• Rimini moderna


  • Nel 1516 la cattedrale di Santa Colomba, nella cappella della Madonna Incoronata, restituisce il corpo di una donna, avvolto in un prezioso panno. Nel quale si legge soltanto il nome di Federico imperatore ed una data, 1231. La prima notizia sul panno è pubblicata da Raffaele Adimari nel "Sito Riminese" (Brescia, 1616, p. 59). Nella cattedrale, egli precisa, "vi è un drappo antichissimo di seta [...] che si vede esser stato fatto nel Anno M.CCXXXI. il qual fù trouato in un'arca di Marmo [...] il qual dicono, che fù posto in quel luoco da Federico II. Imperatore, inuolgendoli dentro una sua Figliuola morta".
    Nel "Raccolto istorico" di Cesare Clementini (Rimini, II, 1627, p. 664), troviamo più particolari: "fabbricandosi nella Cattedrale la Capella chiamata l'Incoronata, hora di San Gioseffo, [...] dentro l'antico muro della Chiesa, fu trovato una Donna morta, e avolta in un regio panno di seta rossa, lungo braccia sei, ripieno di Rosoni d'oro, e di Leoni, fatti a basso rilievo parimente d'oro, che sostengono un gran fiore, attorniato con certi circoli, in mezzo a quali stanno alcune lettere, che per esserne una parte corrosa, altro non si legge, che FRIDERICUS Imp. Aug. MCCXXXI".

    La "morta Donna"
    La pagina di Clementini prosegue con l'ipotesi circa l'identità della "morta Donna". Secondo alcuni è una Baronessa, secondo altri una Nipote di Federico II. Adimari, come abbiamo visto, invece parla di una Figliuola dell'imperatore: la sua fonte è un trattato sul vermicello della seta (Rimini, 1581) composto da Giovanni Andrea Corsucci da Sassocorvaro, già rettore di San Giorgio Antico e Maestro comunale. Corsucci annota pure che ai suoi tempi l'antico panno funebre era ancora fresco e bello, e che se ne serviva il Capitolo della Cattedrale per il cataletto nei mortorii di Vescovi e Canonici, nel portarli alla sepoltura.
    Chi può essere la Donna morta? Il padre di Federico II, Enrico VI, ha un fratello Ottone II che da Margherita di Blois genera Beatrice di Borgogna, moglie di Ottone il Grande. Questa Beatrice scompare proprio nel 1231, il 7 maggio, l'anno del funerale riminese. Ma si trova poi che essa è sepolta dal dicembre dello stesso 1231 nell'abbazia di Langheim a Bamberg. Quindi sarebbe da escludere che sia suo il corpo ritrovato nel 1516.
    Beatrice era un personaggio troppo importante per essere eventualmente lasciata lontana dalla propria patria. La presenza di Beatrice in Romagna non sarebbe strana. Basti ricordare quanto scrive Carlo Sigonio (1520/23-1584) nel XVII libro della sua storia del Regno d'Italia (1591): Federico II chiamò dalla Germania in Romagna il figlio Enrico ed i suoi principi. Tra costoro c'è pure il marito di Beatrice, Ottone I d'Andechs e di Merania.

    Feste per tutti
    Sigonio aggiunge: Federico II, per non intimorire la gente con parate militari anzi per allietarla e divertirla, organizza una sfilata di animali mai visti o poco noti da queste parti. Sono appunto gli elefanti, leoni, leopardi, cammelli ed uccelli rapaci che per molti giorni offrono meraviglioso spettacolo e che finiscono citati nella lapide ritrovata a San Martino in Venti (1973-74), come ha raccontato Anna Falcioni in un testo edito da Bruno Ghigi nel 1997.
    Sul Ponte (4.5.2008) lo ha presentato Angela De Rubeis: "Mentre si lavorava all'abbattimento di un circolo ACLI che nel dopoguerra era stato costruito con le macerie lasciate sul campo dai tanti bombardamenti, si scopre quella lapide che il parroco don Lazzaro Raschi conserva indagando sulla sua antica collocazione”. Trova così che prima degli anni '40 essa "era posta, e ammirata dai fedeli, sotto l'altare maggiore" della sua chiesa, in quanto considerata una pietra sacra.
    Nell'articolo si ricorda la serie degli studi per "leggere" quella pietra, iniziati da Augusto Campana, proseguiti da Gina Fasoli e completati da Aurelio Roncaglia (1982) con questa traduzione: "Nell'anno del Signore 1231, sotto il papato di Gregorio e l'impero di Federico [...] al tempo in cui l'imperatore Federico venne a Rimini e condusse con sé elefanti, cammelli e altri mirabili animali, quest'opera fu fatta e completata".

    Mainardino, la fonte
    Il passo di Carlo Sigonio fu riproposto da Ludovico Antonio Muratori (1672-1750) negli "Annali" (VII, Napoli, 1773, p. 209) senza la precisazione della fonte: "l'avrà preso da qualche vecchia Storia. Cioè, che Federigo diede un singolare spasso a i popoli in Ravenna, coll'aver condotto seco un liofante, de i leoni, de' leopardi, de' cammelli, e degli uccelli stranieri, che siccome cose rare in Italia, furono lo stupore di tutti".
    La fonte di Sigonio è Mainardino Imolese, come si legge in una nota dei "Monumenta Germaniae Historica" (tomo XXXII, dedicato alle cronache di Salimbene de Adam [1221-1287], 1905-1913, p. 93). La testimonianza di Mainardino è relativa proprio a Ravenna tra 1231 e 1232. Mainardino scrive che vide l'imperatore condurre seco "molti animali insueti in Italia: elephanti, dromedarii, cameli, panthere, gerfalchi, leoni, leopardi e falconi bianchi e alochi barbati".
    Mainardino è stato definito "uno storico dimenticato del tempo di Federico II" (P. Scheffer-Boichorst, "Zur Geschichte des XII. und XIII. Jahrhunderts Diplomatische Forschungen", Berlino, 1897, p. 275). Un'altra citazione da Mainardino, è in un testo di Pandolfo Collenuccio (1444-1504) di Pesaro, "Compendio delle historie del regno di Napoli", Venezia, 1541 (quindi anteriore a Sigonio), p. 80bis: Federico nel novembre 1232 arriva a Ravenna "con grandissima comitiua, e magnificentia, e tra le altre cose menò con sé molti animali insueti in Italia", di cui fa l'elenco che abbiamo appena letto, "e molte altre cose degne di admiratione, e di spettaculo". Nello studio di Scheffer-Boichorst si legge infine (p. 282) che spesso Collenuccio, nell'enumerazione degli animali, coincide con Flavio Biondo.

    Flavio Biondo
    Ecco che cosa si legge in Flavio Biondo: "Mentre che era Federigo in Vittoria [Sicilia], gli uennero ambasciatori di Aphrica, di Asia, e de lo Egitto; e portarongli a donare Elephanti, Pantere, Dromedarij, Pardi, Orsi bianchi, Leoni, Linci, e Gofi barbati: egli si edificò qui Federigo bellissimi giardini, e serragli; dove teneua bellissime fanciulle; e lascivi garzoni" (Le Historie del Biondo..., Ridotte in Compendio da Papa Pio [II]; e tradotte per Lucio Fauno, Venezia, 1543, p. 172 retro).
    Su Mainardino, scrive Augusto Torre (Enciclopedia Dantesca, Roma, 1970): "Vescovo di Imola, della famiglia Aldigeri di Ferrara (dalla quale si pensa derivasse la moglie di Cacciaguida), figlio e fratello di due giudici famosi, fu uno dei più insigni personaggi del suo tempo. Suddiacono e preposito della cattedrale di Ferrara sin dal 1195, il 16 agosto 1207 era già vescovo di Imola. La sua attività si svolse sia nel campo spirituale come in quello temporale, e ne rivelò le spiccate capacità politiche. Fu podestà di Imola (1209-10 e 1221-22), che difese saldamente contro i ripetuti attacchi di Bologna e di Faenza. Per molto tempo lo troviamo vicino a Federico II e ai suoi legati; fu anche vicario imperiale e in questa qualità risolse con grande energia le contese fra Genova e Alba (1226), ma dal 1233 si tenne lontano dalla politica attiva. Il 9 agosto 1249 troviamo già eletto il suo successore; ignoriamo l'anno della sua morte, avvenuta dopo quella data. Scrisse una storia di Imola e una biografia di Federico II, entrambe andate perdute". Nella "Storia dell'Emilia Romagna" (I, 1976, p. 685) Augusto Vasina sottolinea: Mainardinus ebbe una "prepotente vocazione politica filoimperiale".
    Nel marzo 1226 da Rimini Federico II ha promulgato la sua Bolla d'oro per confermare la donazione della Prussia all'Ordine Teutonico. La ricorda una lapide (1994) in piazza Cavour, proposta dallo storico Amedeo Montemaggi.

    Lena Vanzi

  • Alle origini di Rimini moderna (8). Non le guerre o le rivoluzioni cambiano la Storia, ma l'impegno femminile con un progetto politico di giustizia e libertà per tutti i ceti sociali
    Donne in lotta, avanza il nuovo
    ["il Ponte", 14.04.2013]

    Donne in lotta, avanza il nuovo

    Manca una storia economica e sociale di Rimini moderna. Come pure quella delle idee che vi circolavano. Molti aspetti della sua vita sono così ignorati o travisati. Ha scritto un celebre storico della Scienza, Paolo Rossi: "Anche il passato è pieno di cose nuove e sconosciute". Tra cui possiamo porre il discorso sul ruolo svolto dalle donne lungo i secoli.

    La nostra Francesca
    Spesso e volentieri ce la siamo cavata con il solenne macigno di Francesca peccatrice, raccontata da padre Dante col commosso ricordo dal luogo infernale dei lussuriosi. La "verità" storica della vicenda malatestiana, non ha documenti che la attestino. Il passo di Dante è fonte letteraria e non cronachistica. Ma forse si è trattato di un omicidio politico, non d'un duplice delitto d'onore.
    Lo Sciancato aveva i suoi buoni motivi per odiare il Bello. Il primogenito Giovanni avrebbe potuto per invidia progettare l'eliminazione fisica del fratello minore Paolo, protagonista stimato della scena nazionale. Francesca sarebbe la vittima non di un dramma amoroso, ma di una terribile questione politica che rispecchia il modo di operare di quella società che considerava le donne sempre soggette al volere ed al valore del maschio, simbolo del potere più assoluto. Il quale faceva cancellare tutte le versioni non ufficiali dei fatti. Secondo Boccaccio, il matrimonio fra Giovanni e Francesca è un fatto politico, seguendo usi e costumi del tempo, perché riconosce la fine di una lunga e dannosa guerra tra i Malatesti e i Da Polenta.

    Cleofe ed Isotta
    Questo contesto politico del potere che decide la sorte delle donne, si ripete nel 1418. Nella prospettiva di un nuovo quadro dei rapporti tra Roma e Costantinopoli, è progettato come fase preparatoria il doppio matrimonio fra i figli di Manuele II imperatore d'Oriente e due fanciulle cattoliche, Cleofe Malatesti di Pesaro (educata a Rimini) e Sofia del Monferrato. Il papa Martino V l'8 aprile 1418 autorizza i figli dell'imperatore bizantino a sposare donne cattoliche. Del matrimonio fra Cleofe e Teodoro Paleologo, forse concluso con la morte violenta della giovane, non hanno scritto la storia i contemporanei.
    A noi non è giunta nessuna narrazione utile a completare gli scarsi documenti sopravvissuti, tra cui quattro lettere della stessa Cleofe alla sorella Paola Gonzaga. Il velo dell'oblio può non essere casuale. E conferma quanto s'è visto per Francesca. Alla cui vicenda Cleofe Malatesti s'avvicina, proprio per il silenzio che ne avvolge la sorte.
    È un'altra donna a cambiare il volto della cultura malatestiana riminese, quell'Isotta che troviamo sepolta nel nostro Tempio, e che mette in ombra le immagini di Sigismondo Pandolfo quale condottiero ed uomo di guerra. Anche grazie a lei, il Tempio resta sino ai nostri giorni la testimonianza d'una novità assoluta, il desiderio di rinnovare il grande sogno umanistico dell'incontro tra le culture, proprio mentre le armi reggevano e regolavano le sanguinose divisioni.

    Diamante, ribelle
    Per constatare come cambi la posizione della donna nella gestione della vita famigliare e nella società, saltiamo qualche secolo ed arriviamo a quello XVIII, con Diamante Garampi. La quale dimostra la più esemplare volontà di essere l'unica padrona della propria vita, in un momento in cui sta nascendo il più grande scontro, per l'età moderna, tra le nuove idee scientifico-politiche e le posizioni conservatrici o reazionarie (ci si scusi il linguaggio tipicamente odierno) delle forze politiche in campo in tutt'Europa.
    Diamante si ribella al volere del padre Francesco (fratello del celebre card. Giuseppe) che ha deciso il suo futuro, combinandone il matrimonio secondo il costume del tempo. Diamante richiama la figura goldoniana di Mirandolina su cui ha scritto Franca Angelini (1993): "vincitrice del Cavaliere", è però "vinta dalla legge che incombe sulla condizione femminile, l'ubbidienza al padre", che nel caso specifico significa dover sottostare all'interdizione del passaggio da una classe sociale a un'altra. Nel Manzoni s'incontra poi la figura della Monaca di Monza, sulle cui labbra egli pone queste parole: "Già lo so che i parenti hanno sempre una risposta da dare in nome de' loro figliuoli". Parole che fanno il paio con quelle pronunciate da don Rodrigo a proposito di Renzo e Lucia: "Son come gente perduta sulla terra; non hanno né anche un padrone: gente di nessuno".

    Il canto di Antonia
    Al 1700 appartiene pure una giovane e bella cantante romana, Antonia Cavallucci che peregrinando per l'Italia da Torino alla Sicilia, dalla Calabria a Padova, approda a Rimini attorno al 1750. Suo padre Bartolomeo, un celebre Pulcinella, è morto nel 1746. Arcigna custode delle misere sostanze che ricava dall'esercizio dell'arte, è la madre che nel 1749 l'ha spinta a sposare un tal Celestini. Costui la trascura e maltratta, facendola vivere nei più gravi stenti. L'unica cosa preziosa che Antonia Cavallucci possiede è la bellezza. Uomini di ogni età, assistendo ai suoi spettacoli, ne sono talmente affascinati da trasformarsi in una folta schiera di corteggiatori sognanti.
    A questa schiera appartiene il medico riminese Giovanni Bianchi (ovvero Iano Planco) che la invita l'11 febbraio 1752 ad una serata della Accademia dei Lincei riminesi, rifondati dallo stesso Bianchi sei anni prima. Il fascino che la ragazza esercita su di lui, le costa caro. Bianchi l'allontana da sé, al fine di arginare quello che appariva un vero e proprio pubblico scandalo. Antonia Cavallucci è costretta a riparare a Bologna dal suo protettore che la munisce di presentazioni per amici, i quali avrebbero dovuto provvedere ad accoglierla e ad aiutarla. La sfortunata situazione coniugale è aggravata dalle difficoltà di trovar scritture, nonostante il successo che riscuote ogni volta che si esibisce. Forse, a renderla invisa ai benpensanti ed ai custodi della pubblica moralità, è la sua stessa avvenenza, facilmente scambiabile, da quelle menti, per un veicolo di seduzione diabolica, sulla scia di opinioni allora comuni.

    Cervia e Rimini
    Torniamo alla nostra Diamante. Suo padre aveva progettato le nozze della figlia, scegliendo come consorte il marchese Pietro Belmonti, un loro parente. Lei non è d'accordo. A diciotto anni, il 25 aprile 1764, Diamante Garampi sposa Nicola Martinelli (non ancora ventiduenne). Diamante il 16 ottobre 1763 si rifugia nel monastero di Sant'Eufemia, dove si trattiene sino all'8 gennaio 1764, quando fa ritorno alla casa paterna. Qui resta per sei giorni, prima di isolarsi in un altro convento, quello delle monache di San Matteo, il 13 dello stesso mese, allo scopo di prepararsi alle nozze con Nicola Martinelli.
    Contro il volere dei padri della politica vanno le donne romagnole nei momenti più caldi della storia settecentesca. Succede a Cervia il 17 agosto 1796 quando, come racconta il canonico Pietro Senni, esse sono furenti ed animano con successo i salinari alla rivolta, per denunciare la violazione dei contratti. È una sfida che, dal basso, i tempi nuovi lanciano ai detentori del potere, abituati a guardare ai popolani con l'atteggiamento paternalistico di chi concede qualche beneficio, ma ignora del tutto ogni discorso basato sul concetto di giustizia, proprio mentre per le strade d'Europa l'ammaestramento rivoluzionario s'espande facilmente con i nomi di libertà, eguaglianza e fraternità, coagulando forze eterogenee, e suscitando reazioni altrettanto diversificate.
    Altre donne s'agitano nel porto di Rimini durante la "rivolta dei pescatori" (30.5.1799-13.1.1800), mirante ad eliminare il tradizionale sistema di rappresentanza, basato sui due ceti di Nobili e Cittadini (i borghesi). Lontani dal diretto controllo della cosa pubblica, i pescatori però sono uno dei motori dell'economia locale.
    (8. Continua)

    Malatesti ed Europa
    Il potere delle donne, XV e XVIII secolo
    Indice di "STORIE" Ponte

    All'indice di "Rimini moderna"
    Indice di "Rimini moderna" Ponte
    Libri Uomini Idee [2004]

    Antonio Montanari


  • Alle origini di Rimini moderna (7). Venezia concede privilegi per il commercio, tutte le cause civili o criminali debbono essere discusse in città, i ribelli e i fuorusciti sono perdonati
    Mare, monti e agricoltura
    ["il Ponte", 10.03.2013]

     


    Passata sotto il dominio veneto nel 1503, Rimini ottiene condizioni di favore per la sua vita economica nei patti (detti “Capitoli”) approvati dal Doge. Ce li ha tramandati integralmente Cesare Clementini.

    Via i dazi
    Sono tolti i dazi sul commercio dei grani, e sul metter nei magazzini grano, biade e vino. Il vino esportato a Venezia da cittadini, abitanti di Rimini e del contado, e dai proprietari stessi, paga il dazio secondo le regole della terre soggette alla Repubblica nella Dalmazia. Delle somme riscosse per condanne e pene, fanno a metà il Comune di Rimini e la Camera ducale veneta. Si riconoscono a Rimini questi privilegi, consuetudini ed immunità: libera navigazione da e per il nostro porto con qualsiasi tipo di mercanzia, senz'obbligo di andare a Venezia. Le esenzioni per il commercio, sia via terra sia via mare, previste soltanto per i periodi di fiera, sono estese a tutto l'anno. Il transito verso Bologna è libero con il consueto pagamento dei dazi, senza l'obbligo di condurre le merci a Venezia, “eccetto i minerali, e altre mercantanzie espressamente dal Senato proibite”. I riminesi possono richiedere dall'Istria tutto il legname di cui abbiano bisogno.

    Giustizia sommaria
    Un punto particolare dei “Capitoli” è quello che prevede l'affidamento degli Uffici in città e in tutti i luoghi ad essa sottomessi, soltanto “a Cittadini, e ad altre persone idonee” dei medesimi luoghi. Le ricompense agli incaricati non debbono aumentare. Tutte le spese per l'organizzazione della vita pubblica (ovvero le paghe a Rettori della città, giudici, custodi delle porte, e così via elencando), non debbono essere sostenute dalla Repubblica veneta ma dalla città di Rimini. Altrettanto interessante è il patto che impone di gravare su cittadini o contadini per le spese pubbliche soltanto in tempo di necessità o di sospetto di guerra. L'obbligo di alloggiare le truppe, dando loro paglia e legna, spetta soltanto agli uomini del Contado e non ai cittadini, “come è stato solito”.
    I cittadini e gli abitanti di Rimini che siano proprietari di terre nel Contado, possono liberamente portare in città “tutte le frutta” che vi raccolgono senza pagare dazio, bolletta o colletta. Tutte le cause, civili o criminali che siano, debbono essere discusse in città per minore spesa dei sudditi. A cittadini ed abitanti è garantito un prezzo di favore per l'acquisto del sale. Chi nei fatti recenti di rivolte e saccheggiamento abbia subìto un danno, faccia conoscere la verità in modo che i Rettori possano procedere a “sommaria giustizia senza strepito di lite”. Per il dazio pagato da chi non è riminese, è prevista la misura della metà da versare alla comunità locale e dell'altra metà per la Camera ducale di Venezia.
    Per cinque anni non sono ammesse denunce di forestieri a carico di riminesi, relative a fatti antecedenti al dominio veneziano. Infine al Comune di Rimini è concesso di tenere una casa a Venezia per ospitarvi i suoi cittadini, con privilegi ed immunità goduti dalle altre città suddite della repubblica.

    Ribelli perdonati
    Clementini ricorda poi che al Senato di Venezia piacque concedere, senza esserne stato richiesto, che “tutti i fuorusciti, e Ribelli potessero liberamente rimpatriare”, e che gli fossero restituiti i beni già confiscati. Era una misura di pacificazione, come suol dirsi, per chiudere una pagina scottante del passato. Ma il Provveditore di Rimini Domenico Malipiero volle proseguire con le condanne e le confische, per cui gli interessati (“particolarmente i Belmonti, e gli Adimari”) si rivolsero al Senato. Che così stabilì: le delibere già prese per confische, vendite ed alienazioni sono sospese e non vanno eseguite. Intanto a Roma il cavalier Carlo de Maschi, “Legista celeberrimo Riminese”, fatto senatore dal papa e “poco prima levato dalla devozione de' Malatesti”, cerca di convincerlo a recuperare Rimini alla Chiesa. Il che avviene il 26 maggio 1509, dopo la sconfitta di Venezia, il 14 maggio da parte della lega di Cambrai. (Nel 1503 dal 2 ottobre al 24 novembre Pandolfo IV è di nuovo signore di Rimini, ma sotto il governo veneziano.)

    La nostra geografia
    Nei “Capitoli” veneziani, ci sono alcuni aspetti da considerare. Quando si dichiarano non ammissibili per cinque anni le denunce di forestieri a carico di riminesi, per fatti antecedenti al dominio veneziano, si è consapevoli che nei momenti più inquieti possono agire dei provocatori che manovrano la cosiddetta plebe. Come dimostra Francesco Guicciardini per anni successivi, c'è chi agisce localmente ma ha legami con le altre realtà italiane. Abbiamo incontrato Francesco Biancuto: a Rimini fa il capo dei ribelli sostenitori dei Malatesti, a Milano ed a Ferrara invece lavora come spia al servizio di Roma. Il perdono concesso a fuorusciti e ribelli è una conseguenza di questa decisione puramente politica, di calmare le acque.
    Infine ci sono i provvedimenti economici che alleggeriscono i costi dei prodotti e favoriscono le esportazioni ed i commerci in entrata. Questo aspetto è legato alla condizione geografica di Rimini. Con il porto può guardare ad Oriente, tenendo d'occhio proprio Venezia i cui mercanti, come insegna Carlo M. Cipolla, già dal Duecento sviluppano tecniche d'affari superiori a quelle tradizionali di Bisanzio. La campagna riminese produce in quantità che variano secondo gli anni: ci sono i periodi di maltempo e di passaggio di truppe, spiega Carla Penuti, che rovinano campi e raccolti. Ne deriva quel flagello della fame che un canonico bolognese, Gian Battista Segni, nel 1602 definisce più crudele della peste. Le carestie, spiega Penuti, caricano le amministrazioni cittadine di spese e blocca il capitale privato per trovare cibo. Ne patisce anche il settore manifatturiero, lasciato senza investimenti.

    La via dei monti
    Oltre alle campagne ed al mare, ci sono infine pure le montagne. L'Appennino non ci separa dalla Toscana, ma ci unisce ad essa. Lo dimostrano la vicenda di Dante esule a Ravenna e quella delle origini dei Malatesti, per le quali esiste un preciso itinerario tra Romagna, Marche e Toscana.
    Nel 1121 c'è un atto relativo ad Ugo detto “Malatesta” e ad un monastero della Toscana, San Lorenzo di Coltibuono. Nel 1129 lo stesso “Malatesta” si avvicina alla Romagna, figurando proprietario di un terreno sulla costa marchigiana a Casteldimezzo, fra Cattolica e Pesaro. Infine il 18 aprile 1131 il nome di Ugo appare in un atto relativo alla località riminese di San Lorenzo in Monte. Un “Istrumento del 1132” (sempre per San Lorenzo in Monte) reca fra i testimoni “un Ugo Malatesta”, come scrive L. Tonini. Nel 1184 una Berta degli Onesti di Ravenna è moglie di tal Malatesta, che lo storico ravennate Vincenzo Carrari battezza “Minore”.
    Questo viaggio nel passato della nostra storia, ci offre l'occasione di due brevi annotazioni, giostrate su autorevoli opinioni di illustri studiosi. La prima è di un grande storico della Letteratura, Ezio Raimondi, che, a proposito del Rinascimento, ha spiegato la necessità di ridisegnare una sua “geografia nuova”, con il canone della “complessità irriducibile a tradizionali formule di comodo”. Trasferendoci in campo storico, piuttosto che seguire la catena dei fatti, dovremmo seguire il modello “di una maglia o rete” di Carlo Emilio Gadda, con fatti e figure che s'intersecano fra loro. Gadda sostiene poi che occorre avere coscienza di questa “complessità”, sulla quale torna Raimondi.
    L'altra annotazione è di Cipolla: la storia economica per riuscire comprensibile deve essere anche storia sociale. Né la prima né la seconda tipologia di indagine sul passato, sono state sviluppate a Rimini, per cui i provvedimenti veneziani appaiono semplici elenchi che riguardano l'alta politica e non tutta la vita di un territorio.
    (7. Continua)

    All'indice di "Rimini moderna"
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    Antonio Montanari


  • Alle origini di Rimini moderna (6). Il nostro porto va in rovina, lo scrive Francesco Guicciardini nel 1526. La città butta i soldi con interventi lenti, e non accetta l'aiuto dei privati
    Porto e politica, affari e malaffare
    ["il Ponte", 17.02.2013]


     

    Francesco Guicciardini nel 1526 denuncia la crisi del porto di Rimini. C'è bisogno di lavori urgenti: va in rovina “perché si riempie; e la Comunità vi spende assai, ma con tanto intervallo di tempo che non può far frutto”. La Comunità non ha i soldi necessari, né ha accettato la proposta di Valerio Tingoli e di altri mercanti cittadini che offrivano di tirarli fuori di tasca loro.

    L'Ausa antica
    Guicciardini ha pensato di “fare venire qualche maestro intendente, e più di uno, per vedere che rimedio vi fussi buono e di che spesa". Chiamato a Roma, appunto nel 1526, non può realizzare il suo progetto. Sul finire del sec. XVI, c'è chi propone di spostare il porto sull'Ausa, perché la corrente "della Marecchia", trasportando al mare ghiaia ed altro, rende di difficile gestione il canale, i cui interramenti "ostacolavano l'accesso delle barche con sensibile danno pel commercio della città" (A. Mercati, 1941).
    Sull'Ausa, racconta L. Tonini (1848), è posto l'antico porto di Rimini: di esso non si sa se fosse formato da un seno di mare come si legge in Clementini, “o se invece vi concorresse pur la Marecchia”. Secondo G. Rimondini (2008) i due porti di Rimini sono un'invenzione di Clementini.
    Annotava G. Moroni (1852) che l'antico porto, divenuto inutile fu demolito nel XV sec., “adoprandosene i materiali a edificazione di chiese”. E che nel 1615 era posta la sua ricostruzione per munificenza di Paolo V. In L. Tonini (1864) si conferma la notizia sull'utilizzo dei molti marmi del porto antico anche da parte di Sigismondo Malatesti per il Tempio di San Francesco. Tonini ricorda poi che da Roma sono decretati due sussidi per il porto, nel 1562 (500 scudi annui) e nel 1591, aggiungendo che per esso “già erano state impiegate molte somme inutilmente” forse non soltanto per la forza del fiume ma pure per l'imperizia dei tecnici. Tutte queste vicende proiettano le loro ombre agitate sul sec. XVIII per il quale gli aneddoti storici sulle rivalità tra i dotti fanno dimenticare la vera sostanza del problema: i politici che governano non sanno prendere le giuste decisioni. Ecco perché il malaffare dei compromessi e dei favori uccide lentamente l'affare economico della vita portuale così strategica per Rimini. I fatti.


    I lavori del 1700
    All'inizio del 1700, su consiglio del card. Ulisse Giuseppe Gozzadini, legato di Romagna, sono eseguiti lavori di riparazione alle sponde. Alla riva destra, le palizzate sono sostituite completamente da un'opera in muratura. Il Comune spende più di 70 mila scudi. In seguito all'alluvione del 1727, "caddero i nuovi moli (perché malamente costruiti) nel Porto; e questo solo danno fu calcolato in quindici mila scudi. Le acque erano a tale altezza che dall'Ausa alla Marecchia verso il mare giunsero a sorpassare l'altezza degli alberi più elevati", scrive Luigi Tonini (1864), riprendendo la "Cronaca" del conte Federico Sartoni (1730-1786).
    Nel 1744, prosegue Tonini, essendo stata trascurata la sponda sinistra per più anni e non essendo stata essa prolungata come la destra, ci fu "lo sconcio che la corrente, espandendosi presso alla bocca, perdesse di forza a portar oltre le ghiaie, le quali per conseguenza otturarono il canale".
    L'argomento del porto tiene banco in città. Ne abbiamo testimonianza dall'intervento di Giovanni Antonio Battarra, nel 1762. In esso, racconta Carlo Tonini (1884), si dimostra "come il Comune, aggirato da pratici ignorantissimi, gettava il pubblico danaro in provvedimenti inutili e male divisati". "Quante volte il fiume ebbe rovinato il canale, fu chiesto il parere" di Battarra, prosegue C. Tonini: "E quando il danno montò al colmo, egli presentò un piano, il quale fu bensì accolto; ma poi pessimamente eseguito da chi aveva interesse (così dice il Rosa) di screditarlo". Michelangelo Rosa (1894) racconta che il piano di Battarra fu anche "alterato a capriccio". Battarra (1714-89) è un filosofo, il che in quegli anni significa anche scienziato. Nel 1755, ha pubblicato la "Storia dei funghi dell'agro riminese", un'opera in latino, conosciuta in tutt'Europa.

    La Scienza in campo
    Battarra vuole difendersi dalle critiche e dalle malignità cittadine, dopo che quel piano (come spiega Rosa), è stato "pessimamente eseguito da chi non si fece coscienza di volere innanzi lo sconcio e il danno" dell'ideatore. E, quando apre nel dicembre 1762 il suo corso pubblico di Filosofia, Battarra tiene due discorsi sul porto, che pubblica l'anno successivo in volumetto: è questo l'intervento a cui si riferisce C. Tonini. A sostegno delle sue tesi, Battarra ricorre anche all'autorità di Galileo: per un arco di quarto di circolo, l'acqua si muove più velocemente che per la corda di esso. La velocità del fiume serve a tener più pulito il canale. Precisa il nostro: "Mi rido che il condur acque per linea retta sia in tutti i casi la regola più certa, per farle giugner più presto e con più velocità al lor destino".
    Come si vede, la disputa scientifica si accende, e non la ripercorriamo avendola ricostruita sulle colonne del “Ponte” il 6 ottobre 1991, presentando anche documenti inediti. Ci soffermiamo invece su quel punto in cui C. Tonini riprende l'opinione di Battarra; “il Comune, aggirato da pratici ignorantissimi, gettava il pubblico danaro in provvedimenti inutili e male divisati“. La situazione è talmente tesa che, quando il Comune decide di effettuare non il prolungamento dei moli ma la distruzione di quello di destra per procedere all'espurgazione del canale, ci scappa fuori un tumulto di pescatori e marinai per merito o colpa del quale i lavori sono sospesi, si dice ufficialmente: ma in realtà non c'erano soldi in cassa per portarli a termine. Era il 26 aprile 1768.
    Il Governatore riminese, conte Vincenzo Buonamici di Lucca, aveva scritto al vicelegato papale Michelangelo Cambiaso che i battelli non potevano entrare nel porto. Ma non era vero: tra gennaio e il 16 marzo 1768, ne erano giunti 79.

    Gli agostiniani
    Si contrappongo autorità che scrivono cose non rispondenti al vero, ed i lavoratori del mare che non riescono a far ascoltare la loro voce se non con un tumulto, sul quale poi i benpensanti contemporanei e posteri hanno ricamato in abbondanza. Quel tumulto non è un semplice dato di cronaca, è il sintomo di un malessere che dimostra l'inadeguatezza del regime aristocratico che regge le sorti della città.
    Un documento collocabile tra 1625 e 1668, racconta di una “lite” intercorsa fra la Municipalità ed un Ordine religioso, quello dei canonici regolari agostiniani di San Giorgio in Alga che aveva ricevuto in affidamento il monastero di San Giuliano nel 1496 nell'omonimo Borgo. In occasione della fiera che vi si svolgeva, i monaci volevano affittare alcune stanze di loro proprietà. La Municipalità si oppone, non ritenendole “opportune ad abitazione di onorati mercatanti”, in quanto erano state ridotte dal monastero “a stalle d'animali, et a postriboli di femmine di mondo”.
    A quell'ordine appartiene Vanzio Vanzi, fattosi monaco nel 1609: era figlio di Giovanni, il padre del quale (Lodovico) era fratello del celebre giurista mons. Sebastiano vescovo di Orvieto.

    Roma comanda
    I politici che governano non sanno prendere le giuste decisioni, abbiamo scritto sopra. Aggiungiamo a loro discolpa un dato oggettivo che riguarda tutta la nostra regione. Come scrive G. Tocci (2004), lo scontro tra i poteri locali e quello centrale provoca situazioni in cui sono precluse possibilità di sviluppo e di progresso. Nelle singole città tornano le rivalità tra le fazioni locali. Il governo romano è incapace di assorbire le differenze fra le singole situazioni dello Stato pontificio. Un esempio illuminante è dato dal fatto che nel 1558 Rimini è obbligata a partecipare alle riparazioni del porto di Ancona.
    (6. Continua)

    All'indice di "Rimini moderna"
    All'indice di "Rimini moderna" Ponte

    Antonio Montanari

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  • Tutte le strade portano alla Storia. Da Rimini nell'ottobre 1529 transita la comitiva pontificia proveniente da Roma e diretta a Bologna. Dove Clemente VII deve incontrare l'imperatore Carlo V. È un momento critico.

    Sogno imperiale
    Finite le prime guerre d'Italia combattute tra 1494 e 1516, Carlo V diventa imperatore nel 1519. Nel 1526 egli attacca il papa che ha aderito alla lega antimperiale di Cognac. Dal 6 maggio 1527 al febbraio 1528 Roma è sconvolta dal drammatico sacco dei lanzichenecchi, mercenari tedeschi di fede luterana.
    La pace dell'Europa può passare soltanto attraverso il sogno imperiale riproposto dal gran cancelliere di Carlo V, l'italiano Mercurio Arborio da Gattinara, gran studioso di Dante ma soprattutto attento osservatore dei fenomeni sociali ed economici come quelli del nostro Mezzogiorno (A. Musi). Per realizzare quel sogno occorre accordarsi con il papa che, dopo l'adesione alla lega di Cognac, è stato punito da Carlo V, lasciando che i lanzichenecchi venissero dalla Germania in Italia "per compiere atroci vendette contro la Curia romana e il pontefice" (B. Barbadoro).

    Senza pompa
    Clemente VII giunge a Rimini quasi in incognito: "in lettiga senza pompa alcuna" annota C. Tonini (1887), che ricorda di aver letto sul tema pagine del diario di Biagio Martinelli da Cesena. In esse si trova che ad andargli incontro alla Cattolica è un suo illustre parente, Niccolò Martinelli di Rimini, accompagnato dalla moglie Camilla de' Parcitadi. Da altra fonte (la "Cronaca" della visita pontificia pubblicata a Bologna da Gaetano Giordani nel 1842), apprendiamo che Biagio Martinelli è un personaggio di rango nella corte romana. Sacerdote, egli funge da arcicerimoniere apostolico con l'incarico di scrittore della cronaca ufficiale pontificia. Un suo ritratto è collocato nella Cappella Sistina.
    Il silenzio che circonda l'arrivo del papa a Rimini è più che comprensibile. Nel 1523 la città era stata restituita alla Chiesa che l'aveva perduta nel 1503. Dal 2 ottobre al 24 novembre 1503 Pandolfo "Ultimo" (o Pandolfaccio) era stato di nuovo signore di Rimini, ma sotto il governo veneziano. Il 16 dicembre aveva ceduto la città alla Serenissima. Ne era diventato signore nel 1482, all'età di sette anni, per cui fu posto sotto la tutela di Galeotto Lodovico Malatesti.

    Al "Cimiero"
    Il figlio di Pandolfaccio, Sigismondo II, è rientrato a Rimini nel 1527, lasciando il governo al padre che l'8 aprile 1528 ha ricevuto l'investitura pontificia che ha scontentato tutti. Il governo malatestiano termina il 17 giugno dello stesso 1528: Rimini si trova allora in una situazione inquieta che sfocia nell'assalto all'archivio ed alla cancelleria della città, posti nel convento di San Francesco.
    Clemente VII è ospitato nel palazzo detto "del Cimiero". Come documenta C. Tonini, esso dal 1511 è di proprietà del Comune in base ad un "breve" (atto meno solenne della "bolla", cosiddetta dal sigillo che ne garantiva l'autenticità) di Giulio II. Dal 1568 al 1620 il palazzo ospita il Seminario. Alla fine del 1700 è la residenza dei vescovi, come si legge in F. G. Battaglini (1789). Esso sorgeva davanti a Palazzo Gambalunga, lungo la via che dal Tempio porta a piazza Ferrari. Le bombe lo hanno distrutto, il palazzo Fabbri ne ha eliminato ogni traccia.

    A Bologna
    Carlo V arriva a Bologna il 4 novembre, dorme nel convento della Certosa. La mattina dopo in San Petronio avviene il loro incontro. La comitiva imperiale, guidata da Alfonso duca di Ferrara, è composta da numerosi principi italiani: Sforza, Gonzaga, Alfonso d'Este, i duchi di Urbino e di Savoia, come leggiamo nella "Cronaca" del 1842. Si decide per una cerimonia da farsi a Roma. In un secondo tempo, alla fine di gennaio 1530, Carlo cambia idea, scegliendo Bologna "per non perdere tanto tempo". Domenica 22 febbraio avviene la prima cerimonia che gli conferisce il titolo di re dei Romani. Il 24 c'è l'unzione del braccio destro di Carlo nella cappella del Palazzo degli Anziani di Bologna, con il papa che poi lo fa re de Longobardi.

    Segno d'una crisi
    Il silenzio che circonda il passaggio di Clemente VII per Rimini, è anche un simbolo della crisi in cui la città vive dopo la fine della grande stagione umanistica dei Malatesti. Tutte le strade portano alla Storia, si è detto. Quelle di Rimini, che nei due secoli precedenti sono state inserite al centro di un itinerario politico e culturale di primo piano, dal 1528 diventano una silenziosa periferia geografica, come se passassero lontane dietro i suoi colli nascondendo alla vista chi compiva quel cammino.
    Mentre Rimini è costretta al silenzio, a Bologna per il convegno della pace fra Carlo V e Clemente VII si leva la voce di un lettore (docente) di greco e latino, Romolo Amaseo che recita un'orazione dedicata ad esaltare la pace che quell'incontro aveva come fine. Carlo V lo premia con 300 ducati in una tazza d'oro. Amaseo, scrive G. M. Anselmi,  "parla anche come voce ufficiale dell'istituzione universitaria più antica d'Europa, tradizionalmente mediatrice dello scontro giuridico-politico fra papato ed impero".
    Anche Ludovico Ariosto esalta la figura di Carlo V nella terza edizione dell'Orlando Furioso (1532). Andronica, che accompagna Astolfo liberato dall'incantesimo di Alcina,  predice l'avvento di una monarchia universale "sotto il più saggio Imperatore, e giusto / che sia stato, o sarà mai dopo Augusto" (XV,  ottava XXIV,  vv. 7-8).

    Soprattutto Firenze
    Agli interessi particolari di Firenze è invece legato a doppia mandata papa Clemente VII (1478-1534), al secolo Giulio de' Medici, figlio naturale di tal Fioretta e di Giuliano (ucciso nello stesso 1478 dalla congiura dei Pazzi), fratello di Lorenzo il Magnifico. Figlio di Lorenzo è Giovanni divenuto nel 1513 papa con il nome di Leone X. Proprio Leone X avvia alla carriera ecclesiastica Giulio, nominandolo arcivescovo di Firenze. Clemente VII è eletto nel 1523. Nel 1527 i Medici sono cacciati da Firenze. Essi hanno governato dal 1434 al 1494, quando inizia la Repubblica che termina nel 1512.
    Dopo l'intervento francese in Italia del 1528,  il 29 giugno 1529 a Barcellona, Carlo V e Clemente VII stipulano un trattato in base al quale il papa s'impegna ad incoronare Carlo in cambio della restaurazione dei Medici a Firenze. Il che avviene il 12 agosto 1530 con Alessandro che governa su Firenze e parte della Toscana, quasi dopo un anno dalla pace di Cambrai (5 agosto 1529) tra Carlo V e Francesco I di Francia, il quale rinuncia a Milano e Napoli. Nel 1532 Alessandro riceve il titolo di duca. A Barcellona Carlo V gli ha concesso in sposa una sua figlia naturale, Margherita d'Austria. Lei resterà vedova nel 1537, un anno dopo le nozze, celebrate quando era quattordicenne, per l’uccisione del marito da parte di Lorenzino di Pierfrancesco de’ Medici, suo compagno in bagordi e festini, per una questione sentimentale. Alessandro s’era invaghito di Caterina Soderini, sorellastra di sua madre, una giovane di meravigliosa bellezza e di gran pudicizia (così Iacopo Nardi, 1584), moglie di Leonardo Minori, l’amico di Michelangelo e Cellini.
    In seconde nozze Margherita d'Austria sposa Ottavio Farnese, il cui padre Pier Luigi, figlio di papa Paolo III, muore ucciso da una congiura nobiliare nel 1547.

    La doppia incoronazione di Carlo V a Bologna (22 e 24 febbraio 1530) si colloca quindi fra trattato di Barcellona e pace di Cambrai (1529) da un canto, e restaurazione medicea a Firenze dell'agosto 1530 dall'altro. L'evento di Bologna sancisce il predominio spagnolo in Italia, confermato nel 1559 dalla pace di Cateau-Cambrésis.
    Quel papa che transita a Rimini andando a e tornando da Bologna, conosceva la storia illustre dei Malatesti e dei loro rapporti con Firenze. Il silenzio sul suo passaggio è eloquente. La politica del "particulare" dimentica ogni dimensione storica e culturale. Ognuno pensa per sé. Soltanto letterati e poeti immaginavano grandi progetti di armonia universale tra gli Stati. Tutto il resto era, e sarebbe stato, guerra e dolore.

     

    SCHEDA SULLA STORIA DEI MEDICI
    Nel 1494 i Medici sono cacciati da Firenze, dove nasce la repubblica che dura sino al 1512, quando un esercito ispano-pontificio, dopo aver saccheggiato Prato, pone fine alla repubblica oligarchica di Pier Soderini.
    Nel 1527 i Medici sono nuovamente cacciati da Firenze, per responsabilità soprattutto dell'oligarchia finanziaria cittadina. Come osserva B. Barbadoro, il potere mediceo dura dal sacco di Prato (1512) al sacco di Roma.
    Il 12 agosto 1530, in base al trattato di Barcellona (29 giugno 1529) tra Carlo V e papa Clemente VII (Giulio de' Medici, figlio naturale di Giuliano, ucciso nel 1478 nella congiura dei Pazzi) essi sono nuovamente al potere a Firenze con Alessandro de' Medici.
    Alessandro è figlio naturale (nato nel 1510) di Lorenzo duca di Urbino, omonimo del nonno “il Magnifico”: da lui nasce Pietro, padre di questo Lorenzo che genera Alessandro da Simonetta da Collevecchio.
    Sempre a Barcellona, si combina il matrimonio tra il futuro duca di Firenze (il titolo è del 1532) Alessandro de' Medici e la figlia naturale di Carlo V, Margherita d'Austria, nata da Margherita Van-Gest, fiamminga (come annota P. Verri).
    Papa Clemente VII scompare il 25 settembre 1534.

    SCHEDA SULLA STORIA 
    d'Italia e d'Europa 1492-1559


    Nel XVI sec. la storia d'Italia e gli avvenimenti europei s'intrecciano più di quanto accaduto in precedenza.
    L'Italia è divisa, e ciò favorisce il particolarismo degli Stati regionali (come accade anche in Germania), mentre in Francia, Inghilterra e Spagna nascono le grandi monarchie e gli Stati rinascimentali, caratterizzati da un potere centrale assoluto.
    La Francia prima (1494-1516), la Spagna poi (1521), cercano di controllare la politica italiana. Di conseguenza, la penisola è terra di scontri che coinvolgono le principali potenze europee.
    La Francia (con cui si allea il Governatore di Milano, Lodovico Sforza) vuole conquistare Napoli.
    Per realizzare una politica mediterranea, Carlo VIII scende in Italia nel 1494, scompaginando la politica d'equilibrio di Lorenzo de' Medici, morto nel 1492.
    Nel 1494 i Medici sono cacciati da Firenze, dove nasce la repubblica che dura sino al 1512.
    Carlo VIII arriva sino a Napoli. Lo Sforza, Venezia, papa Alessandro VI, il re di Spagna e l'imperatore tedesco s'alleano contro Carlo VIII (1495).
    Per iniziativa dello Sforza che aveva cambiato politica, Carlo VIII decide di ritirarsi, inseguito dagli spagnoli (battaglia di Fornovo, 6 luglio 1495).
    Morto Carlo VIII nel 1498, Luigi XII riprende il programma espansionistico del predecessore, mirando a conquistare Milano e Napoli, mediante l'alleanza con papa e Venezia.
    Dopo aver conquistato Milano (1499), e fatto prigioniero Lodovico Sforza, Luigi XII punta verso il Sud, prima d'accordo poi in lotta con gli spagnoli che nel 1503 conquistano Napoli, il cui possesso è confermato dal trattato di Lione del 1504.
    Alla morte di Alessandro VI (1503), Venezia occupa parte della Romagna.
    Nel 1508 il nuovo papa Giulio II, Francia, Spagna ed impero tedesco si alleano nella Lega di Cambrai contro Venezia, sconfiggendola ad Agnadello (1509).
    Giulio II, domata Venezia, si rivolge contro la Francia (1511, Lega Santa con Venezia, Spagna, Impero, Inghilterra e Svizzera), restituendo nel 1512 Milano agli Sforza che la perderanno però nel 1516. Infatti i francesi con Francesco I, alleatisi con Venezia, ridiscendono in Italia nel 1515.
    I Medici fanno ritorno a Firenze nel 1512, quando un esercito ispano-pontificio, dopo aver saccheggiato Prato, pone fine alla repubblica oligarchica di Pier Soderini.
    In base alla pace di Noyon (1516), il Milanese tocca alla Francia, mentre Sicilia (1282), Sardegna (1326) e Napoli (1443) sono confermate sotto il diretto controllo spagnolo.
    Nello stesso 1516 muore il re di Spagna, Ferdinando il Cattolico, lasciando erede il nipote Carlo che si trova così ad unire i Paesi Bassi ricevuti dal padre (morto nel 1506) con la corona spagnola ed annessi territori italiani.
    Nel 1519 il nonno paterno Massimiliano, imperatore tedesco, morendo gli lascia i propri possessi. Nello stesso anno, Carlo diventa imperatore.
    Nel 1521 gli spagnoli occupano Milano. Nel 1525 sconfiggono i francesi a Pavia. Nel 1527 saccheggiano Roma con i lanzichenecchi.
    Nello stesso 1527 i Medici sono nuovamente cacciati da Firenze, per responsabilità soprattutto dell'oligarchia finanziaria cittadina. Come osservava B. Barbadoro, il potere mediceo dura dal sacco di Prato del 1512 al sacco di Roma. 
    Nel 1529 la Francia di Francesco I rinuncia a tutte le pretese italiane (pace di Cambrai). Poi nel 1530 ritornano a Firenze i Medici (12 agosto) ed a Milano lo Sforza.
    Per i Medici vale il trattato di Barcellona (29 giugno 1529) tra Carlo V e papa Clemente VII (Giulio de' Medici, figlio naturale di Giuliano, ucciso nel 1478 nella congiura dei Pazzi). Papa Clemente VII scompare il 25 settembre 1534.
    Per gli Sforza c'è la rinuncia di Francesco I in base alla pace di Cambrai del 5 agosto 1529.
    Il trattato di Barcellona impegna il papa ad incoronare Carlo V in cambio della restaurazione dei Medici a Firenze. L'incoronazione avviene in una duplice cerimonia a Bologna il 22 ed il 24 febbraio 1530.
    Sempre a Barcellona, si combina il matrimonio tra il futuro duca di Firenze (il titolo è del 1532) Alessandro de' Medici investito del potere il 12 agosto 1530, e la figlia naturale di Carlo V, Margherita d'Austria, nata da Margherita Van-Gest, fiamminga (come annota P. Verri).
    Alessandro è figlio naturale (nato nel 1510) di Lorenzo duca di Urbino, omonimo del nonno “il Magnifico”: da lui nasce Pietro, padre di questo Lorenzo che genera Alessandro da Simonetta da Collevecchio.
    Carlo V si annette Milano e la Lombardia nel 1535. Tale possesso è confermato dalla pace di Crepy del 1544.
    Nel 1559 il successore di Carlo V (che ha abdicato nel 1556), Filippo II, conclude la pace di Cateau-Cambrésis con la Francia.
    La Spagna conserva i suoi domini italiani, Lombardia, Napoli, Sicilia, Sardegna e Stato dei Presidi in Toscana.





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