• Il filosofo olandese Ugo Grozio (1583-1645) in una lettera del 1631 inserisce citazioni tratte da scritti di due giuristi italiani, il bolognese Ippolito Marsili (1450-1529) ed il riminese mons. Sebastiano Vanzi, autore di un trattato sulle nullità processuali, concluso nell'anno giubilare 1550 ed apparso in prima edizione a Lione nel 1552.
    Sino al 1625 il volume, che gli dà fama internazionale di giurisperito, è pubblicato 24 volte: oltre che a Lione (4), anche a Venezia (14), Colonia (5) e Spira (1). Appare poi a Colonia (5) fra 1655 e 1717.

    Pure il testo di Marsili (1524) appare a Lione, secondo centro tipografico della Francia dopo Parigi, ed una delle principali piazze finanziarie d'Europa per le sue fiere importanti per le transazioni commerciali e per l'industria tipografica che era d'esportazione, soprattutto verso l'Italia con cui ha stretti rapporti.
    Lione gode di grande libertà, essendo senza università e Parlamento. Per l'editoria europea, c'è poi Venezia.
    Da Lione, «piattaforma girevole» di parte del commercio internazionale del libro, partono assidue relazioni con Basilea e i paesi renani.
    Lione, anche se priva di università e Parlamento, «poté pretendere di essere una capitale» della cultura sin dalla prima metà del XVI secolo, e fu «quasi una città italiana» dalla fine del Quattrocento sino agli inizi della guerra di religione (1562), come osserva J-L- Fournel nel secondo volume dell'«Atlante della letteratura italiana» dell'Einaudi (Torino 2011, pp, 132-135, p. 132).
    Colonia, essendo «la città cattolica» e sede universitaria dal 1388 con migliaia di studenti, in certi periodi è il primo centro editoriale tedesco. Nel corso del secondo Cinquecento, Lione e Venezia si affermano quali centri dell'editoria giuridica internazionale con un mercato librario esteso all'intera Europa.

    Vanzi, prima di diventare Vescovo di Orvieto il 17 aprile 1562, lavora a Roma sotto Paolo IV (1555-1559) quale Luogotenente dell'Auditore Generale della Camera Apostolica, e Referendario (prima carica dopo quella del Prefetto) delle due Segnature, una delle quali è un vero tribunale. Pio IV (1559-1565) lo fa Auditore della Sacra Rota e suo Consultore.
    Nell'indice della raccolta dei «Tractatus Universi Juris», Venezia 1584, contenente la sua opera al IV tomo, egli è presentato come «romanus».
    Dopo la nomina a Vescovo, Vanzi partecipa al Concilio di Trento, occupando uno dei quattro posti di Definitore. Gli affidano l'esame di delicate questioni. Circa l'obbligo per i Vescovi di risiedere in una determinata diocesi, lo ritiene fondato non su precetto divino ma sul diritto canonico.
    Come ricorda Paolo Sarpi, Vanzi è incaricato dal cardinal Simonetta assieme al vescovo di Nicastro, di dimostrare che dietro alla disputa si cela il tentativo dei colleghi spagnuoli di sottrarsi alla ubbidienza del papa.
    Per i matrimoni segreti, Vanzi ritiene che possano essere invalidati in caso di frode, dopo aver consigliato «di andar lento, e pesato» ricordando le parole del Vangelo «Quello, che Iddio congiunge, l'Uomo non separi», come leggiamo nella storia dei Concili (1714) del riminese mons. Marco Battaglini (1654-1717). Il quale in altro passo sottolinea il «chiarore della Scienza legale» di Vanzi.
    Vanzi si sbilancia ancora di più: chi tocca i funzionari della curia, tocca il papa in persona e si rende colpevole di lesa maestà. Dalle cronache del tempo, Vanzi appare era dotato di spirito critico e senso dell'umorismo, come attesta una sua famosa battuta sopra un collega francese: «Quanto canta questo gallo».

    Vanzi scompare nel 1571 a 57 anni, si legge nell'aggiunta all'epigrafe collocata nel 1562 «a cornu Evangeli» nella cappella di San Girolamo del Tempio malatestiano, sotto il busto di Vanzi (appena fatto Vescovo), in segno di riconoscenza per averla riccamente dotata.
    Sulla sua tomba nella Cappella del Corporale della cattedrale di Orvieto, la data del decesso è il 1570. Nel 1556 la città lo ha già onorato con un «monumento» per celebrare gli amplissimi meriti che, conseguiti negli studi e con scritti giuridici, hanno onorato la sua patria. A lui, vivente, è stata così dedicata la sesta tomba nella fiancata destra dello stesso Tempio di Sigismondo.
    Questa tomba è preceduta dalle quattro “malatestiane”, ovvero con le salme di personaggi legati al governo di Sigismondo. Sono i poeti Basinio Parmense e Giusto de' Conti, il filosofo greco Giorgio Gemisto Pletone, e Roberto Valturio autore del trattato «De re militari» (1455). La tomba di Vanzi si trova tra la quinta concessa per due medici, Gentile e Giuliano Arnolfi (1550), e la settima (vuota) per Bartolomeo Traffichetti (1581), pure lui medico, originario di Bertinoro. Queste ultime tre tombe simboleggiano una scelta politica per dimenticare le vicende malatestiane, considerate fonti soltanto di disgrazie per la città.

    La carriera di Vanzi a Roma comincia quando Vescovo di Rimini è Giulio Parisani di Tolentino (1550-1574), nipote e successore del Cardinal Ascanio che ha retto la diocesi dal 1529, avendo poi come coadiutore lo stesso congiunto. Ascanio è ricordato per i molti ruoli svolti a Roma. Dove muore nel 1549. Se Vanzi compie la brillante carriera che conosciamo, la scoperta delle sue qualità intellettuali ed un orientamento didattico per i suoi studi, li possiamo accreditare al Cardinal Parisani.
    Vanzi, nato in una famiglia non nobile della periferia riminese, forse in un contesto di proprietari fondiari immigrati già da qualche generazione dalla Toscana, è un “uomo nuovo” che ben rappresenta la società del tempo. Il 2 febbraio 1556 il Consiglio generale di Rimini decide di aggregarlo allo stesso nel numero dei Nobili, «per il gran merito acquistatosi nella difesa delle Cause di questo Pubblico nella Corte di Roma»: così si legge nel registro AP 731, Diplomi, patenti, certificati, Archivio di Stato di Rimini, Archivio Storico Comunale, sotto la data del 9 marzo 1774.


  • Sino al 10 ottobre 2010 è aperta al Palazzo Ducale di Urbino una mostra documentaria su Federico di Montefeltro, la sua seconda moglie Battista Sforza e la nuora Elisabetta Gonzaga. Ne sono curatori Anna Falcioni, docente di Storia medievale nella Università della stessa Urbino, ed Antonello de Berardinis, direttore dell'Archivio di Stato di Pesaro. A loro si deve l'importante catalogo che contiene pure i contributi di Vincenzo Mosconi, Carolina Sacchetti e Giuseppina Paolucci.

    Dire Montefeltro significa ricordare una fase importante della storia umanistica della Penisola, con un territorio posto al suo centro non soltanto per ragioni geografiche. Lo spiega Anna Falcioni ricordando una celebre affermazione di Federico, secondo la quale "de li denari non feci mai stima se non per spenderli". Siamo nel 1469. E la città vede fiorire una corte che secondo le testimonianze del tempo aveva ottocento bocche da sfamare, ovvero altrettanti "ingegni che aspiravano all'idea del Rinascimento urbinate e del suo simbolo, il palazzo, quale luogo di incontro non solo ideale, ma reale".

    Quella corte non vive in una dimensione locale o regionale, proprio grazie al principe che, da protagonista inquieto ed abile nel contempo, agisce sullo scenario politico italiano. Indossa la "duplice veste di condottiero temuto e rispettato nei campi di battaglia, e di governante saggio, edificatore di pace".

    Battista, donna colta e dalla forte personalità, sa gestire "con straordinario equilibrio" la politica interna ed estera del suo Stato quando il marito è impegnato fuori casa. Cura gli affari di famiglia, investendo in poderi e mulini. Segue la costruzione del palazzo ducale che diventa segno ed immagine delle aspirazioni di dominio da parte dei Montefeltro.

    L'ultimo dei quali, Guidubaldo, sposa nel 1488 Elisabetta Gonzaga, nata nel 1471 da Federico marchese di Mantova e Margherita di Baviera. Anche lei è attenta amministratrice del patrimonio familiare ed attiva nella vita politica. Dopo la morte del marito (1509) sino alla propria (1526), Elisabetta regge le sorti dello Stato assieme ad Eleonora Gonzaga sua nipote.

    Il direttore dell'Archivio di Stato di Pesaro de Berardinis osserva: "Le carte sono conservate proprio per essere indagate e continuano a rivelare sempre nuove sorprese e a svelare inaspettabili tesori". Come dimostrano gli altri scritti ospitati nel catalogo. Carolina Sacchetti tratta delle compagnie di ventura che agiscono "con una forza che anche se al limite della brutalità, rappresentò l'immagine vera del potere militare riflesso su quello politico". Vincenzo Mosconi riferisce sulle "monete urbinati nelle fonti archivistiche", con una notizia che documenta la circolazione ad Urbino di pezzi d'oro d'ogni parte d'Italia, grazie alle paghe riscosse da Federico come condottiero.


  • Un "Diario" inedito di Aurelio Bertola
    Terza edizione (non apparsa a stampa), 2010

    Parte prima

    Gli ultimi anni della vita di Aurelio De' Giorgi Bertola [1753-98] sono talora liquidati con formule brevissime che non riescono a descrivere una situazione drammatica.
    Dove il discorso è più analitico, si dice che "i documenti sono scarsi". (1)
    Ciò è vero soltanto in parte. Ad esempio, presso la Biblioteca Gambalunghiana di Rimini, si trova un "Diario" inedito, relativo ai periodi dal 14 giugno 1793 al 28 gennaio 1795, e dall'11 ottobre 1796 al 15 gennaio 1797. Si tratta di due fascicoli separati, di 18 e 8 fogli. (2)
    Il secondo è quello più significativo per comprendere i momenti cruciali della vicenda di Bertola, mentre sull'Italia si abbatte la ventata napoleonica.

    Non è qui possibile spiegare in maniera completa la storia personale di Bertola, in relazione al quadro politico. Mi soffermerò solamente su alcuni aspetti, cominciando da ciò che non è scritto nel "Diario", sotto la data del 15 gennaio 1797, domenica.
    Lo spazio bianco che segue a questa data, lo si spiega se ci si documenta con quanto lo stesso Bertola comunica ad Ippolito Pindemonte il 24 ottobre 1797: "Fuggendo una persecuzione del Governo romano verso la metà di Gennaio passai a Roma: arguite come io fossi sicuro della mia innocenza. Ivi mi fermai un mese: di là in Toscana; e divisi due mesi fra Siena e Firenze". (3)
    L'11 febbraio 1797 Bertola ha spiegato a Lorenzo Mascheroni di essersene andato da Rimini per sottrarsi "all'imminente pericolo di essere arrestato e condotto in assai miser luogo, come uomo di opinioni infette e perverse". (4)
    Il 3 marzo un altro poeta, Vincenzo Monti, fugge da Roma verso Milano e Napoleone.

    Perché Bertola scappa da Rimini? Il 23 giugno 1796 a Bologna si è firmato l'armistizio tra Napoleone e la Santa Sede: il Papa ha ottenuto la restituzione della Romagna. La Curia romana teme effervescenze giacobine nelle nostre terre. Bertola in quei giorni è a Rimini. Tra fine ottobre ed inizio dicembre 1796, si trova malato a Bologna che fa parte della Cispadana dal 16 ottobre. Non ha potuto raggiungere Pavia, a causa dell'infermità. A Pavia ha la cattedra, su cui non siede più dal 1793, sempre per le sue precarie condizioni di salute.

    Il viaggio a Pavia, aveva uno scopo ben preciso, ottenere "il sussidio", come si legge nel "Diario" del 2 novembre. Pavia è sotto il dominio napoleonico: Bonaparte è entrato in Milano il 15 maggio 1796.
    Bertola è suddito del Papa: per sopravvivere però ha bisogno della pensione che può decretargli chi comanda in Lombardia da fine agosto, sotto il nome di "Amministrazione generale", primo nucleo della Repubblica Transpadana.
    Nel "Diario" il 13 novembre 1796 Bertola annota: "Su le ragioni del mio partire; nessuno può accusarmi né qual cattolico né qual suddito, dunque son tranquillo. Non so quel che farò". Il 23 scrive [a Serafina Mularoni]: "Le mie circostanze mi richiamano a Rimini dove passerò il verno". Il 28 si rivolge ad una sua grande benefattrice, la poetessa cesenate Orintia Romagnoli in Sacrati, come si legge nel "Diario": "Ma e della pensione a cui ho diritto ora ancor più di prima? Per pietà me la ottenga. Sono senza un soldo. […] quella piccola pensione mi basterà fino a miglior sorte".

    Bertola ritorna a Rimini all'inizio di dicembre. Il 28 appunta nel "Diario": "Forse a Roma donde mi si fa sperare soccorso". Il 31 scrive al Cardinal Legato una lettera di cui ho trovato la copia (5): vi si proclama "suddito affezionato e fedele", ed esprime "una profonda riconoscenza". Forse per aver ricevuto un aiuto in denaro da quell'"umano e caldo protettore delle lettere".

    A metà gennaio 1797, come si è visto, Bertola scappa a Roma, di qui passa in Toscana, per poi ritornare in aprile a Rimini, dove trascorrerà l'ultimo anno della sua esistenza lavorando al "Giornale patriottico".
    Nella citata lettera a Pindemonte del 24 ottobre 1797, scrive: "Non deve essere in voi maggior meraviglia in risapere ch'io non sia morto […]".
    Nel marzo del 1798 è a Milano. Poi ritorna nel suo "casino" a San Lorenzo a Monte, a Rimini: qui il 17 giugno conferma il testamento fatto in Milano. Quando si aggrava, Bertola è portato in casa Martinelli, ove il 22 consegna un nuovo testamento al parroco di Santa Maria in Trivio (Chiesa di San Francesco), padre Francesco Maria Veroli. Lì muore il 30 giugno. Nel registro dei defunti, padre Veroli lo chiama "Civis Ariminensis". Soltanto il notaio lo definisce anche "Sacerdote".

    Il 24 ottobre 1793 Bertola annota nel "Diario": "avuti dalla Sacrati per cambiale, scudi 50" [vedi lettera alla Sacrati, 63.143 FPS, 12 aprile 1795]. Il 7 novembre: "epilogo dell'affare per cui la pregai". Il 28 dello stesso mese, riassumendo una lettera inviata sempre alla Sacrati: "attese le difficoltà, non faccio altro impegno". Il 5 dicembre, nuova epistola alla medesima persona: "non scordi il mio affare". Il 6 marzo 1794, ancora in riferimento alla corrispondenza con Orintia Sacrati, Bertola scrive: "Ricevuto il denaro […] per la compra […] cercherò denaro a interesse […]: ho veduto il luogo che è bello: vi son debiti del venditore […]". Tre giorni dopo (9 marzo), a proposito di un'altra missiva diretta alla Sacrati, leggiamo nel "Diario": "le ho già scritto che bisogna nell'affare andare con pie' di piombo. Che le manderò la pianta del casino […]".


    Parte seconda

    Il "casino" della cui "compra" Bertola parla in questa lettera, è una proprietà a San Lorenzo a Monte (Rimini). Il testo del 9 marzo contiene altri accenni al "casino" che il poeta a lungo sognò come il proprio "buen retiro". La grafia minuscola di Bertola rende talora difficile se non impossibile decifrare tutte le parole del passo (come accade assai sovente con i suoi autografi). Sembra che il poeta voglia difendersi dalla curiosità dei posteri, rendendo dura l'opera di scavo nelle sue pagine, e quindi nei suoi segreti.
    Accostando le parti meno ostili alla decifrazione, si ricava che: il "casino" non era abitabile, ma tale lo avrebbe reso Bertola; la posizione su cui sorgeva era "ridente"; "il primo d'aprile" Bertola sarebbe andato "in una casetta del fattor di Martinelli, vicina", per cui aggiungeva contento: "sarò in città e in villa". Le difficoltà di salute infatti lo ostacolavano nei movimenti.
    Da altra fonte (6), sappiamo che il 22 febbraio dello stesso 1794 Bertola ha stipulato un contratto biennale d'affitto con Giovanni Pagliarani per una villa mobiliata (in località Crocifisso, ai piedi del Covignano), con due camere, una saletta e un pezzo di terra: è la "casetta" di cui parla nel "Diario".

    Nelle pagine successive del "Diario", Bertola registra minuziosamente ogni spesa per il "casino": l'onorario al perito, la mancia per trasportarvi uno specchio, l'acquisto di trecento mattoni, carbone, due capponi, "canapé a letto", canne, sabbione, ecc. Il 29 e 30 aprile è citata la spesa di 70 scudi per "soffitto a S. Lorenzo". Il contadino che lavora per Bertola si chiama Battistini.

    La ristrutturazione dell'edificio dissangua le finanze di Bertola. In maggio scadono cambiali in scudi romani. Le preoccupazioni economiche si assommano a quelle per la salute che costituisce l'oggetto principale di molte lettere. Ancora una volta, la Sacrati viene in suo soccorso: a luglio gli manda trecento scudi. Per tutto agosto proseguono i lavori nel "casino". E così le spese.
    È un'estate che vede il contrasto fra l'entusiasmo per il nido che Bertola va allestendosi, ed il peggiorare della sua situazione fisica. "Fiacchezza" ha annotato il primo luglio, ricordando anche la "febbre". Il 18-19 agosto, si legge: "tosse, dolore, tristo avvenire […] essendo in peggior stato di salute". Bertola ha 41 anni. L'11 novembre scrive alla Sacrati: "che mi mandi le lenzuola".

    Le parole con cui si conclude il primo fascicolo del "Diario" (nel gennaio 1795), sono rivolte ancora alla Sacrati: Bertola le ha inviato un anello; lei ha equivocato sul dono; lui si giustifica, proclamando la propria innocenza e deprecando che "ella già diffidi di me da non qualche tempo". La Sacrati, allora trentenne, temeva di essere corteggiata da quell'inguaribile Don Giovanni? Bertola le spiega: "per l'annello non ebbi altra intenzione che il pegno": forse per quei trecento scudi di luglio. (7)
    Sotto il 25-28 gennaio, Bertola riassume un'altra lettera inviata all'amica cesenate: e qui la grafia protegge con un velo quasi compassionevole il segreto di una pagina che è facile immaginare inquieta come il suo spirito. Nel 1786 la Sacrati ha scritto a Giancristofano Amaduzzi che l'"instabile" Bertola mancava di riconoscenza e "pulitezza", cioè cortesia. (8)

    Al pari delle citazioni qui riportate dal "Diario", è inedito anche questo passaggio del testamento bertoliano del 22 giugno 1798: "Avendo io ricevuti molti considerabili benefizi e segnatam[ente] un ajuto in denaro per l'aquisto di un Podere, e Casino nella Par[rocchi]a di S. Lorenzo a Monte dalla Cittadina Orintia Sacrati nata Romagnoli di Cesena, lascio alla med[esim]a a titolo di Legato detto Podere, e Casino, compresovi un Campo da me ultimamente aquistato dalla famiglia Lettimi". (9)


    Il 10 agosto 1793 Bertola comunica alla Sacrati: "da Verona le scriverò a lungo sul libro che dedicherò a lei, e per cui voglio il suo ritratto". Sotto l'8 settembre, si legge: "Sacrati: mandi il disegno, ma presto". Poi, al 9 marzo 1794: "pel ritratto aspetti". Il 1° maggio Bertola invia ad Orintia "versi pel suo ritratto". Il libro di cui parla Bertola è l'edizione (che uscirà nel 1795 a Rimini "per l'Albertini"), del "Viaggio sul Reno e ne' suoi contorni", con la prefazione dedicata appunto "Alla nobil donna la Signora Marchesa Orintia Sacrati nata Marchesa Romagnoli".

    Il viaggio in Svizzera e in Germania, progettato già nel 1783, si è svolto dal 19 luglio al 15 novembre 1787. Una prima stesura (parziale) del "Viaggio" fu pubblicata nel 1790 sulla "Biblioteca fisica d'Europa". Nel passo ricordato del "Diario" sotto la data dell'8 settembre 1793, si legge che Bertola ne richiede alla Sacrati cento copie, a otto scudi l'una. (10)
    L'edizione albertiniana del 1795 appare senza il ritratto della Sacrati, del quale Bertola parla nei passi appena citati del "Diario". La prefazione dedicata alla Sacrati inizia: "Queste Lettere, Signora Marchesa, a Voi dirette alquanti anni addietro, doveano assai prima d'ora tornarvi sott'occhio messe alla stampa. Ma molti ostacoli, il più fastidioso e ostinato de' quali fu la mia salute, non vollero che io soddisfacessi al mio desiderio".


    Parte terza


    Nel "Diario", per l'autunno 1793, ci sono molte annotazioni sulle condizioni fisiche del poeta, sempre in riferimento a lettere inviate alla Sacrati. Il 26 ottobre, Bertola le scrive da Verona: "salute sfasciata: aria di Venezia che sola mi conviene". [A Venezia ha soggiornato a settembre.] Il 7 novembre: "malato in Verona". Il 23 novembre, a Pindemonte: "riavutomi andrò a Rimini a passar l'inverno". Pindemonte gli risponde: "[…] non dubito che passando l'inverno a Rimini, ed avendo diligentissima cura della vostra salute, voi non possiate ristabilirvi anche in breve tempo". (11)
    Del 28 novembre è un'altra lettera di Bertola alla Sacrati: "pericolo di mal sottile, e passerò il verno, come potrò muovermi a Pisa o in patria". Il 9 dicembre Bertola lascia Verona ‘fiamma'): "non scrivo di proprio pugno, perché il dolor fisso s'inasprisce alla più piccola azione".
    Le comunica che conta di andare a Venezia, salute permettendo: "se non dovrò restar qui", e precisa: "non curo di esser stimato pazzo […] per venire a Rimini senza necessità". In altre epistole di questo periodo, Bertola racconta a vari corrispondenti che "il latte non passa". Nel gennaio 1794 "il dolor fisso persiste", per cui dovrà muoversi soltanto in primavera. All'inizio di febbraio Bertola scrive a Pindemonte: "meglio di salute". Il 16 marzo: "male, dolor che persiste".
    L'11 ottobre comunica alla Sacrati: "avrei bisogno di partire […] ma la salute non potrà permettermelo". In novembre e dicembre, il "Diario" registra salassi e applicazioni di mignatte, spese per il chirurgo e per il medico.

    Nella prefazione del "Viaggio sul Reno e ne' suoi contorni" dedicata alla Sacrati (con la data "Di Covignano 13. Aprile 1795"), la tristezza dell'animo di Bertola è espressa da questo passo: "Io non so se la condizione a che le infermità m'han ridotto, consentirà ch'io più scriva": "questo libro è l'ultimo lavoro della mia penna".

    Dello stesso 1795 (17 novembre), è una lettera di Bertola alla contessa Soardi: "i fantasmi della bellezza semplice e ingenua da me raccolti, anni addietro, e che tuttora mi vanno oscillando per l'anima, basterebbero a farmi comporre l'intera giornata". (13) A proposito di "fantasmi".
    Nella "Lettera I." del "Viaggio sul Reno", rivolgendosi sempre alla Sacrati, Bertola aveva ricordato: "Io potrei quasi dire di avere con voi fatto il mio viaggio […]. Guardando, e notando io vi bramava sempre meco; e talvolta mi vi figurava al mio fianco; e così parevami di godere anche più, dividendo quei nobili e puri piaceri con un'anima sì pronta sì gentile sì esercitata nel contemplare ogni specie di bello come la vostra".

    Le notizie che seguono, relative alla proprietà del "casino" prima e dopo l'acquisto del Bertola, sono tratte da documenti notarili (14).
    Con atto del 25 novembre 1790 del notaio Gaetano Urbani, Caterina Mengozzi (vedova del Governatore di Rimini Marco Sualli, figlia del fu Carlo di Rimini, e madre di Francesca, Teresa, Laura ed Antonia Sualli, abitante a Roma), per necessità finanziarie vende una "Possessione" ereditata dal marito, "di terra arativa, pergolariata, frascata, olivata, vignata, moretata, fruttiferata, caneverata con casa sopra ad uso del colono, e Casino ad uso de Padroni di cinque Camere compresa la Cucina, ed altresì un oratorio pubblico unito alla d[etta] Casa posta nel Bargellato di questa città, in contrada S. Lorenzo in Monte, Cappella S. Lorenzo".
    Della vendita fa parte pure la piccola vigna posta in San Martino in XX, affittata a Vincenzo Tonini. Nel documento si parla anche di "poche mobilia esistenti in d[etto] Casino", segnato al n. 330 del "Catasto Calindri" di San Lorenzo.

    Il compratore, "Lorenzo Leurini di Rimino" paga 1.500 scudi, cento in più di quanto stabilito dalla perizia. Leurini s'impegna altresì a soddisfare i censi del venditore. Figlio del mercante Domenico e di Cristina Arienti, Leurini è sposato con Colomba Mengarelli. Il 20 marzo 1794 Lorenzo Leurini vende per 1.682 scudi e 85 bajocchi, ad Ottavio Brilli (figlio di Adamo da San Giovanni in Marignano) tale proprietà "a favore della Persona da nominarsi" dal compratore. Ottavio Brilli è fratello del notaio che stipula l'atto, Amadio Vincenzo (15). Che tale "Persona da nominarsi" sia da identificarsi nel Bertola, lo si ricava da altro documento del 26 giugno 1795 (notaio Gio. Battista Martelli). In esso infatti si fa il nome del "Sig.r don Aurelio del fu Sig.r Cap[itan]o Antonio Bertoli Nobile Riminese attualmente uno de Professori dell'Università di Pavia", come di colui che aveva comprato "possessione e Casino vendutagli dal Sig. Leurini". Con tale documento del 1795 (in cui la proprietà è localizzata con l'aggiunta: "Fondo Calastra"), la vedova Sualli concede a Bertola una "dilazione di anni quattro" per il pagamento degli scudi 375 previsti dall'atto del 25 novembre 1790: gli impegni di Leurini verso la vedova Sualli ricadevano su Bertola.


    Parte quarta

    Nel "Libbro Volture dal 1774 al 1779, Intitolato Catasto de Nobili" (16), al nome "Bertolli nob.le Sig. Abb.e Aurelio", la compera del "Casino" fu registrata come avvenuta per atto del notaio Martelli del 12 giugno 1795, e non con quello del notaio Brilli del 20 marzo 1794. Poco prima di questo atto del 1794, il giorno 6 dello stesso marzo, in riferimento alla corrispondenza con Orintia Sacrati, Bertola (come si è già visto), aveva annotato nel suo "Diario": "Ricevuto il denaro […] per la compra […] cercherò denaro a interesse […]: ho veduto il luogo che è bello: vi son debiti del venditore […]".

    Un allegato all'atto del 20 marzo 1794, contiene l'"Inventario degli Arredi sacri e mobili esistenti nel Casino e Casa Colonica del Sig. Lorenzo Leurini". Tra gli "Arredi sacri", conservati nell'oratorio pubblico che faceva parte della proprietà, troviamo: "Un quadro dell'Altare rappresentante la B. V. intitolata delle grazie con sua cornice, e cimasa dorata. Una croce di legno col Cristo. […] Un reliquiario di rame inargentato. Quattordici quadretti della Via Crucis in scielti rami con cornice marmorina verniciata a lustro, con suoi filetti, e Croce d'oro a velatura". L'elenco dei mobili dell'abitazione è molto più esteso: si va da "quattro banche da letto" a "un comodo per la notte d'abeto con suo vaso", ai servizi di sei chicchere da Cioccolato e da Caffè, "con suoi piattini, e zuccariera" e quattro "Cucchiaini da Caffè".
    Non mancano le immagini religiose: la Beata Vergine de' Monti, un Ecce Omo, il Salvatore, San Carlo, San Vincenzo e "4 diversi Santi".
    I soggetti profani di altri quadri, riguardano "ville, pascoli, e marine", oppure "battaglie".
    Ci sono pure due scaldini e "un scaldaletto padella, teglia, tutto di rame".

    Dopo la morte di Bertola, la proprietà di San Lorenzo a Monte fu messa all'asta dal tribunale, il 1° aprile 1801, con decreto del 28 marzo, su istanza di Orintia Sacrati, quale creditrice nei confronti dell'Eredità Bertola. Orintia non si considerò ricompensata da lettere e dediche del riminese: voleva recuperare gli scudi che gli aveva prestato. Le carte non furono più poetiche, ma legali.

    "La Possessione del Casino" viene venduta in asta a Carlo Guelfi per il figlio Giovanni, con atto del notaio Claudio Bonini dello stesso 1° aprile 1801, come si legge nell'"Estimo 1803-1809" (17). "Ad istanza della Citt. Orinzia Romagnoli e del Citt. Nicola Martinelli", quali creditori, erano stati citati a comparire davanti alla Legge, Serafina Mularoni (originaria di Verucchio) e marito. Bertola, nel testamento del 22 giugno 1798, aveva nominato propria erede universale la Mularoni, allora sua governante, riservando il podere e il "casino" di San Lorenzo a Orintia Sacrati. Per entrarne in possesso, la Sacrati avrebbe però dovuto pagare cento scudi alla Mularoni ed altri cento a Maria Mingoni, "in benemerenza d'aver servito", quest'ultima, la casa di Bertola "per anni quattordici".

    Il testamento del 22 giugno 1798, affidato da Bertola a padre Francesco Maria Veroli, Curato di S. Maria in Trivio (parrocchia in cui si trovava l'abitazione -in via Serpieri- dei Martinelli presso i quali il poeta era ospitato), annullava "qualunque altro Test[ament]o ed ultima volontà fino ad ora fatto, o fatta, e specialm[ment]e quello fatto in Milano per gli atti del Citt.o Gio. Pietro Rusca, annullando ancora altra Carta sigillata consegnata al Citt.o Claudio Bonini not[ai]o di Rimino; volendo che la pr[esen]te mia disposizione prevalga ad ogni altra non solo in q[ues]to ma in ogn'altro miglior modo". Nello stesso giorno, 22 giugno, il testamento di Bertola veniva consegnato al notaio Nicola Masi (18) da padre Veroli. Il notaio lo trascrive nelle cc. 357-360.
    Negli "Atti Masi" si trova anche la lettera di padre Veroli al notaio, controfirmata da Girolamo Mancini e (con croce) da Giorgio Buzzi, testimoni, alla c. 356.


    Parte quinta

    Bertola muore il 30 giugno (19). Lo stesso giorno il notaio Masi, "veduto prima il di lui Cadavere", dissigilla e apre il testamento (20), che poi legge "con voce alta, ed intelligibile", nella casa dei "Fratelli Martinelli abitazione del sud[dett]o fù Citt.o Bertola"; e poi verbalizza la consegna, da parte del "Cittadino Francesco Figlio del q[uondam] Giuseppe Martinelli […] qual Esecutore Testamentario del fù Aurelio Bertolla", di "un Foglio del d[etto] Aurelio Bertolla lasciato dopo la sua morte contenente varj debiti, crediti, e legati". Il foglio (21), diviso in due parti, reca per la prima la data del 22 giugno, e quella del 25 per la seconda (in cui Bertola dimostra la sua riconoscenza alla vecchia governante -passata a servizio in casa Soardi- Maria Mingoni, "per assistenza usatami negli ultimi giorni").

    Negli "Atti Masi" si trova allegata pure una dichiarazione autografa di Bertola, datata "Rimini S. Lorenzo a Monte 17. Giugno 1798", in cui si confermava il testamento fatto in Milano, aggiungendo al nome di Nicola Martinelli quale esecutore testamentario anche quello del "Cittadino Francesco Martinelli" (Nicola era troppo preso dalla politica, come componente il Consiglio de' Seniori a Milano [22], ed era spesso assente da Rimini), e disponendo che fino all'apertura del testamento, la sua governante Serafina Mularoni potesse abitare il "casino di S. Lorenzo a Monte", "tanto dovendo io all'assistenza usatami dalla medesima nella mia malattia". Il foglio veniva consegnato (alla presenza di due testimoni) al parroco di San Lorenzo, Cittadino Sampieri, perché lo passasse "ad un pubblico notaio di Rimini" (23).
    Serafina Mularoni, forte di questa dichiarazione del Bertola, alla morte del padrone non abbandona il "casino", ed anzi attende i cento scudi previsti nel testamento del 22 giugno 1798. Dopo quasi tre anni di contese con la Sacrati, viene sfrattata dal Tribunale.

    Il 26 aprile 1804, il Cittadino Nicola Martinelli ottiene che sia messa all'asta un'altra proprietà dell'eredità Bertola, la possessione denominata Pasotta (sempre a San Lorenzo), in cambio della quale ottiene tre case da Francesco Piccioni. (24) Dei crediti di Nicola Martinelli sappiamo che, sotto la data del 22 giugno 1798 del citato "Foglio" di Bertola, si legge: "Più si pagheranno alla Famiglia di Casa Martinelli scudi 10". (25)

    Nel suo testamento [cfr. cc. 359v-360r], Bertola lascia a "Niccola" Martinelli "come un piccolo attestato della mia sincera riconoscenza tutti i miei Libri, e Scritti Litterarj esistenti nel casino di S. Lorenzo, avvertendolo fra' gli scritti contenersi molte Lettere ed altre Carte di Uomini illustri che non sono da trascurarsi". (26) Invece la "Libraria" rimasta a Pavia [c. 359v], è destinata alla Sacrati.

    Nicola Martinelli aveva sposato nel 1764 la bellissima Diamante Garampi. La loro unica figlia Maria sposa Luca Soardi (1761-1824): da loro nasce Giambattista Soardi che eredita tutte le Carte Bertola, lasciate dal poeta a Nicola Martinelli.
    Diamante era figlia di primo letto di Francesco Garampi che in seconde nozze sposò Gertrude Martinelli, il cui nonno (Ignazio, aggregato ai nobili nel 1716 [27]) era fratello del nonno (Giulio) di Nicola Martinelli, marito della stessa Diamante Garampi. Francesco Garampi (padre di Diamante e fratello del card. Giuseppe) era figlio di Lorenzo, inserito (28) tra i nobili di Rimini nel 1712, quattro anni dopo le nozze con Diamante Belmonti che gli aveva portato in dote tremila scudi.
    Lorenzo si chiama anche il figlio di Francesco Garampi e Gertrude Martinelli: generò un'altra Diamante, andata sposa a Giuliano Soleri, padre di Pietro.
    Questo Lorenzo Garampi farà causa (29) contro Maria Martinelli (figlia della propria sorellastra Diamante), e il di lei marito Luca Soardi per contestarle diritti ereditari legati ai contratti matrimoniali: Lorenzo ne uscirà perdente (nel 1808) con la condanna a pagare le spese di giudizio (lire 689,23).
    Pietro Soleri erediterà da Giacinto Martinelli (figlio del Pietro che era fratello della Gertrude maritata Garampi): pure una sua figlia si chiamerà Diamante.


    Parte sesta. NOTE al testo

    1 Cfr. A. Piromalli, La storia della cultura in "Storia di Rimini dal 1800 ai giorni nostri", V, Ghigi, Rimini 1981, p. 25.
    2 Sono conservati nella cartella "Bertola" della Miscellanea Manoscritta Riminese del Fondo Gambetti.
    3 Cfr. E. M. Luzzitelli, Ippolito Pindemonte e la 'fratellanza' con Aurelio De' Giorgi Bertola, Bastogi, Foggia 1987, p. 155.
    4 Cfr. in Studi su A. B. nel II centenario della nascita, Steb, Bologna 1953, il saggio di G. Gervasoni: "Dodici lettere inedite di A. B.", p. 140.
    5 La copia è nella cartella di cui alla nota 2.
    6 Cfr. A. Piromalli, A. B. nella letteratura del Settecento, Olschki, Firenze 1959, p. 121.
    7 In corsivo sono sottolineate alcune particolarità ortografiche.
    8 Cfr. lettera del 3 giugno 1786 in Fondo Amaduzzi, ms. 21, Biblioteca dei Filopatridi di Savignano sul Rubicone.
    9 Cfr. in Atti Nicola Masi 1798, cc. 357v-358r, presso Archivio di Stato di Forlì-sez. di Rimini (ASR). Il "Campo" è ottenuto in permuta, da Andrea Lettimi (Atti Masi, cc. 66-68, 16 gennaio 1798).
    10 Il titolo è: "Viaggio sul Reno fatto nel settembre del 1787".
    11 Cfr. Luzzitelli, op. cit., p. 123.
    12 Ibidem, p. 124.
    13 Cfr. Piromalli, A. B. nella letteratura del Settecento, cit., p. 127. La contessa Soardi è Maria Martinelli, figlia di Nicola e Diamante Garampi.
    14 Essi sono conservati presso l'ASR.
    15 Debbo la spiegazione alla cortesia di Luigi Vendramin dell'ASR. (Nel ms. 636 della Gambalunghiana, c. 32 v, leggo: "1813, 29 dicembre. La sera fu ucciso il Signore Ottavio Brilli da un Ufficiale Napoletano".)
    16 Presso l'ASR.
    17 Presso l'ASR.
    18 Cfr. in Atti Masi 1798, c. 346rv, presso l'ASR.
    19 Sul momento del decesso, alla c. 355 [30.6.1798] in Atti Masi, si legge: "circa le ore 20 e mezzo italiane"; nell'atto di morte dell'Archivio di S. Maria in Trivio, è scritto: "ad horam post meridiem quintam". Per una biografia di A. B., cfr. A. Montanari, Lumi di Romagna, Il Ponte, Rimini 1992 [I ristampa, 1993].
    20 Nella cit. c. 355rv degli Atti Masi 1798.
    21 In Atti Masi 1798 alla c. 362.
    22 Cfr. c. 359v in Atti Masi 1798.
    23 Sulla quarta facciata del documento si legge: "Codicillo del Citt. Aurelio Bertolla consegnato al Notaio Claudio Bonini sotto li 19. Giugno 1798". È il documento di cui si parla nel testamento del 22 giugno 1798. Si trova nei citt. Atti Masi 1798.
    24 Sulla proprietà Pasotta, nella Perizia Valadier (relativa ai danni del terremoto del 1786, in AP 620, ASR), si legge "Casotta". Nella Perizia Morigia (AP 816, ASR), si legge "Casotta", poi corretta in "Pasotti".
    25 Sui debiti di Bertola, vedi alle cc. 359-360 in Atti Masi citt.: "i Beni Stabili sopra indicati […] restano gravati di molti pesi", tra cui frutti annui alla Cittadina Eleonora Sacrati di Ferrara. Un "Sagrati marchese Tomaso" è registrato tra i proprietari forestieri del "Libbro Volture dal 1774 al 1799, Intitolato Catasto de Forestieri" in ASR. Il marito di Orintia Romagnoli era di Ferrara (cfr. c. 161 di C. A. Andreini, Notizie delle Famiglie Illustri di Cesena, Famiglia Romagnoli, Biblioteca Malatestiana Cesena 164, 34, v tomo).
    26 Secondo p. G. Giovanardi, "Francesco [Martinelli] fu mecenate del poeta riminese A. Bertola che ospitò nel suo palazzo, aiutò ed assisté nell'ultima sua malattia" (cfr. p. 6, I Martinelli conti di Francolino, Tip. Operaia, Rimini 1927). I documenti permettono di avanzare dubbi sul mecenatismo dei Martinelli, o almeno sulla gratuità dell'assistenza prestata a Bertola.
    27 Cfr. AP 872, c. 226r in ASR
    28 Cfr. AP 872, c. 174r in ASR.
    29 Cfr. il volume Causa Garampi-Martinelli, passim.


    Parte settima. Aggiunta al testo

    Nel 2007 ho ricevuto questa mail.

    Durante un ricerca su internet, mi sono imbattuto, sebbene con 3 anni di ritardo, nel suo articolo su Il Rimino (2004), “Contro il volere del padre”.
    Sfogliando l’articolo, sono giunto al capitolo 5. “Povera ma onesta e buona”: Serafina Mularoni. Il nome non mi era del tutto nuovo, mi ricordavo di averlo letto da qualche parte nell’archivio di famiglia. Ho effettuato alcune ricerche e il nome Mularoni è comparso in un un Liber Confirmatorum con inizio nell’anno 1747, appartenente alle carte dell’Architetto Antonio Tondini.

    Inoltre, nell’articolo sono nominati altri personaggi a me familiari, fra cui Biagio Giuccioli e Giuseppe Pecci.
    La vicenda mi interessa personalmente dato che Biagio Giuccioli è lo zio di mio trisnonno Gennaro Cinti (in linea materna, nato Verucchio nel 1790), che si unì a 19-20 anni a Napoleone (penso influenzato dal Giuccioli che lo aveva allevato essendo diventato orfano a 12 anni), e che, ritornato dall’esilio, sposò una parente dell’Architetto Antonio Tondini. I suoi discendenti, fra cui mia madre, hanno ereditato le carte del Tondini.
    Anche Giuseppe Pecci è imparentato con i Cinti avendo mio bisnonno sposato una Pecci.

    Ma torniamo alla Mularoni.

    Detto Liber Confirmatorum di Verucchio è riferito agli anni 1747, 1753, 1761, 1766, 1772, 1781, 1782, 1788.

    Rifacendomi a quanto lei scrive nel suo articolo: “…mancava la fede della cresima. (…) Non hanno dato frutto alcuno le ricerche dell’atto di battesimo nell’Archivio parrocchiale di Verucchio. Forse la famiglia era immigrata.(…)”, ho riscontrato che alcuni Mularoni sono presenti in Verucchio fin dal 1747 e quindi probabilmente non recenti immigrati.

    Ecco la cronologia:

    7 maggio 1747 (nella parrocchia dei SS. Andrea e Biagio).

    N° 13 Francesco figlio di Fran.co Mancini d’anni 8. Fu compare Gio: Mularoni di questa Parocchia.

    N° 25 Antonio figlio di Gio: Mularoni d’anni 12. Fu compare Fiorenzo Celli.

    N° 40 Barbara figlia di Gio: Mularoni d’anni 8. Fu comare Madalena Brocchi della Pieve.

    2 settembre 1753 (nella chiesa di S. Francesco dei Padri Conventuali)

    N° 2 Giuseppe figlio di Lorenzo Mularoni di anni 8. Fu compare Gio: Serafini.

    N° 5 Marino Fran.co figlio di Lorenzo Mularoni d’anni 7. Fu compare Sebastiano Bellocci.

    8 giugno 1772 (nella chiesa cattedrale di S. Colomba da parte di Mons. Castellini vescovo di Rimini)

    N° 6 Gio: figlio di Marino del Bene d’anni 13. Tenuto da Francesco Mularoni.

    26 agosto 1781 (nella chiesa dei Padri Conventuali di S. Francesco)

    Maschi:

    N° 5 Giovanni figlio di Antonio Maria Mularoni d’anni 7. Fu compare Michele Martelli

    24 agosto 1788 (nella chiesa dei Padri Conventuali di S. Francesco)

    Maschi:

    N° 21 Marino figlio di Antonio Maria e di Maria Mularoni d’anni 6. Compare Gregorio figlio di Sebastiano e di Antonia Bellocci.

    Di Serafina nessuna traccia.

    Inoltre, sono anche in possesso di un libro, Officium Hebdomedae Sanctae, formato tascabile, pubblicato a Venezia nel 1774 (ereditato dalla famiglia paterna Bacchiani di Pesaro) sul cui foglio di risguardo risulta la seguente dicitura “Comprato in Rimino l’anno 1822 alli 23 marzo: ad uso di me Giovanni Mularoni”. (Forse il Giovanni dell’anno 1781).
    Per quanto ne so, il libro era appartenuto ai Bacchiani da generazioni, così mi diceva mia nonna (che era del 1880).

    Le invio queste note a titolo informativo e anche per il caso in cui lei avesse intenzione di proseguire le ricerche sulla Mularoni.

    [Il testo su Diamante e Serafina si legge qui (alla sintesi del convegno degli Studi Romagnoli 2001).]

    Casa MalatestiAll'indice delle pagine dedicate a Bertola.


  • Casa Malatesti

    La processione degli ignari 
    Che cosa non funziona in certe notizie storiche


    Il latino serve per non finire in acqua...


    Come si fa a far nascere Pandolfo II Malatesti nel 1325 e poi affidargli nel marzo 1335 (quando il poverino avrebbe avuto nove o dieci anni) addirittura il comando di armati vittoriosi grazie ai quali sarebbe divenuto podestà di Fano? Dimenticando oltretutto che la questione era stata posta da uno studioso italiano già nel 1907 (anticipando al 1310-1315 quella nascita). Come ben sanno gli autori di un testo apparso a Stoccolma nel 2004…

    Ma la processione degli «ignari», ovvero di «coloro che non sanno», è lunga.

    Cominciamo da una iscrizione del 1490 (e non 1420 come in un primo tempo era stata letta). Essa ricorda il trasferimento della biblioteca dei Malatesti al piano superiore del convento di San Francesco da quello a terra, «pregiudicievole a materiali sì fatti» (Battaglini, Della corte letteraria di Sigismondo Pandolfo Malatesta, 1794, p. 169). Questa iscrizione è tuttora conservata nel Museo della Città di Rimini.

    Di questa iscrizione non è stata mai fornita sinora la corretta trascrizione. Infatti si è letto come «sum» quanto va trascritto come «summa».

    Il testo latino è questo: «Principe Pandulpho. Malatestae sanguine cretus, dum Galaotus erat spes patriaeque pater. Divi eloqui interpres, Baiote Ioannes, summa tua cura sita hoc biblioteca loco. 1490».

    Ecco la traduzione: «Sotto il principato di Pandolfo. Mentre Galeotto, nato dal sangue di Malatesta, era speranza e padre della Patria. Per tua somma cura, Giovanni Baioti teologo, la biblioteca è stata posta in questo luogo. 1490».

    Nella processione degli ignari, compare poi chi non s'accorge che il terzo abate che regge una chiesa non può precedere cronologicamente il secondo suo predecessore, anche se i poveretti sono costretti ad essere ricordati soltanto nella dignità precaria delle note (le leggiamo, non le leggiamo…?).

    Lo stesso autore non s'accorge che una lapide del 1686 non può essere datata con un decennio d'anticipo soltanto in virtù della propria fama di pasticcione conclamato ed acclarato. E che il 1682, «M.D.C.XIIXC», non può esser trasformato in un impossibile 1698.

    Circa questi numerosi «ignari», una particolare attenzione merita il caso di Ciriaco d'Ancona, sulla cui venuta a Rimini è stata bellamente inventata una data da nessuno studioso serio ipotizzata.

    Ciriaco de Pizzecolli d'Ancona (1390-1455) è un «bizzarro e geniale archeologo» che frequenta i circoli umanistici di Firenze. Ed è pure un «lettore di Dante» che per la sua ansia di sapere ama «presentarsi nei panni d'Ulisse» (Garin), ed ha ripetuti incontri con Sigismondo Pandolfo Malatesti signore di Rimini. Su invito di Sigismondo («Sigismundo Pandulphi filio Malatesta principe clarissimo favitante»: cfr. il suo Itinerarium edito da L. Mehus, Giovannelli, Firenze 1742), visita Rimini nel 1441 o forse due anni dopo (1443) come indica altra fonte (cfr. Corpus inscriptionum latinarum, XI, I, p. 80, n. 365).


    Queste due date sono accettate da tutti, tranne uno che riporta tutt'altra indicazione («1435», «o comunque in un momento non lontano»!). Questa indicazione non risulta da nessuna fonte, ed è spacciata in nota come «versione corrente», ripresa «in modo acritico». Ma «versione corrente» letta e tramandata dove? Nello stesso libro, leggiamo con altro autore che la visita di Ciriaco è avvenuta «prima del 1441». Ovviamente non fa nessuna differenza fra 1441 o «prima del 1441», «o meglio nel 1443» (come un cattedratico riminese spiega in un ampio testo dedicato al Tempio malatestiano, ed edito a Cesena nel 2000).


    La «versione corrente», stando alla nostra personale ignoranza, tanto «corrente» non dovrebbe essere, dal momento che non è citata né dall'altro autore del libro né nell'imponente tomo del cattedratico sullodato.

    Ma l'autore ignaro ed inventore pure in un altro punto non convince: quando parlando di Giovanni Di Marco (a cui il libro è riservato, trattando dei suoi libri lasciati alla Biblioteca Malatestiana di Cesena), lo dichiara morto il 23 febbraio 1474. Da Angelo Battaglini (Dissertazione accademica sul commercio degli antichi e moderni librai, 1787, p. 51, nota 105), apprendiamo che Giovanni Di Marco «morì in Roma nel 1474, e fu sepolto a dì 23. Febbrajo». Battaglini non scrive che Giovanni Di Marco morì e fu sepolto il 23 febbraio, ma (ripetiamo) che «morì in Roma nel 1474», e che alla data del 23 febbraio «fu sepolto».


    Battaglini riporta un documento riminese che è la sua fonte, il testo latino del notaio Nicolino Tabelioni del 5 marzo 1474, l'inventario dei beni di Giovanni Di Marco. Qui leggiamo che il medico riminese Giovanni Di Marco «obiit & ab hac vita migravit ac sepultus fuit…». Qui poi va notata la differenza, temporale in questo caso, che comporta quell'«ac» che non congiunge soltanto ma puntualizza («morì, e precisamente fu sepolto»), come ben comprese Battaglini quando (ripetiamo) scrisse: «morì in Roma nel 1474, e fu sepolto a dì 23. Febbrajo». Ovviamente gli storici del 1700 conoscevano il latino… Che invece ignora il nostro contemporaneo che in altro testo e per altro argomento non sa che nella lingua dei padri «in» e l'accusativo è molto diverso dall'«ad» usato con lo stesso caso. Ma l'ignaro non può farci caso e bellamente inventa una sua personale traduzione. Ed affoga per colpa di quell'«in» finendo dentro l'acqua, dalla quale si sarebbe salvato se avesse saputo dell'«ad»…

    © Antonio Montanari. 47921 Rimini, via Emilia 23 (Celle), tel. 0541.740173
    "Riministoria" è un sito amatoriale, non un prodotto editoriale. Tutto il materiale in esso contenuto, compreso "il Rimino", è da intendersi quale "copia pro manuscripto". Quindi esso non rientra nella legge 7.3.2001, n. 62, "Nuove norme sull'editoria e sui prodotti editoriali e modifiche alla legge 5 agosto 1981, n. 416", pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 67 del 21 marzo 2001. Mail
    1384. Pagina creata, 04.09.2010, 18:00.
    http://digilander.libero.it/antoniomontanari/ilrimino.2010/ignari.html


  • 1."Viva l'imperatore d'Austria"
    Sonetti del 1799 sulla liberazione di Rimini dai francesi


    Anche due secoli fa, la Musa della Poesia aveva il suo bel daffare. Lavoravano a tempo pieno i torchi dei tipografi, per diffondere liete novelle e cantare i fatti del giorno, oltre le solite storielle di amori, delusioni e speranze del cor. I testi che presentiamo sono apparsi a Rimini tra il maggio ed il luglio 1799. Essi ci permettono di ripercorrere brevemente, come si diceva un tempo, una pagina di storia patria della quale ricorre il bicentenario.

    Cominciamo dalla "Canzonetta" intitolata "Per lo sbarco degl'Imperiali nel Porto di Rimino, e sul loro ingresso nella Città il dì 30. Maggio 1799". I personaggi in essa citati sono due: il "forte Pottz" è il comandante della flottiglia imperiale; il Martiniz è un tenente della "Regio-Cesarea Marina", mentre l'Aprusa è semplicemente il nostro Ausa, allora fiume e poi torrente (oggi tombinato nella parte urbana). Le "generose Aquile" di cui si parla, rimandano all'aquila bicipite simbolo dell'impero.

    Ecco il testo:
    "Verso le spiagge Adrìache/ Il forte Pottz sull'onda/ Vola; ed il Ciel seconda/ L'invitto Condottier. / Gl'arditi Legni avvanzansi/ Fra l'onda alto-confusa,/ Ride la verde Aprusa/ Nel cheto suo sentier./ Taciono i venti instabili/ E il Martiniz s'appressa,/ Fugge d'orrore oppressa/ La nuova Libertà./ Alzan la fronte intrepida/ Le sponde lusinghiere,/ Sbalzan l'amiche Schiere/ Ricche d'Umanità./ Le generose Aquile/ Il benefico volo/ Su questo afflitto suolo/ Già spiegano alfin./ Or non s'ascoltan gemere/ Le Madri addolorate:/ Le Vedove piagate/ Le man tolgon dal crin. / E in oggi oh come esultano/ L'amica Valle, e il Fonte! / Come più vago il Monte/ Splende di nuovi fior! / Spesso s'ode a ripetere/ Tra le bennate Genti,/ Tolti i timori e spenti, / VIVA L'IMPERADOR."

    Seconda composizione, anonima come quella appena citata. Trattasi di un "Sonetto estemporaneo" anch'esso dal titolo un poco lungo: "Nel faustissimo arrivo delle truppe austriache nella città di Rimino il giorno 4 luglio 1799". Ecco il testo:
    "Queste, che sfidan già venti e procelle/ Genti intente a le reti, al remo, a l'amo, / Le amiche loro lasciando navicelle, / Fecer Fabert d'ardir ripiene gramo." (Fabert era il comandante francese nella piazza di Rimini. La prima strofa è dunque un inno alla marineria riminese che rende dolente il povero Fabert.) "E col favor delle propizie stelle/ Per esse salvi da periglio siamo, / Ché in fuga volta la turba rubelle/ Inni di grazie al grand'Iddio cantiamo./ O Forti, tocca a voi or queste mura/ Guardar da novo temerario insulto, / A voi che avete omai la Gallia doma." (I "Forti" sono i soldati imperiali.) "Dal pio Cesare fatta è già sicura/ Italia; e non andrà guari che inulto/ Non resti il fallo de l'infame Roma".
    Curiosa quest'ultima strofa: alle lodi verso l'imperatore d'Austria, dopo il ringraziamento "al grand'Iddio", segue una specie di maledizione all'"infame Roma", il cui errore non resterà impunito... Ma a Roma comandava il Papa-Re: chi sarà mai questo pazzo d'un poeta riminese che inneggia all'imperatore, chiamandolo "pio Cesare" come al tempo medievale, e definisce "infame" la sede del Papato? Ma non erano tutti contenti che l'Austria venisse a combattere in nome della Religione? Questo poeta era un solitario o esprimeva idee diffuse? Che collegamento può esserci tra l'inizio del sonetto, in lode della marineria, e questo definire "infame" Roma? Quanti, di quella marineria, erano dello stesso parere?

    Terza composizione:
    "Nella solenne devota Processione di Maria Vergine della Misericordia venerata nella cattedrale di Rimino che si fa il giorno VII Luglio MDCCXCIX. Sonetto dedicato alle armi invitte dell'Augustissimo Imperatore F[rancesco] II dall'esultante popolo riminese": "Sono anni ed anni, che viviamo in mille/ Crudeli ambasce notte e dì gementi/ Né ancor le irate tue dolci pupille/ Si mostrano, MARIA, ver noi clementi? / Rinnova TU, ch'il puoi, gli alti portenti/ di tua pietade, onde cittadi e ville, / Al fulminar de' cavi bronzi ardenti, / Più non vadano in cenere e in faville. / Fallo, per noi non già, ma per quel frutto, / Che uscì del casto tuo materno grembo, / E rammenta che siam pur figli tuoi:/Che se di CRISTO il gregge fia distrutto/ Dal meritato formidabil nembo;/ Da chi sperar più altari e incensi puoi?".

    Soltanto di quest'ultimo sonetto conosciamo l'autore: il "signor Pietro Santi", commerciante, e, come racconta Carlo Tonini, cultore di varie arti tra cui il disegno e la pittura. Amico del Bertòla, Santi lo ritrasse nel dipinto che ora è conservato nel Museo civico: è l'immagine più bella che abbiamo dell'irrequieto e sfortunato poeta riminese.

    A proposito di pietà religiosa, c'è un documento cesenate del 1797, pubblicato nel 1982 da "romagna arte e storia" n. 6, in cui si racconta che "i masnadieri sono divisi in due bande: una prende possesso de' paesi conquistati, in nome del Papa; l'altra non vuol sentire parlare né di Papa né di repubblica, e sembra avere in mira di erigersi in sovranità indipendente. Tutti però gl'individui delle due bande professano la più alta devozione alla Beata Vergine, di cui portano l'immagine nel cappello, e in nome della quale assassinano piamente quelli che credono di contrario partito".
    Questo passo è riportato anche nel recente volume di M. Viglione, "Rivolte dimenticate", in nota ad passo in cui c'è una notizia fortemente 'dubbia': "solo i paesi di Tavoleto e Sogliano fornirono più di 1.300 insorgenti".

    Note:
    La cattedrale di Rimini della quale si parla nel testo, era la chiesa di San Giovanni Evangelista (detta di Sant’Agostino). La vecchia cattedrale era stata ridotta, nel 1798, a caserma: essa sarà demolita nel 1815. Nel 1809 la cattedrale viene trasferita nel Tempio Malatestiano, ove si trova tuttora, ad opera del Vescovo Ridolfi.
    Gli originali delle composizioni riportate, sono nella Biblioteca Gambalunghiana di Rimini (Fondo Gambetti Stampe Riminesi).
    [Da Il Ponte n. 33, 19.09.1999.]


    2. Nicola Giangi, Cronaca del 1799

    Presentiamo un estratto della "Cronaca" scritta da Nicola Giangi, relativa al 1799. L’originale è conservato nella sezione dei manoscritti della nostra Civica Biblioteca Gambalunghiana, con la segnatura SC-MS 340. Riproduciamo il testo fedelmente all’originale.

    14 marzo, "Questa sera ho cessato di esser Municipale".

    30 maggio, "Insorgenza. Oggi è stata una giornata delle più cattive. A mezzo giorno circa sono venute in Terra tutte le Barche Pescareccie, unitamente ad una Barca Canoniera dell’Impero; tutti li marinari hanno impedito che si spari un Canone contro la Barca Canoniera, hanno messo à sassate il Comandante Fabert Francese, e il Comandante Sirò Cisalpino, e bastonati varj Soldati Piemontesi, fatto [,] li detti Pescatori, con li birbanti di Città sono andati a dar il sacheggio à due Boteghe di Ebrei, abbruciati gli Arbori di Libertà, e dato il sacheggio al Palazzo Publigo, rubato tutto quello che vi era in detto Palazzo, e rotto ogni cosa. Tutte le Boteghe, case e fenestre levate; un chiasso, un susuro ben grande. Il Tenente Carlo Martiniz Capo della Barca Canoniera ha in parte sedato il tumulto. La notte però varj ladri particolari armati sono andati in Casa Lettimi, e in Casa Ferrari à voler del denaro".

    31 maggio, "Oggi è stata un’altra giornata di gran funesta; verso mezzo giorno si è saputo che il Conte Fabert Francese con circa 150 soldati Piemontesi, e altri di suo seguito veniva con un canone avanti per entrar in Città. Tutti li nostri Solevati, con li Contadini ed alla testa il Tenente Carlo Martiniz sono andati in contro con canone, ed hanno fugati li Nemici, col far prigionieri sette, e morti si dice altrettanti; vanno dietro al Comandante, e tutti gli altri si sono dispersi; questa sera hanno fatti prigionieri altri, e presi due pezi di canone. La nostra popolazione è molto riscaldata. Il nostro vescovo Feretti ha fatto un fervorino sulla Piazza della Fontana al Popolo, ha fatto liberare il Padre, ed il Figlio Zavagli dall’arresto, ed ha creato unitamente al popolo un Magistrato, ed il Comandante Civico. Il Magistrato è composto di 5 sogetti: Ercole Bonadrata, Marco Bonzetti, Girolamo Soleri, Carlo Zollio, e Giuglio Cesare Bataglini, ed il Comandante Giovanni Battista Agolanti. La residenza del Magistrato è in Casa Gambalunga". [Questo "Magistrato" è la Reggenza provvisoria, n.d.r.]

    1 giugno, "Si sono fatti molti Prigionieri; si sono messi in aresto varj creduti Giacobini. La sera si acendono li lumi per tutta la città".

    2 giugno, "Seguita esser in armi li solevati, cioè li Paroni, e la Ciurmaglia del Paese, sono venute altre due Canoniere".

    3 giugno, "Si sono portati dei Canoni alle Porte, e si fa continua guardia; li Marinari seguitano star in terra, e a far la ronda, e guardia. Hanno condotto da Campagna in aresto la Signora Barbara Belmonti, ma subito è stata in libertà".

    4 giugno, "Seguitano li Pescatori a far la guardia. In questa sera sono venuti in casa mia due Canonieri all’ore 22 circa con scusa di cercar le armi, ma poi volevano condur il Padrone in aresto, in vece mia andò mio Fratello, ma fu rimandato a casa apena escito, avendole prima chiesto del denaro. La paura fu grande di tutta la famiglia. [Il testo che segue è nell’originale in un corpo più grande rispetto a tutto il resto, n.d.r.] Lascio io Nicola Giangi in perpetua memoria à miei Posteri che li Pescatori si sono dichiarati miei Nemici, e che a tutto costo mi volevano, o mi vogliono in aresto. L’inimicizia nasce per quanto si dice, che quando ero Municipale, e che vi fù la racluta [recluta, n.d.r.] fui io quello che fece metere li Pescatori nella racluta".

    5 giugno, "[…] In questa sera ho preso due vuomini miei Muratori à far la guardia in mia Casa di notte. […]".

    7 giugno, "Seguita à far la Guardia li nostri Pescatori. La sera si seguita a tener li lumi accesi".

    8 giugno, "E’ venuta la nova d’essersi Pesaro liberata dai Francesi, sono andati anche dei nostri Insorgenti a Pesaro. Il fù Padre Arcangelo Chiodi Pavolotto ha predicato in Piazza, che siano ubidienti al Magistrato, colle Leggi: si fece molto ridicolo. Non si pagano dazj, e nemeno bolette del Macinato".

    11 giugno, "Seguita li Pescatori à far guardia".

    12 giugno, "[…] si ritorna a pagare li dazj […]".

    14 giugno, Fano è in mano di Russi, Turchi ed Insorgenti: a Rimini "seguita a far guardia li Paroni".

    17 giugno, "Aresti. Un’ora dopo mezzo giorno hanno messo in aresto, e condotti à Marina li seguenti: Luigi, Arcangelo e Tomaso Fratelli Signorini, Lodovico Belmonti, Padre Canuti ora Prete, Tito Caradori, Pelegrino Turchi, Giuseppe Fosati, Cupers il Figlio, Scopoli, Barchetti, e Gaetano Bataglini. Aveano giorni fà messi in aresto Coranucci, Paladino Sbirro, e Fontana Sarto, ma dopo pochi giorni furono lasciati". [Lo Scopoli di cui si parla è il dottor Giovanni Scopoli, che risulta presente a Rimini già nella primavera del ’98. Il 16 dicembre 1802 Scopoli sposa Lauretta Mosconi, figlia naturale del poeta riminese Aurelio De’ Giorgi Bertòla].

    18 giugno, "[…] aresto del Pavolotto Padre Bordi, condotto a Cesena" [e liberato il 19].

    20 giugno, "Sono andati in mare parte dei Pescatori. Sono stati arestati tutti quelli che son venuti da Sinigaglia [presa il giorno prima; n.d.r.], e che avevvano dato il sacco, avendo a tutti levata la robba derubata. E’ partito per Cervia il Vescovo di detta Città in compagnia del signor Luigi Ferrari". [Il Vescovo cervese, mons. Gazzola, è giunto a Rimini per calmare le acque. Il 19 giugno ha pubblicato un proclama alla locale marineria con l’ordine di esercitare "il mezzo mestiere", dividendosi i compiti, ed alternandosi in essi: la metà dei marinai in mare "a procacciarsi il vitto", e "l’altra metà alla difesa" di Rimini.]

    21 giugno, "Sono andati in mare la metà circa dei Pescatori. 28 bastonate sul Culo a Figlio di Franchini di S. Arcangelo per aver fatto una satira contro l’Imperatore. 16 bastonate sul Culo ad un contadino per aver rubato".

    23 giugno, a Senigallia sono ritornati i francesi: "27 barchette cariche di gente fuggita da Sinigaglia e Fano".

    24 giugno, "Partono molti insorgenti per Pesaro".

    25 giugno, "Vanno a Pesaro degli Insorgenti. Si accendono ogni sera i lumi alle fenestre".

    28 giugno, "Sono stato condotto in aresto da Pescatori solevati à marina in Barca, unitamente a Giuseppe Bornacini, Vincenzo Tonini, Padre e Figlio Antonio Zavagli, dottor Drudi, Vittorio Marchi, e molti altri: con Luzietta Pivi. Sono stato liberato dall’aresto assieme al dottor Zavagli e Luzietta dopo un giorno". [Giangi parte per Trieste il 29 giugno e fa ritorno a Rimini il 4 agosto.]

    5 agosto, "Fatta la pace".

    25 agosto, "In vece del Magistrato comanda la Reggenza nostra" [imposta dal popolo il 31 maggio].

    4 settembre, mandati in esilio alcuni riminesi, tra cui Michele Rosa.

    13 gennaio 1800, Consiglio Generale. Ritorna cioè la vita amministrativa normale.

    [Da Il Ponte n. 35, 03.10.1999.]


    3. Elenco de’ Partigiani della Francia
    Sonetto


    Scismatici, Appellanti, Giansenisti,
    Perfidi Ebrei, Cattolici mentiti,
    Apostati rubelli, e Fuorusciti,
    Luterani, Ugonotti, Calvinisti,
    Politici malnati, e rei Statisti,
    Ciurmatori, Buffoni, Parassiti,
    Ruffiani, Sanguinarj non puniti,
    Miscredenti, Mastini, ed Ateisti,
    Preti ignoranti, e Frati malcontenti,
    Giovani scapestrati, e Vecchi insani,
    Teste sventate, e spiriti insolenti,
    Torbidi ingegni, e cervellacci strani
    Or dati alle rapine, e ai tradimenti,
    Questi son della Francia i Partigiani.

    [Fondo Gambetti Stampe Riminesi, III busta, Biblioteca Gambalunghiana di Rimini.]


    4. Nelle carceri di Rimini. Documenti inediti
    I detenuti riminesi del 1799. Ventotto persone, tra cui tre donne


    Fino al 1825 le carceri di Rimini si trovavano dietro al palazzo del Comune, a contatto con l’ufficio del Monte di Pietà: in quell’anno furono trasferite nella Rocca malatestiana fatta costruire da Sigismondo.

    Duecento anni fa, nel 1799, le nostre carceri ospitavano ventotto persone, come risulta da un documento inedito che si trova presso l’Archivio Storico Comunale della città, e dal quale apprendiamo che si trattava di ventiquattro uomini, un sacerdote e tre donne.

    Cominciamo da queste ultime. Sono Teresa Urbinati di Coriano e Cattarina Bertozzi di Longiano entrambe responsabili di "lajdezze" e di "contravvenzione d’esilio"; e Maddalena Cevoli di San Clemente, colpevole d’infanticidio.

    Il sacerdote è Don Piero Rombolotti del Territorio del Pallio di Urbino, per furto sacrilego e "mala qualità".

    Tra gli altri ventiquattro carcerati di sesso maschile incontriamo quattro detenuti "per furti", due "borsaroli", poi tre altri accusati (o giudicati, non sappiamo) rispettivamente per sparo, rissa e furto sacrilego. Infine ci sono quindici militari di cui uno francese.

    Il documento non ha una data precisa. L’anno (1799) lo si ricava dalla lettura dell’elenco dei detenuti. Nella parte del documento relativa ai quindici militari, ci sono alcune precisazioni che ci potrebbero indicare come esso sia stato compilato prima dell’arrivo degli austriaci (30 maggio). Nel gruppo dei quindici ci sono "otto individui bresciani" condannati e "spettanti al Capitano Rellatore del Consiglio di Guerra"; "altri due Cispadani […] a disposizione come sopra"; "altri tre Carattari spettanti come sopra"; il "Commissario Santamer" e Giuseppe Squadrini di Rimini "arrestati il 14 febbraio a disposizione come sopra".

    Soltanto i due Cispadani sono descritti "in Secreta", mentre per gli otto bresciani si parla di detenzione "alla Larga". Non si precisa nulla per le altre persone.

    Circa il "Commissario Santamer", si può supporre che si tratti di uno degli agenti francesi che avevano preteso contribuzioni indebite. Si potrebbe collocare così il documento nel periodo di metà maggio ’99, dopo lo stato d’assedio proclamato dal generale Lahoz per tutto il Dipartimento del Rubicone, e durato dal 4 al 13 dello stesso maggio. E quindi prima della liberazione della città da parte della marina imperiale e del saccheggio del Palazzo pubblico per opera degli insorti riminesi.


    5. I verbali della rivoluzione. Documenti inediti

    Abbiamo già letto nella "Cronaca" di Nicola Giangi che il 31 maggio 1799 il Vescovo di Rimini mons. Ferretti creò "unitamente al popolo un Magistrato, ed il Comandante Civico". Il Magistrato era composto da cinque persone, Ercole Bonadrata, Marco Bonzetti, Girolamo Soleri, Carlo Zollio, e Giulio Cesare Battaglini. Il Comandante Civico era Giovanni Battista Agolanti.

    Sugli eventi della primavera del 1799 esistono inediti verbali dell’Archivio Storico Comunale di Rimini, che presentiamo in questa nota. Quegli atti ufficiali sono utili a comprendere come siano andate effettivamente le cose.

    In un primo momento "il popolo richiese a Monsignor Vescovo, che gli avesse nominato de’ soggetti per una nuova Magistratura Provvisoria". Monsignor Ferretti rispose "che il Popolo li avesse nominati da sé".

    Fu così che un’improvvisata assemblea parlamentare, come diremmo oggi, decretò il nuovo governo della città. Siccome tutto veniva fatto in violazione della legge in vigore, è un vero e proprio colpo di mano, che rassomiglia ad una specie di soviet ante litteram il quale cerca di realizzare un nuovo libero comune di stampo medievale, slegato da ogni altra autorità costituita.

    Il popolo, dopo il rifiuto del Vescovo, nomina i nuovi cinque Magistrati provvisori già indicati all’inizio. A sua volta monsignor Ferretti fa presente che "alcuno forse degli acclamati non avrebbe accettato". La risposta dell’improvvisata assemblea è perentoria: "il Popolo fece sentire, che avrebbero dovuto accettare per forza", leggiamo nel verbale (datato 1° giugno ’99).

    I cinque prescelti "attese le sopranotate circostanze s’indussero […] a prestarsi alla trama del Popolo con assumere la Magistratura sebbene in tempi così difficili, affine di evitare mali maggiori".

    La ripresa della normale attività amministrativa avviene soltanto a partire dal 13 gennaio 1800, come già ha raccontato Giangi. Quel giorno, nel registro dei Consigli Generali della Municipalità si redige il primo verbale dopo quello del 3 febbraio ’97, steso all’antivigilia del "Governo Francese" instaurato in città dai militari di Napoleone.

    Il 28 gennaio 1800, è nominato il nuovo Governatore nella persona di Luigi Brosi (il vecchio Governatore che era fuggito da Rimini il 2 febbraio ’97 assieme al Vescovo Ferretti). Il 31 gennaio Marco Bonzetti (che nel frattempo aveva ricevuto una speciale delega imperiale), nomina i sei nuovi Consoli della città (due in meno rispetto a quelli del Governo pontificio), perché il Consiglio non riesce a trovare un accordo su tutti i nomi: sono cinque nobili ed un borghese. La rivoluzione dei marinai era così conclusa.


    6. Cronologia del 1799.

    30 maggio 1799, «Insorgenza» (N. Giangi).
    31 maggio, si rinnovano i disordini [Zanotti]; il vescovo di Rimini mons. Ferretti crea «unitamente al popolo un Magistrato, ed il Comandante Civico» (Giangi). Il Magistrato era composto da cinque persone: Ercole Bonadrata, Marco Bonzetti, Girolamo Soleri, Carlo Zollio, e Giulio Cesare Battaglini. (Dai verbali ne risultano sei: Giangi omette Luca Soardi e Girolamo Graziani.) Il Comandante Civico era Giovanni Battista Agolanti.
    1° giugno, arresti di «giacobini», proseguono le violenze e i disordini [Zanotti, 177]. «Disordine» e «spavento», «tumulto e confusione» [Zanotti, 178]. Arriva il Comandante austriaco: il fatto anima il Magistrato «a sostenere la Magistratura provvisoriamente conferitaci dal Popolo». Il Comandante, maggiore de Pottz, conferma il Magistrato provvisorio [AP 504, 24.7.1799]. Ringraziamento al Popolo e Proclama del Magistrato [Zanotti, 174]. Guardia Civica di 400 persone [Zanotti, 175]. Esortazione del Vescovo [Zanotti, 176]. Sui giorni seguenti, Zanotti, 183-184.
    2 giugno, scrive Giangi: «Seguita esser in armi li solevati, cioè li Paroni, e la Ciurmaglia del Paese». Editto di Giacomo Viezzoli [Zanotti, 179] contro i disordini. Sull'atteggiamento dei nobili, Zanotti, 183-184.
    3 giugno, arresto di Barbara Belmonti a San Lorenzo in Correggiano, Zanotti, 182.
    4 giugno, «Seguitano li Pescatori a far la guardia. In questa sera sono venuti in casa mia due Canonieri all'ore 22 circa con scusa di cercar le armi, ma poi volevano condur il Padrone in aresto, in vece mia andò mio Fratello, ma fu rimandato a casa apena escito, avendole prima chiesto del denaro. La paura fu grande di tutta la famiglia. [Il testo che segue è nell'originale in un corpo più grande rispetto a tutto il resto, n.d.r.] Lascio io Nicola Giangi in perpetua memoria à miei Posteri che li Pescatori si sono dichiarati miei Nemici, e che a tutto costo mi volevano, o mi vogliono in aresto. L'inimicizia nasce per quanto si dice, che quando ero Municipale, e che vi fù la racluta [recluta, n.d.r.] fui io quello che fece metere li Pescatori nella racluta».
    8 giugno, il Comandante austriaco autorizza il Magistrato provvisorio della città ad assumere il titolo di rappresentante imperiale [Zanotti, 188]. Due proclami di Giacomo Viezzoli. Il primo ripristina «provvisoriamente» il sistema pontificio [vedi sotto, 26 luglio, AP 908, Ravenna]. Il secondo rivolto al Popolo perché lasci all'Imperatore di Germania di «punire i ribelli, i malvagi, e libertini» [Zanotti, 193-194]. Vedi il commento di Zanotti [194]: ci si prefiggeva il fine di «far cessare l'opera della marineria armata», etc.
    14 giugno, si rialza il trono vescovile nella cattedrale [Zanotti].
    19 giugno, proclama del vescovo di Cervia alla marineria di Rimini.
    29 giugno, scrive Giangi: “Sono stato condotto in aresto da Pescatori solevati à marina in Barca, unitamente a Giuseppe Bornacini, Vincenzo Tonini, Padre e Figlio Antonio Zavagli, dottor Drudi, Vittorio Marchi, e molti altri: con Luzietta Pivi. Sono stato liberato dall'aresto assieme al dottor Zavagli e Luzietta dopo un giorno”. [Giangi parte per Trieste il 29 giugno e fa ritorno a Rimini il 4 agosto.] Zanotti [1° giugno, p. 177] ha già raccontato di arrestati «posti in barca» e «trasportati ad altro Paese».
    3 luglio, arrivo delle truppe austriache.
    10 [11] luglio, proclama del generale Giovanni Klenau (comandate di un corpo di truppe austriache in Romagna e Toscana): esso annuncia l'istituzione della Reggenza di Ravenna sopra tutta la provincia di Romagna con cinque deputati a rappresentare altrettante città, oltre a quello di Ravenna [ qui c'è il 10: AP 504, 6.8.1799, Faenza Ma Zanotti parla di 11 luglio]. (Ravenna pretende di avere due deputati nel Congresso Provinciale, AP 504, 18.8, a Daniele Felici: vedi ad diem. Vedi anche 19.8 a Mancurti Del Carretto «Deputato delle cinque città della Provincia al Congresso colla Reggenza di Ravenna»; e ad Imola, 28.8., ib., sui «raggiri della Reggenza di Ravenna».) (La «Ricevuta della risoluzione per la nuova Reggenza Provinciale», è spedita da Rimini a Forlì il 10 agosto.)
    17 luglio, nuova dichiarazione «confermativa dell'autorità alla predetta reggenza» [«Essa si dirigerà a tenore delle leggi esistenti del 1795»: AP 908, 17.7.1799]; [AP 504, 6.8.1799, Faenza]. Vedi il proclama austriaco dell'8 giugno [Zanotti, 188-189].
    24 luglio, il Magistrato provvisorio di Rimini chiede alla Cesare Regia Reggenza di Ravenna di ripristinare il Generale Consiglio, «come lo era nel Pontificio Governo». [Questa richiesta è la logica conseguenza dell'editto dell'8 giugno e della dichiarazione del 17 luglio.]
    26 luglio, il Comandante, maggiore de Pottz, per mezzo del primo tenente Giacomo Viezzoli, Comandante la Piazza, ordina di «andare ripristinando il sistema Pontificio». [AP 908, Ravenna, 26 luglio 1799]
    28 luglio, turbolenze in città.
    31 luglio, è sospesa la convocazione del Consiglio: l'ordine è impartito al barone De Buday, Comandante della Romagna. [Pesaro, AP 908]
    1° agosto, il Magistrato provvisorio di Rimini scrive al barone De Buday: si era pensato di ristabilire il Consiglio anche per rimediare alla generale «carestia di tutti i generi» [AP 504]
    5 agosto , «Fatta la pace» (Giangi).
    6 agosto, al Giusdicente: circa l'arresto del Bargello Antonio Maria Palladini avvenuto due mesi prima: continua il «mal umore» del popolo contro di lui [AP 504].
    8 agosto, disordini in città. Arresti. Conflitto di competenza tra il Comandante della Guardia Urbana Lorenzo Garampi ed il Tribunale [AP 504, 9.8.1799, a L. Garampi]. Garampi era stato confermato nella carica da Buday il 3 luglio [AP 908]. [Circa la Guardia Urbana, cfr. AP 504, 15.8 a Pesaro e 16. 8 a Cesena: essa viene mantenuta con l'imposizione di «una tassa mensile sopra le tre classi di Possidenti, Mercadanti e Capi d'Arte. Ne sono esenti i braccianti, ed i poveri. Tutti sono in obbligo di pagarla, allorché non servono di persona» (vedi pure 18.8 a Garampi, ib.: la tassa mensile è di baj: 40; e 29.8., ib. a Cattolica, sig. Giovanni Brigidi).
    9 agosto, sistema annonario del cardinal Colonna del 1792, AP 504. Approvato [16 agosto a Cesena, ib.].
    11 agosto, Al conte Klenau: il deputato scelto per rappresentare Rimini nella Reggenza Provinciale è il dottor conte Ippolito Tonti, «attuale presidente della nostra Reggenza [AP 504]. (Il 15 agosto si precisa alla Reggenza che Tonti è stato scelto tra i Magistrati, e non eletto dal Consiglio, stante il divieto di De Buday di convocare il Consiglio medesimo. «Varj individui» nuotano «affatto nudi sotto il Ponte di Augusto con indicibile scandalo della Gioventù particolarmente» [AP 504. Proseguono le tensioni: ci sono stati «popolari trasporti» contro il marchese Lodovico Belmonti (ora «libero, ed in stato di produrre le sue giustificazioni», 13.8.1799). Per la Festa per la resa di Mantova (con Te Deum in cattedrale), il Comandante Garampi è invitato ad inviare guardie armate «da distribuirsi al serraglio della Nobiltà».
    13 agosto, s'informa la Reggenza Provvisoria di Ravenna che a Rimini sono stati sospesi dalla pubblicazione alcuni editti che potevano turbare la pubblica tranquillità [AP 504]. Nel contempo si chiede alla stessa Reggenza che anche Cervia, Bertinoro e Sarsina abbiano in essa un loro rappresentante.
    14 agosto, in seguito ad «inquietudini» accadute nel Borgo di Cattolica, si chiede l'arresto di «alcuni malintenzionati» [AP 504]. Su di loro, tali Frontini e Antonioli, vedi anche 15. 8 a Garampi ed al vescovo di Cervia, AP 504: il vescovo di Cervia era intervenuto a loro favore, il Magistrato riminese si dice dispiaciuto «di non poter secondare i generosi sentimenti di V.S. Ill.ma e Rev.ma a pro di costoro».
    18 agosto: poiché Ravenna pretende due deputati nel Congresso Provinciale, Rimini ritira la propria adesione (18.8, a Daniele Felici, AP 504).
    19 agosto, cessato allarme per «la vicinanza del nemico» e «lo straordinario concorso de Forastieri»: si dimette il dicastero di Polizia [AP 504]. Cfr. anche 20.8, ib., si sospende il Dicastero di Straordinaria Polizia provvisoria (comunicazione a Garampi, che deve «vigilare sull'ordinaria polizia della Città, e segnatamente sul passaggio, e permanenza de Forastieri» (v. 24.8 a Garampi, ib.; e 26.8, ib., per espulsione di Forastieri). Cfr. pure 21.8, ib. al Maggiore Urbano Giovanni Zangari per il Sig. Comandante Assente: la Straordinaria Polizia ha condannato all'esilio sono un individuo.
    20 agosto, si invia la lettera di nomina di Tonti al Baron di Jhugut, Ministro di Conferenza di S.M.I.R.A e Plenipotenziario degl'Affari d'Italia. Tonti, si scrive, è persona «la di cui dottrina, probità, ed attaccamento al presente felicissimo Governo ci promettono un'ottima riuscita» [AP 504].
    20 agosto, contrasti con il Clero [v. lettera e «Promemoria» diretti all'avv. Antonio Domenico Gamberini affinché informi il Conte de Pellegrini Commissario organizzatore, AP 504]. V. sub 31 ottobre, AP 908.
    23 agosto, problema della distribuzione del grano sul Mercato (a L. Garampi, AP 504: «specialmente per provvedere alle richieste delle donne del Porto»; a L. Garampi, «a contentamento de Poveri, e per provvedere specialmente delle donne del Porto», 30.8., ib.). Sulla «Carestia di Grano», v. AP 908, c. 27.
    25 agosto, «In vece del Magistrato comanda la Reggenza nostra», imposta dal popolo il 31 maggio [Giangi]. Rivolta dei Marinai a Sant'Agostino, cfr. Tonini, VI, I, pp. 933-934.
    31 agosto, circa i sediziosi e l'espulsione de' forastieri (a L. Garampi, AP 504).
    Sotto il 4 settembre, Giangi ci ricorda: «In questa notte il Comandante Lorenzo Garampi ha mandato delle lettere ai qui notati, intimandoli di partire subito dalla Città, e Territorio di Rimini; sono Domenico Botini, dottor Gio[vanni] Martelli, Gaetano Urbani, medico Michele Rosa, Zanotta e Gironda»..
    2 ottobre, Regio Commissario della Provvisoria Reggenza Provinciale è Giuseppe Pellegrini.
    31 ottobre, il R. Commissario Pellegrini ordina la restituzione alle Mense Vescovili dei Beni non venduti, etc.

    Antonio Montanari
    (c) RIPRODUZIONE RISERVATA





    Suivre le flux RSS des articles de cette rubrique