in un proverbio latino: «Concordia civium murus urbium». Di qui il collegamento allegorico tra la stessa concordia e l’arte edificatoria.
    Per la Mitologia si può rimandare a Macrobio che la chiama «narratio fabulosa»: «haec ipsa veritas per quaedam composita et ficta proferetur» ("Commentarii in somnium Scipionis", 2, 7).
    Nel Tempio Malatestiano ci sono due epigrafi scritte nella lingua greca, considerate da Augusto Campana come le prime testimonianze del Rinascimento sia italiano sia europeo. Nella cappella dei Pianeti del Tempio, c'è l'immagine del "rematore", letta di solito come raffigurazione dell'anima di Sigismondo, scesa agli Inferi e risalita in Cielo.
    Essa ci sembra però riassumere la storia dell'Ulisse dantesco ("Inferno", c. 26, vv. 90-142) che ai compagni d'avventura con la sua "orazion picciola" ("fatti non foste a viver come bruti"), lancia un "manifesto pre-umanistico", come lo definisce un noto studioso dell'Alighieri, Franco Ferrucci.
    Ulisse insegna che la nostra dignità sta nel "seguir virtute e canoscenza", anche se ciò può costarci un naufragio in cui però si salva l'uomo. L'uomo di ogni tempo, e non soltanto quello dell'età e delle pagine di Dante. La smorfia del volto del "rematore", richiama l'Ulisse dantesco. I due isolotti rimandano alle colonne d'Ercole. I venti ricordano il "turbo" che affonda la "compagna picciola" (vv. 101-102).
    Alla corte di Rimini nel 1441 prima dell'edificazione del Tempio, era giunto Ciriaco de Pizzecolli d'Ancona (1390-1455). Ciriaco ha frequentato i circoli umanistici di Firenze, ed è un "lettore di Dante" che per la sua ansia di sapere ama presentarsi nei panni d'Ulisse, come leggiamo in Eugenio Garin. A Ciriaco potrebbe attribuirsi il suggerimento del tema di Ulisse da inserire nel Tempio, quale parte del discorso umanistico per la cappella delle Arti liberali.

    Secondo Anthony Grafton, è Ciriaco a comporre le epigrafi riminesi, ispirandosi a quelle napoletane da lui trascritte ("Leon Battista Alberti. Un genio universale", 2003, p. 315).
    A proposito della figura dantesca di Ulisse, è utile rileggere quanto osservato da Ezio Raimondi ("Le metamorfosi della parola. Da Dante a Montale", 2004, pp. 190-191): "... l'avventura di Ulisse è anche l'avventura vitale di Dante scrittore in esilio". Petrarca sente che la figura di Ulisse "non è Dante ma può servire a dare anche la grande dimensione di Dante".
    Raimondi si riferisce alla lettera XV, libro XXI delle "Familiares", diretta a Boccaccio. In cui leggiamo questo passo: "In quo illum satis mirari et laudare vix valeam, quem non civium iniuria, non exilium, non paupertas, non simultatum aculei, non amor coniugis, non natorum pietas ab arrepto semel calle distraheret, cum multi quam magni tam delicati ingenii sint, ut ab intentione animi leve illos murmur avertat; quod his familiarius evenit, qui numeris stilum stringunt, quibus preter sententias preter verba iuncture etiam intentis, et quiete ante alios et silentio opus est". ("E in questo non saprei abbastanza ammirarlo e lodarlo; poiché non l’ingiuria dei concittadini, non l’esilio, non la povertà, non gli attacchi degli avversari, non l’amore della moglie e dei figliuoli lo distrassero dal cammino intrapreso; mentre vi sono tanti ingegni grandi, sì ma così sensibili, che un lieve sussurro li distoglie dalla loro intenzione; ciò che avviene più spesso a quelli che scrivono in poesia e che, dovendo badare, oltre che al concetto e alle parole, anche al ritmo, hanno bisogno più di tutti di quiete e di silenzio.")
    Il punto di Petrarca "non civium iniuria, non exilium, non paupertas, non simultatum aculei, non amor coniugis, non natorum pietas", rimanda al c. XXVI, vv. 94-97 dell'"Inferno" dantesco: "Né dolcezza di figlio, né 'l debito amore lo qual dovea Penelope far lieta....".
    Ecco quindi il citato giudizio di Raimondi: Petrarca sente che la figura di Ulisse "non è Dante ma può servire a dare anche la grande dimensione di Dante".
    Raimondi prosegue: "L'Ulisse di Dante è una controfigura negativa di Dante stesso. Presenta, sul piano dell'azione di colui che esplora l'ignoto, qualcosa che per Dante rappresenta la sua stessa operazione poetica, e che Petrarca individua subito".

    Nel 1628 l'irlandese padre Lucas Wadding (1588-1657), professore di Teologia e censore dell'Inquisizione romana, scrive che Sigismondo dedica il Tempio di Rimini alla memoria di san Francesco, ma con immagini di miti pagani e simboli profani.
    Gli risponde dalla stessa Rimini nel 1718 Giuseppe Malatesta Garuffi con la "Lettera apologetica [...] in difesa del Tempio famosissimo di san Francesco", sostenendo che il testo di Wadding contiene alcuni periodi pieni di calunnia contro il sacro edificio.
    Garuffi esamina dottamente le singole cappelle del Tempio: ha fatto studi teologici (è sacerdote) ed è stato direttore della Biblioteca Alessandro Gambalunga di Rimini (1678-1694).
    A Garuffi risponde immediatamente un anonimo riminese, con una pedante requisitoria in difesa di padre Wadding. La replica di Garuffi arriva nel 1727. Il ritardo di tanti anni significa soltanto indifferenza verso argomenti ritenuti giustamente deboli.
    Il discorso dei miti pagani e dei simboli profani, è una costante del dibattito culturale sul Tempio riminese, da cui sono derivate pure le tentazioni di farne un luogo pieno di misteriose velleità esoteriche. Contro di esse mette in guardia Franco Bacchelli in un saggio prezioso (2002).
    Bacchelli osserva che "vi sono certo buone ragioni per diffidare" delle interpretazioni massoniche suggerite da una citazione del "De re militari" di Roberto Valturio. In essa si accenna alla suggestione esercitata sopra Sigismondo dalle "parti più riposte e recondite della filosofia". Bacchelli ricorda un passo di Carlo Dionisotti: quando si trattava di fede cristiana, "Valturio era intransigente: non poteva fare a meno di registrare la pratica della divinazione, ma la deplorava e la interdiva nel presente come arte diabolica".
    Per la cappella dei Pianeti nel Tempio riminese, Bacchelli conclude che i bassorilievi dimostrano la convinzione del committente "che è nei cieli che bisogna ricercare la causa, se non di tutti, almeno dei più rilevanti accadimenti terrestri".
    Questo principio è "pacificamente accettato" nelle corti poste tra Venezia, Ferrara e Rimini, prima che sul finire del XV secolo Giovanni Pico della Mirandola proceda "ad una radicale negazione dell'esistenza degli influssi astrali".
    Bacchelli illustra le contraddizioni del Tempio Malatestiano che rispecchiano quelle delle menti di Sigismondo e del suo ambiente, in cui convivono elementi cristiani ed echi pagani.
    Il testo di Bacchelli è fondamentale per comprendere il senso dell'Umanesimo riminese: un grande progetto culturale che si realizza sia nel Tempio sia nella (scomparsa) Biblioteca dei Malatesti in San Francesco.

    Il dato locale di Rimini va però inserito nel contesto "padano" descritto da Gian Mario Anselmi con un avviso: è necessario ridisegnare una nuova geografia, non per semplificare le cose, ma per comprendere e valorizzare "una complessità irriducibile a tradizionali formule di comodo".

    La Biblioteca dei Malatesti in San Francesco, a fianco del Tempio, è la prima pubblica in Italia, e modello di quella gloriosa (e sopravvissuta) di Cesena. Ideata da Carlo Malatesti (1368-1429), progettata nel 1430 da Galeotto Roberto «ad comunem usum pauperum et aliorum studentium», nasce nel 1432.
    Accoglie moltissimi volumi donati da Sigismondo e procurati dai suoi uomini di corte, fra cui c'è Roberto Valturio.
    Sono testi latini, greci, ebraici, caldei ed arabi, tracce del progetto umanistico di Sigismondo per diffondere una conoscenza di tutte le voci classiche.
    Nel 1475 Valturio lascia la propria biblioteca a quella di San Francesco, ad uso degli studenti e dei cittadini con la clausola che i frati facciano edificare un locale nel sovrastante solario, dato che quello al piano terra era "pregiudicevole a materiali sì fatti", come scrive Angelo Battaglini (1792).
    Il trasporto al piano superiore avviene nel 1490. Lo testimonia una lapide trascritta non correttamente: nel testo latino non c'è il verbo "sum" (io sono) ma l'aggettivo "summa", legato alla parola "cura". L'abbaglio sintetizza il disinteresse culturale verso il tema dell'Umanesimo riminese.
    Il saggio di Franco Bacchelli si trova nel volume dedicato alla "Cultura letteraria nelle corti dei Malatesti", a cura di Antonio Piromalli, con scritti pure di Augusto Campana e di Aldo Francesco Massèra. È il XIV della "Storia delle Signorie Malatestiane", edita da Bruno Ghigi.

    Alle pagine sull'Umanesino riminese. Indice.


  • La verità sulla rivolta dei marinai del 26 aprile 1768 per la questione del porto canale, è presentata dal volume di Alessandro Serpieri apparso nel 2004

    La vita sociale e politica di Rimini nel 1700 è agitata anche dall'annoso problema del porto canale, le cui pessime condizioni gravano sulle vicende economiche cittadine.
    Già sul finire del 1500 si pensa di spostare il porto sull'Ausa, perché la corrente del Marecchia trasporta al mare ghiaia ed altro materiale, causando interramenti che ostacolano l'accesso delle barche e danneggiano il commercio. Nel 1715, su consiglio del Legato di Romagna cardinal Ulisse Giuseppe Gozzadini, sono eseguiti lavori di riparazione alle sponde. Le palizzate della riva destra sono sostituite da un'opera in muratura. Il Comune spende più di 70 mila scudi.

    Le gravi inondazioni
    In seguito all'alluvione del 1727, «caddero i nuovi moli (perché malamente costruiti) nel Porto; e questo solo danno fu calcolato in quindici mila scudi. Le acque erano a tale altezza che dall'Ausa alla Marecchia verso il mare giunsero a sorpassare l'altezza degli alberi più elevati», scrive Luigi Tonini nel 1864, riprendendo la «Cronaca» del conte Federico Sartoni.
    Nel 1744, prosegue Tonini, essendo stata trascurata la sponda sinistra per più anni e non essendo stata essa prolungata come la destra, ci fu «lo sconcio che la corrente, espandendosi presso alla bocca, perdesse di forza a portar oltre le ghiaie, le quali per conseguenza otturarono il canale».
    Nel 1762 il filosofo Giovanni A. Battarra, si legge in Carlo Tonini (1884), dimostra «come il Comune, aggirato da pratici ignorantissimi, gettava il pubblico danaro in provvedimenti inutili e male divisati».
    Dalla fine dello stesso 1762, si trova a Rimini, per redigere il nuovo catasto del territorio, Serafino Calindri di Perugia. Il 14 giugno 1764, nel pubblico Palazzo, Calindri legge una sua «Memoria», spiegando che il nostro non sarà mai un buon porto perché «fabbricato sopra di un fiume». Rimedi? Non prolungare i moli e non lasciare interrare il canale. «Vi è il modo di rimediare al tutto», e lui è «prontissimo a sottoporlo, in caso sia promosso, a qualunque esame».

    Boscovich invitato a Rimini
    Nello stesso 1764, i Deputati del Porto, per avere un altro parere tecnico, invitano a Rimini padre Ruggiero Boscovich (1711-87), gesuita: egli è matematico, fisico, geodeta, astronomo. A Rimini, è conosciuto perché vi ha soggiornato tra 1752 e '53: per correggere le mappe geografiche, pose un osservatorio astronomico in casa Garampi, nell'attuale piazza Tre Martiri. Ha misurato la lunghezza dell'arco di meridiano tra Roma e Rimini, stabilendo così l'esatta forma della terra e l'entità dello schiacciamento polare. A base dell'operazione, sono state prese la cupola di San Pietro a Roma, e la foce dell'Ausa a Rimini.
    Boscovich ritiene che abbia ragione Calindri, già suo discepolo: non bisogna prolungare i moli, come invece suggerisce il medico Giovanni Bianchi. Anche Boscovich compila una «Memoria» (che il Comune gli paga 100 zecchini), dove espone cinque modi per far un porto, senza però sceglierne uno per Rimini.
    I Deputati del Porto non sanno che pesci prendere, e passano la patata bollente al dottor Bianchi, a cui forse fanno gola anche gli zecchini della consulenza. Nel febbraio del 1765, Bianchi esprime il suo «Parere». In esso, prima accusa Calindri di aver «provocato timor panico in città», e poi propone di «tener risarcite le ripe» e di prolungare la «Linea» del porto. Ma Bianchi non trova ascolto in città. In molti lo criticano, invitandolo a fare soltanto il medico e a non immischiarsi in problemi che non lo riguardano.
    Nel 1766 a Calindri viene affidata «l'escavazione di certo banco, che impediva l'ingresso della barche». Il «lodevole effetto» ottenuto in trenta giorni di lavoro, scrive ancora Luigi Tonini, non bastò a far tacere «la parte contraria» che «non cessò dal persuadere che altro sistema di lavoro era voluto».

    Chiamati i matematici
    Per calmare le acque, il governo cittadino «ricorse ai migliori matematici di quei dì, perché vi studiassero sopra e giudicassero». Alla fine dell'ottobre 1776, arrivano a Rimini i padri minimi Francesco Jacquier e Tommaso Laseur. I due definiscono «inutile e pericolosa» la prolungazione dei moli: meglio spurgare il canale, in mancanza del «solo rimedio radicale», trasferire il fiume. Trionfava Calindri? Altri esperti gli danno ragione: sono gli idrostatici Pio Fantoni, padre Antonio Lecchi e padre Francesco Gaudio, interpellati per volontà di Clemente XIII. Essi criticano il prolungamento (proposto da Bianchi).
    Il civico governo ordina l'escavazione, aggiungendo «malauguratamente la simultanea distruzione del molo destro, sì che la corrente di levante avesse passo a distruggere il banco formatosi alla sinistra». A marzo, «stante il poco danaro, e la stagione non atta a' lavori d'acqua, si è risoluto di sospendere» ogni intervento, anche per «acquietare il tumulto, che è cercato di suscitare da' contrari».

    La questione «romana»
    Il Governatore riminese, conte Vincenzo Buonamici di Lucca, scrive al vicelegato papale Michelangelo Cambiaso che i battelli non potevano entrare nel porto. Da Calindri sappiamo che non è vero: tra gennaio e il 16 marzo '68, ne sono giunti 79. Intanto, il 26 aprile sorge «un terribile tumulto di Pescatori e Marinaj» contro Calindri.
    Ad organizzarlo sono stati, in «un segreto congresso» con «le ciurme de' marinai», i nobili che guidano la vita pubblica e privata di Rimini come racconta il cronista Ernesto Capobelli, ripreso nel 2004 da Alessandro Serpieri.
    A Giuseppe Garampi (che a Roma era Segretario della Cifra), Calindri scrive che lo vogliono far fuori per mano del noto bandito Brugiaferro il quale «si vanta di volersi lavare le mani nel mio sangue». Nel maggio 1768, Calindri fugge da Rimini per salvarsi da «insulti prudenzialmente temuti», e ripara a Roma.
    Il vero nemico di Rimini non è Calindri, ma la sede del papato, alla quale si rimprovera di non aver fatto nulla per combattere gli effetti della carestia che s'affaccia sul finire del 1763 per esplodere nel 1765 sino al 1768. Garampi, assoldato dalla sua città con un «mandato di procura» il 31 agosto 1765, fa sapere che la Congregazione del Buon Governo non è ben disposta verso Rimini.
    Scrive poi Garampi il 9 maggio 1767: «In somma nulla è da sperarsi. [...] Compiango vivamente la presente nostra calamità, la quale resta anche più sensibile, perché non compatita».
    Dal 1764 il papa predica l'indulgenza plenaria per chi digiunasse due volte la settimana, mentre si sosteneva che la carestia era una punizione divina per i peccati della gente. L'anno prima la nobiltà al potere a Rimini aveva sancito il divieto dei matrimoni «diseguali».
    Quando arriveranno i francesi anche a Rimini, i marinai si muovono. La «rivolta dei pescatori» (30.5.1799-13.1.1800), mira ad eliminare il tradizionale sistema di rappresentanza, basato sui due ceti di Nobili e Cittadini (i borghesi). Lontani dal diretto controllo della cosa pubblica, i marinai però sono uno dei motori dell'economia locale. E vogliono essere ascoltati. Non soltanto usati dai nobili contro Roma. Anche le loro donne si agitano sul porto.

    Sul tema:
    Porto e politica, affari e malaffare
    Ruggiero Boscovich e la questione del porto canale, pagine riprese da "Lumi di Romagna"
    Una fame da morire
    Marineria, Una classe utile, ma grama e misera


  • Antonio Montanari
    I giorni dell'ira.
    Settembre 1943 - settembre 1944 a Rimini e a San Marino


    Dal capitolo IV. Repubblichini e nazisti.
    I Tre Martiri di Rimini rappresentano bene l’immagine di gente comune, oscuri attori che la cieca violenza nazi-fascista fa diventare protagonisti, recidendo vite giovani. Sono ragazzi costretti a vedere nella lotta armata l’unica strada per riconquistare la libertà per tutti. La Resistenza (quasi sempre) fece dimenticare ai suoi uomini le differenze sociali, e quelle ideologiche. A ricrearle, quelle differenze, spesso ci hanno pensato gli storici, quando hanno ricostruito le vicende di quei momenti.

    In una stanza al pianterreno del convento delle Grazie, trasformata in prigione, trascorsero le loro ultime ore Mario Capelli (23 anni), Luigi Nicolò (22) e Adelio Pagliarani (19), i Tre Martiri, che erano stati sorpresi nella base partigiana di via Ducale a Rimini. "Penso che siano stati collocati lì, perché quella stanza funzionava già da prigione e, per di più, il luogo non era molto lontano dal Comando tedesco": infatti erano frequenti le ispezioni dei militari germanici. Così ricorda quei momenti padre Teodosio Lombardi che allora si trovava nel convento del Covignano. Prosegue padre Lombardi: "Il padre Callisto Ciavatti… ebbe contatti con i tre partigiani e li visitò più volte, fino al giorno in cui furono condotti nella piazza Giulio Cesare di Rimini per essere impiccati". Era il 16 agosto ’44.

    Nel 1946 padre Ciavatti inviò al tribunale di Forlì, dove si discuteva la causa per la morte dei Tre Martiri, una deposizione scritta che ricostruisce in maniera molto particolareggiata quanto avvenne alle Grazie il 15 agosto 1944: quel giorno, scriveva padre Ciavatti, "fui informato dal Comando tedesco di Covignano della cattura operata dal Segretario Politico di Rimini [Paolo Tacchi], di tre giovani della città di Rimini. Fui pure informato che sarebbero stati giustiziati l’indomani mattina. Mi presentai al Comando tedesco alle 19 del giorno stesso, dopo aver porto ai tre prigionieri il mio primo saluto. I tre prigionieri, sottoposti evidentemente a torture, erano in condizioni pietose. Il Comando tedesco, dopo ripetute richieste, mi concesse di portare l’assistenza spirituale ai detenuti, il mattino seguente alle 6.30. Successivamente però potei ancora intervenire, attraverso l’interprete, onde commutare la pena di morte nella deportazione. Alle 20 circa uscii dal Comando di Covignano, con la promessa fattami, tramite l’interprete, di rivedere la cosa e con l’ordine di non presentarmi al mattino successivo, attendendo nuove disposizioni. Ma fatti pochi passi, incontrai Tacchi. Egli mi chiese in tono perentorio il perché della mia visita e, alle mie spiegazioni, esclamò: "Niente da fare, padre. La giustizia umana è ormai compiuta". Ma il dubbio che mi percosse in quel momento, diventò certezza allorché, incontrato di nuovo il Tacchi, verso le 22, egli ebbe ad esclamarmi: "Padre, lei è servito!". Poco dopo l’interprete mi confermava la condanna a morte per impiccagione dei tre giovani".

    Padre Lombardi, la mattina dell’impiccagione dei giovani, si reca a dir Messa nella chiesa di San Gaudenzio: "Nel ritorno al convento", racconta, "vidi i Tre Martiri, legati con le mani dietro la schiena, scortati dai tedeschi, che si dirigevano verso Rimini".

    Padre Amedeo Carpani, che si trovava pure lui al convento del Covignano, il 16 agosto mattina si alzò alle tre e andò subito sotto il portico della Chiesa, "pensando al destino dei poveri giovani". Non ha più speranze di salvarli dall’esecuzione capitale. La sera prima, è andato assieme a padre Callisto Ciavatti, a scongiurare il Comando tedesco "di non ucciderli, ma di portarli eventualmente in Germania". Conferma padre Carpani: "Non ci fu niente da fare, anche perché Tacchi, che comandava a Rimini, era molto deciso a giustiziarli". Padre Carpani, alle sei di quel 16 agosto, vede arrivare "sul piazzale delle Grazie gli ufficiali tedeschi, con una piccola squadra di Mongoli, a prelevare i tre giovani", che, con le mani legate dietro alla schiena, vengono condotti in piazza Giulio Cesare: essi "erano convinti di essere fucilati, ma poi quando seppero che venivano impiccati rimasero molto male". Padre Carpani "di nascosto riuscì a seguire i particolari di quella triste vicenda andando sino alla piazza" Giulio Cesare.

    Chi era quel Leone Celli (barbiere, originario di Forlimpopoli) che aveva permesso la cattura dei tre giovani? Un "infame" come scrissero i partigiani nella relazione sul fatto? O anche lui una vittima degli eventi? Celli si sarebbe trovato coinvolto casualmente nella vicenda. Assieme ad altre persone verso l'8 agosto, aveva assistito alle minacce rivolte da un contadino ad una vecchietta che raccoglieva frutta da un albero del podere. Celli ne prese le difese, minacciando il contadino per il tono violento usato contro la donna, eccessivo rispetto all'entità del furto subìto. Qualche giorno dopo quell'episodio, è incendiata una trebbiatrice, il 12 agosto. Celli viene sospettato di essere l'autore del sabotaggio. Fermato dai repubblichini, forse perché picchiato o forse per evitare guai peggiori, scambiò la propria salvezza con la delazione: "So dove ci sono dei partigiani", avrebbe detto. Lui, come barbiere, in via Ducale, c'era stato qualche volta.

    Quando furono arrestati i Tre Martiri? Il 13 agosto verso le 17.30, secondo un articolo di Montemaggi del ’64 in cui si riportava una testimonianza di Paolo Tacchi. Montemaggi nel ’94 ha spostato l'evento al giorno 14 in base al "Rapporto riservato" (stilato il 30 agosto), del 471° Gruppo germanico. Nel "Diario di guerra" del Comando Supremo della Decima Armata tedesca, la notizia è registrata il 15 agosto: lì si trova anche scritto che la cattura dei tre "banditen" avvenne "nell'ospizio Marino (poco a sud-est di Rimini)" in località Comasco: è un errore. I tre giovani sono stati catturati nell'Ospedalino Infantile (Aiuto Materno, via Ducale). Padre Carpani ricorda il 14 agosto. In altre fonti si parla di quanto tempo i tre giovani restarono nelle mani dei nazi-fascisti. Secondo Maria Pascucci ("Il ras di Rimini [Tacchi] li tortura per far loro confessare i nomi. Essi tacciono e resistono…"), si tratta di "tre giorni". Essendo stata eseguita l'esecuzione capitale il 16 mattina, la cattura sarebbe dunque avvenuta il 13 pomeriggio. Per Guido Nozzoli, tra l'arresto e l'esecuzione non passarono che trentasei ore. Quindi la cattura sarebbe del 14. Chi vi era presente? Secondo Montemaggi (1994), c'era Alfredo Cecchetti [Cicchetti]. Per Nozzoli, Cicchetti non era nella base di via Ducale al momento dell'irruzione.

    Ad un pranzo ufficiale di ringraziamento da parte dei tedeschi ai medici dell’ospedale di Rimini nel giugno ’44, Paolo Tacchi ha pronunciato "una specie di discorso": "…penso che la guerra per noi sia già perduta… […] La Germania e l’Italia… ormai sono fuori combattimento". Il col. Christiani, ascoltando le parole di Tacchi, tradotte da un interprete, "diventò pallido e mostrò la sua incredulità e sofferenza". Un allarme aereo tolse dall’imbarazzo gli invitati italiani, già in preda ad un "certo panico" per quell’incidente politico. Ognuno "prese la via della fuga". [M. Righi]

    Rimini ieri. 1944-1945
    I Tre Martiri.
    "il Ponte", Rimini. 06.08.1989
    Una trebbiatrice bruciata, la spiata e la cattura dei giovani partigiani in via Ducale. Le testimonianze sulla loro prigionia alle Grazie e sull'esecuzione in piazza Giulio Cesare. I processi a Paolo Tacchi, il terrore di Rimini: dalla condanna a morte all'assoluzione.

    Estate 1944. La città è sconvolta e devastata dalle bombe. I tedeschi sono sempre più prepotenti. Il primo luglio il Cln pubblica un appello a non trebbiare il grano per impedire ai nazisti di prenderselo e di portarlo in Germania.
    Alla fine di luglio, una lettera anonima arriva al Comandante del 303° reggimento granatieri tedeschi, col. Christiani, ed al segretario del fascio repubblicano, Paolo Tacchi.
    C'è scritto che due uomini armati ed uno apparentemente inerme hanno intimato ad un colono di Fornaci Marchesini, di non effettuare la trebbiatura con la macchina di proprietà dei padroni del fondo.
    Il 12 agosto quella trebbiatrice è incendiata una squadra Gap (Gruppi di azione patriottica) appartenente alla 29.a brigata, e composta da sette uomini. La loro base logistica è alla ex caserma "Ducale", nell'omonima via, nei presso del ponte di Tiberio.
    Tedeschi e fascisti si mettono in movimento per individuare i responsabili dell'attentato, sulla traccia della lettera anonima. Vengono eseguiti alcuni arresti.

    Una delle persone fermate, è messa alle strette. Rivela il nascondiglio dei gappisti.
    Chi 'parla' è un barbiere, Leone Celli, nato a Forlimpopoli nel 1912. «Una losca figura», secondo l'antifascista Guglielmo Marconi.
    13 agosto. Militi repubblichini e soldati nazisti guidati da Tacchi circondano la base partigiana.
    Mario Capelli, Luigi Nicolò ed Adelio Pagliarani, sorpresi nel nascondiglio con armi e volantini, sono condotti nell'ex caserma dei Carabinieri alle Grazie. La loro prigione di trova nell'attuale portineria del convento.

    Paolo Tacchi, segretario del fascio, fornirà una versione dei fatti tutta diversa, per allontanare da sé l'accusa di triplice omicidio.
    Tacchi racconta che la sera del 13 agosto «fu richiamato al Comando tedesco ove gli dissero che il barbiere aveva confessato che uno dei due armati» della lettera anonima, «era il partigiano Alfredo Cicchetti, abitante in via Ducale n. 3 (e cioè nella vecchia caserma)».
    Un maresciallo tedesco ed un interprete furono incaricati di accompagnare il barbiere sino a via Ducale. Tacchi che doveva percorrere lo stesso itinerario per andare alla colonia Montalti alle Celle, seguì casualmente la macchina dei due militi.
    In tribunale, nel 1949, Tacchi deporrà: «Entrati trovammo tre persone delle quali una in divisa germanica, una in divisa di vicebrigadiere della Gnr, in camicia nera con distintivi di grado e decorazioni». Intorno le armi, tre mitragliatrici ed alcune rivoltelle.
    Il vice di Tacchi nella brigata nera di Rimini, Mario Mosca, per difendere il suo capo, ne rovescia il racconto. Non fu Tacchi a seguire casualmente i nazisti, ma «un maresciallo tedesco si mise alle costole di Tacchi», per quella ricerca in via Ducale. Una volta scoperti i tre ragazzi armati, il «nazista si fece avanti: voi non c'entrate più, ora è affar nostro».

    Ritorniamo al convento delle Grazie, dove sono stati trasferiti i tre arrestati.
    Padre Amedeo Carpani, assieme al confratello padre Callisto Ciavatti, scongiura il Comando tedesco di non ucciderli, ma di portarli eventualmente in Germani: «Non ci fu niente da fare, anche perché Tacchi, che comandava a Rimini, era molto deciso a giustiziarli», ha dichiarato padre Carpani.
    Tacchi è segretario dei repubblichini dal dicembre 1943. Comanda la Brigata nera «Capanni» ed è di conseguenza a capo di tutti gli organi di polizia.
    Convinto collaborazionista, ha fatto eseguire numerosi rastrellamenti di renitenti e partigiani. Molti dei quali sono stati sottoposti a maltrattamenti e sevizie. Il suo nome, in quei giorni a Rimini, ci ricorda un'anziana signora, vuol dire soltanto «terrore».
    Appartiene ad una facoltosa famiglia riminese. Squadrista a 16 anni, si è scontrato con i gerarchi fascisti per le sue idee indipendenti. È tornato a Rimini proprio la sera di domenica 25 luglio 1943, in licenza di convalescenza (è sottufficiale della Marina). Quella sera, dalla stazione va verso casa sua in via Dei Mille, quando qualcuno gli urla: «È finita anche per te». Mussolini è stato arrestato alle 17. Ne nasce una zuffa, sedata per l'intervento di altre persone.
    Che sia stato lui a far arrestare i Tre Martiri, non ci sono ormai più dubbi. Tacchi firmerà anche il manifesto azzurro della Brigata «Capanni», datato 16 agosto 1944, con cui è annunciata l'avvenuta esecuzione dei giovani riminesi.

    14 agosto 1944. Capelli, Nicolò e Pagliarani sono sottoposti a processo sommario, celebrato dalla corte marziale del 303° reggimento granatieri tedeschi del col. Christiani. Riconosciuti come partigiani, Capelli, Nicolò e Pagliarani sono condannati a morte. La sentenza è subito ratificata dal gen. Ralph von Heygendorff, comandante della Divisione di stanza a Cesena.
    Il 15 agosto sera, padre Ciavatti ha un incontro con i tre giovani. Riesce a «riconciliarli e rasserenarli». Ventiquattr'ore prima, i prigionieri non si erano mostrati disposti per un incontro spirituale, racconta padre Carpani.
    I ragazzi scrivono ciascuno una lettera per i propri famigliari, che consegnano a padre Ciavatti. Sono documenti strazianti.

    16 agosto 1944. Alle 3 del mattino, padre Carpani esce dalla propria stanza, e cammina sotto il portico del convento, pensando al destino dei tre prigionieri. Alle sei, sul piazzale delle Grazie arrivano gli ufficiali tedeschi con una piccola squadra di mongoli, ex soldati russi prigionieri collaborazionisti.
    Prelevano i tre giovani che sono condotti, le mani legate dietro alla schiena, sino alla piazza Giulio Cesare. I prigionieri, ricorda padre Carpani, erano convinti di dover essere fucilati. «Quando seppero che venivano impiccati, rimasero molto male».
    Padre Carpani di nascosto riuscì a seguire i particolari di quella triste vicenda, andando sino alla piazza, ricostruisce padre Teodosio Lombardi.
    Padre Lombardi, quella mattina, incontrò il carro con i tre giovani che scendevano verso Rimini, mentre stava tornando al convento delle Grazie dopo aver celebrato Messa alla chiesa di San Gaudenzio.

    In piazza Giulio Cesare, ci sono anche due partigiani, Libero Angeli ed Augusto cavalli.
    La sera prima sono venuti a sapere da un milite repubblichino, della sentenza di morte. Decidono di «assistere alla macabra esecuzione come atto di solidarietà e conforto con le vittime».
    Angeli racconta: «Affaccendati attorno ala forca una ventina di mongoli attorniati da una quindicina di tedeschi. Confuso tra questi un italiano a capo scoperto», con indosso una tuta blu. Era il comandante del reparto repubblichino acquartierato alle Grazie.

    Angeli descrive l'esecuzione. Capelli al centro, altero. Nicolò e Pagliarani ai lati, un po' abbattuti». I loro corpi sono segnati da ecchimosi. «Nessuna lacrima rigava il loro volto, non un lamento, non un sospiro è uscito dalle loro labbra».
    Il Comando tedesco voleva che quei corpi restassero esposti per tre giorni. Il Commissario prefettizio Ugo Ughi non obbedisce. Dopo un solo giorno li fa riporre in cofani funebri a spese del Comune, e li fa trasportare al cimitero coll'auto funebre, e non su un carro qualunque, come avevano imposto i nazisti.

    «Benché spietatamente torturati, non uno di loro si lasciò sfuggire di bocca neppure mezzo nome», ricorderò Guido Nozzoli: «Come non pensare che questi anni della nostra vita, vissuta dopo di loro, sono anche un loro dono?».
    Nel pomeriggio del 17 agosto, avviene il trasporto delle tre salme al cimitero, dove possono essere sepolte, a causa dei continui allarmi, soltanto nella mattinata del 18 agosto.
    All'alba dello stesso giorno, Augusto Cavalli vede transitare per la strada di San Marino un carro scortato da alcuni soldati tedeschi, «seguìto a piedi da Leo, il delatore, e sopra il figlio, la moglie e poche masserizie». È sempre Libero Angeli a parlare: Leone Celli veniva portato al Nord, «lontano da una possibile punizione partigiana».

    Verso il Nord, alla fine di agosto, va anche Paolo Tacchi, in compagnia di altri fascisti e della propria amante Bianca Rosa Succi, cassiera del fascio. Ha con sé sei milioni di lire. Dopo la Liberazione è arrestato a Como. Lo annuncia il «Giornale di Rimini» dell'8 luglio 1945.
    È catturato «per collaborazionismo e per aver determinato l'omicidio per impiccagione» dei Tre Martiri.
    Da Como, Tacchi è tradotto a Padova ed a Forlì. «Il giorno di Natale ho mangiato quello che mi hanno offerto i partigiani di Rimini che erano in carcere a Forlì compresi alcuni della stessa Gap alla quale appartenevano i tre giustiziati dai Tedeschi», scriverà Tacchi per discolparsi della tremenda accusa.
    A Forlì, è imputato fra l’altro anche per l’uccisione di partigiani e di renitenti alla leva, oltre alla «responsabilità presunta» nell’impiccagione dei Tre Martiri.

    Il 9 gennaio 1946, comincia il primo processo, conclusosi con la condanna a morte di Tacchi, mediante fucilazione alla schiena. I coimputati Mario Mosca, Giuffrida Platania e Valerio Lancia sono condannati a 25 anni, i primi due, ed a 17 anni il terzo.
    In questo processo, la Succi parla di Tacchi come di «un fascista fanatico ed ambizioso, responsabile ed organizzatore di tutti i rastrellamenti nel Riminese».
    La condanna di Tacchi è annullata nel dicembre 1946 dalla Cassazione, per mancanza di motivazione: la corte popolare si sarebbe fatta influenzare dalla bramosia di vendetta provocata dall’«odio attiratosi allora dal Tacchi».
    Per Mosca, Platania e Lancia, la Cassazione applica l’amnistia. Tacchi viene rinviato a giudizio in ambiente più sereno.
    A Roma, il 28 maggio 1947, Tacchi è condannato a trent’anni. Pure questo verdetto è annullato dalla Cassazione, per difetto di motivazione. In altri due successivi processi, Tacchi è assolto dalla stessa Cassazione nel 1949, per non avere commesso i fatti. Era stato per 38 mesi nel penitenziario di Procida. Non tornò a Rimini, morirà a Senigallia nel 1971.

    Il 16 marzo 1946, il secondo anniversario della morte dei Tre Martiri è ricordato con una Messa al campo nella piazza Giulio Cesare, celebrata dal Vescovo di Rimini, mons. Luigi Santa. Il periodico dc «L’Ausa» definisce i Tre Martiri «simbolo del nostro riscatto».
    Il primo novembre 1946, alla prima seduta del Consiglio comunale appena eletto, si discute sui nomi da cambiare a strade e piazze. Ai tre giovani è dedicata la memoria del luogo dove la barbarie della guerra civile aveva avuto il sopravvento.

    Bibliografia.
    O. Cavallari, Bandiera rossa la trionferà, Rimini 1979.
    B. Ghigi (a cura di), La guerra a Rimini… Documenti e testimonianze, Ghigi, Rimini 1980.
    N. Matteini, Rimini negli ultimi due secoli Maggioli, Rimini 1977.
    A. Montemaggi, vedi gli articoli del «Carlino» del 12.8 e 15.8.1984, ora raccolti in volume presso la Biblioteca Gambalunga di Rimini.
    U. Ughi, Memorie, in «Storie e storia», n. 4, 1980.


    Antonio Montanari

  • Una nuova collana della casa editrice bolognese il Mulino presenta, sotto il titolo di «Ritrovare l'Italia» un volume di Anna Foa, «Andare per ghetti e giudecche», in cui le pagine fondamentali riminesi sull'argomento sono completamente dimenticate.
    Il tema ebraico non ha avuto successo neppure in sede locale. Il capitolo relativo contenuto nel secondo volume della storia della Chiesa riminese, trascura le fonti aggiornate, con quell'arroganza di chi guarda soltanto il proprio ombelico, considerandolo fonte di ogni sapere. Ma questa è una patologia abbastanza diffusa che meriterebbe un'analisi tutta a sé stante.
    La presenza ebraica è documentabile per Rimini sin dal 1015 con il teloneo «judeorum», ovvero l'appalto dei dazi d'entrata nel porto. La questione è esaminabile soltanto in senso indiziario, partendo dai secoli successivi.
    A metà del 1400 Rimini è il principale centro finanziario ebraico della Romagna, dalla quale transitano gruppi provenienti dalla Marca e dall'Umbria e diretti nella pianura padana per evitare gli effetti della predicazione degli Zoccolanti contro gli Ebrei e le loro attività finanziarie caratterizzate da tassi che a Ravenna sono documentati anche al 30 ed al 40 per cento. Di solito gli Ebrei praticavano «tassi notevolmente inferiori agli usurai cristiani». E per questo dovettero subire nel 1429 e nel 1503 un assalto ai loro banchi (A. FALCIONI, La Signoria di Sigismondo Pandolfo Malatesti, 1. L'economia, Rimini 1998, p. 158).
    Di tutto ciò, come già anticipato sopra, non si trova traccia nel secondo vol. della «Storia della Chiesa riminese» che arriva sino «ai primi anni del Cinquecento», nella parte dedicata all'argomento. A p. 322 si legge infatti: «… da parte della Chiesa locale non si rilevano atteggiamenti di intolleranza od ostilità verso gli ebrei» (cfr. O. DELUCCA, La comunità ebraica, il credito, i Monti di Pietà, pp. 317-340).
    Guardiamo ai fatti. Nel 1515 (il 13 aprile) a Rimini si discute la proposta di bandire gli Ebrei dalla città quali nemici della Religione e promotori di scandali nel popolo. Ed il Consiglio generale approva all'unanimità l'adozione di tre provvedimenti: chiedere licenza al papa di bandire gli Israeliti; far loro pagare le spese per i soldati a piedi ed a cavallo «qui condotti, e trattenuti per guardia de gli Ebrei» medesimi; ed infine stabilire «che nell'avvenire volendo detti Ebrei continuare l'habitatione in questa Città, portassero il capello, o la beretta gialla». Per le donne, il successivo 28 aprile, è introdotta la regola di recare una benda gialla in fronte, facendo loro nel contempo divieto di porre sul capo i mantelli. Restano disattesi questi ordini del segno distintivo se nel 1519, dietro istanza di frate Orso dei Minori di San Francesco, sono ripetuti in obbedienza anche ai «decreti del Sacro Concilio».
    Gli Ebrei richiedono di non essere costretti alla berretta od alla benda gialle, ma di recare semplicemente un segnale sul mantello. La città ricorre al papa «da cui fu commandato, o che quelli partissero da Rimini, overo obbedissero alla Città».
    Il 22 luglio 1548 il Consiglio generale della città obbliga gli Ebrei riminesi a non abitare fuori delle tre contrade dove già si trovavano. Si anticipa così il provvedimento di papa Paolo IV che con la «bolla» intitolata «Cum nimis absurdum» del 17 luglio 1555 istituisce il ghetto in tutto lo Stato della Chiesa, seguendo il modello realizzato nel 1516 dalla Serenissima Repubblica di Venezia. Cfr. MONTANARI, La presenza degli Ebrei a Rimini dal 1015 al 1799, su cui v. la nota bibliografica in calce.
    L'importanza del ruolo degli Ebrei riminesi è attestata dal fatto che essi realizzano in città tre sinagoghe, e non due come si sostiene dal cit. DELUCCA, La comunità ebraica, il credito, i Monti di Pietà, p. 329. La prima sinagoga è attestata sin dal 1486, sulla piazza della fontana (ora Cavour) dal lato della pescheria settecentesca, nella contrada di San Silvestro. Essa è poi definita come «vechia», quando è realizzata la seconda che in rogito del 1507 è chiamata «magna», nella contrada di Santa Colomba o San Gregorio da Rimini (via Sigismondo), nella porzione di quartiere tra l'odierna via Cairoli ed il Teatro Galli, lato monte.
    Nel 1555 la sinagoga «magna» risulta invece situata in contrada di San Giovanni Evangelista detta «delli Hebrei» (via Cairoli), a poca distanza dalla chiesa di San Giovanni Evangelista (Sant'Agostino), e proprio dalla sua parte, come si ricava dal documento datato 14 novembre riguardante la decisione presa dagli Ebrei riuniti nella Sinagoga «magna» di vendere la casa detta «la Sinagoga vechia».
    Della sinagoga «vechia» in questo documento del 1555 si scrive che è posta vicino («iuxta») alla strada detta «Rivolo della Fontana» o «del Corso», cioè nell'angolo della piazza Cavour con la contrada di Santa Colomba (via Sigismondo). Il «Rivolo» andava dalla piazza del Castello sino alla piazza Cavour, cambiando poi qui il nome in contrada di San Silvestro.
    La sinagoga «vechia» era quindi situata nella parrocchia di San Silvestro, delimitabile con il corso d'Augusto, via Cairoli e via Sigismondo e piazza Cavour. La nuova sinagoga è trasferita prima nella zona della parrocchia di Santa Colomba che è speculare verso monte rispetto alla parrocchia di San Silvestro; e poi nella parrocchia di Sant'Agostino sul lato dove sorge la chiesa.
    Nel 1569, dopo che il 26 febbraio papa Pio V ha dato il bando agli Ebrei da tutte le sue terre ad eccezione di Ancona e Roma, gli israeliti di Rimini decidono di vendere l'ultima sinagoga, quella posta nella parrocchia di Sant'Agostino. Il 16 maggio il bolognese Prospero Caravita (abitante in Rimini) ed il ravennate Emanuellino di Salomone, come rappresentanti della comunità israelitica locale, stipulano l'atto relativo, consapevoli che per l'editto pontificio tutti gli Ebrei che si trovavano nella nostra città l'avrebbero dovuta abbandonare entro breve tempo. Quest'ultima sinagoga è composta di tre stanze («una domum consistentem ex tribus stantiis»): la più grande è quella dove si riunivano a pregare gli uomini, un'altra più piccola dove si adunavano a pregare le donne, ed un'altra infine posta sopra quest'ultima e sempre ad uso delle donne.

    Nota bibliografica.
    A. MONTANARI, La presenza degli Ebrei a Rimini dal 1015 al 1799, 2011, <http://www.scribd.com/doc/46468695/Ebrei-a-Rimini-1015-1799>.
    Il testo sviluppa quattro articoli pubblicati sul settimanale «il Ponte» di Rimini nel 2005: 1. Rimini anticipa il ghetto ebraico (n. 42), 2. Ebrei, dal dazio del porto ai prestiti (n. 43), 3. Ebrei, le sinagoghe e il cimitero (n. 44); e nel 2006: 4. Ebrei di Pesaro a Rimini a fine 1700 (n. 22). Per questi ed altri materiali poi usciti a stampa, tra cui «L' Heretico non entri in fiera». Società, economia e questione ebraica a Rimini nel secoli XVII e XVIII. Documenti inediti, «Studi Romagnoli» LVIII (2007), Cesena 2008, pp. 257-277, si veda in http://www.webalice.it/antoniomontanari1/indici/storia.ebrei.rimini.1192.html.

    Antonio Montanari
    (c) RIPRODUZIONE RISERVATA






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