• Casa Malatesti

    La processione degli ignari 
    Che cosa non funziona in certe notizie storiche


    Il latino serve per non finire in acqua...


    Come si fa a far nascere Pandolfo II Malatesti nel 1325 e poi affidargli nel marzo 1335 (quando il poverino avrebbe avuto nove o dieci anni) addirittura il comando di armati vittoriosi grazie ai quali sarebbe divenuto podestà di Fano? Dimenticando oltretutto che la questione era stata posta da uno studioso italiano già nel 1907 (anticipando al 1310-1315 quella nascita). Come ben sanno gli autori di un testo apparso a Stoccolma nel 2004…

    Ma la processione degli «ignari», ovvero di «coloro che non sanno», è lunga.

    Cominciamo da una iscrizione del 1490 (e non 1420 come in un primo tempo era stata letta). Essa ricorda il trasferimento della biblioteca dei Malatesti al piano superiore del convento di San Francesco da quello a terra, «pregiudicievole a materiali sì fatti» (Battaglini, Della corte letteraria di Sigismondo Pandolfo Malatesta, 1794, p. 169). Questa iscrizione è tuttora conservata nel Museo della Città di Rimini.

    Di questa iscrizione non è stata mai fornita sinora la corretta trascrizione. Infatti si è letto come «sum» quanto va trascritto come «summa».

    Il testo latino è questo: «Principe Pandulpho. Malatestae sanguine cretus, dum Galaotus erat spes patriaeque pater. Divi eloqui interpres, Baiote Ioannes, summa tua cura sita hoc biblioteca loco. 1490».

    Ecco la traduzione: «Sotto il principato di Pandolfo. Mentre Galeotto, nato dal sangue di Malatesta, era speranza e padre della Patria. Per tua somma cura, Giovanni Baioti teologo, la biblioteca è stata posta in questo luogo. 1490».

    Nella processione degli ignari, compare poi chi non s'accorge che il terzo abate che regge una chiesa non può precedere cronologicamente il secondo suo predecessore, anche se i poveretti sono costretti ad essere ricordati soltanto nella dignità precaria delle note (le leggiamo, non le leggiamo…?).

    Lo stesso autore non s'accorge che una lapide del 1686 non può essere datata con un decennio d'anticipo soltanto in virtù della propria fama di pasticcione conclamato ed acclarato. E che il 1682, «M.D.C.XIIXC», non può esser trasformato in un impossibile 1698.

    Circa questi numerosi «ignari», una particolare attenzione merita il caso di Ciriaco d'Ancona, sulla cui venuta a Rimini è stata bellamente inventata una data da nessuno studioso serio ipotizzata.

    Ciriaco de Pizzecolli d'Ancona (1390-1455) è un «bizzarro e geniale archeologo» che frequenta i circoli umanistici di Firenze. Ed è pure un «lettore di Dante» che per la sua ansia di sapere ama «presentarsi nei panni d'Ulisse» (Garin), ed ha ripetuti incontri con Sigismondo Pandolfo Malatesti signore di Rimini. Su invito di Sigismondo («Sigismundo Pandulphi filio Malatesta principe clarissimo favitante»: cfr. il suo Itinerarium edito da L. Mehus, Giovannelli, Firenze 1742), visita Rimini nel 1441 o forse due anni dopo (1443) come indica altra fonte (cfr. Corpus inscriptionum latinarum, XI, I, p. 80, n. 365).


    Queste due date sono accettate da tutti, tranne uno che riporta tutt'altra indicazione («1435», «o comunque in un momento non lontano»!). Questa indicazione non risulta da nessuna fonte, ed è spacciata in nota come «versione corrente», ripresa «in modo acritico». Ma «versione corrente» letta e tramandata dove? Nello stesso libro, leggiamo con altro autore che la visita di Ciriaco è avvenuta «prima del 1441». Ovviamente non fa nessuna differenza fra 1441 o «prima del 1441», «o meglio nel 1443» (come un cattedratico riminese spiega in un ampio testo dedicato al Tempio malatestiano, ed edito a Cesena nel 2000).


    La «versione corrente», stando alla nostra personale ignoranza, tanto «corrente» non dovrebbe essere, dal momento che non è citata né dall'altro autore del libro né nell'imponente tomo del cattedratico sullodato.

    Ma l'autore ignaro ed inventore pure in un altro punto non convince: quando parlando di Giovanni Di Marco (a cui il libro è riservato, trattando dei suoi libri lasciati alla Biblioteca Malatestiana di Cesena), lo dichiara morto il 23 febbraio 1474. Da Angelo Battaglini (Dissertazione accademica sul commercio degli antichi e moderni librai, 1787, p. 51, nota 105), apprendiamo che Giovanni Di Marco «morì in Roma nel 1474, e fu sepolto a dì 23. Febbrajo». Battaglini non scrive che Giovanni Di Marco morì e fu sepolto il 23 febbraio, ma (ripetiamo) che «morì in Roma nel 1474», e che alla data del 23 febbraio «fu sepolto».


    Battaglini riporta un documento riminese che è la sua fonte, il testo latino del notaio Nicolino Tabelioni del 5 marzo 1474, l'inventario dei beni di Giovanni Di Marco. Qui leggiamo che il medico riminese Giovanni Di Marco «obiit & ab hac vita migravit ac sepultus fuit…». Qui poi va notata la differenza, temporale in questo caso, che comporta quell'«ac» che non congiunge soltanto ma puntualizza («morì, e precisamente fu sepolto»), come ben comprese Battaglini quando (ripetiamo) scrisse: «morì in Roma nel 1474, e fu sepolto a dì 23. Febbrajo». Ovviamente gli storici del 1700 conoscevano il latino… Che invece ignora il nostro contemporaneo che in altro testo e per altro argomento non sa che nella lingua dei padri «in» e l'accusativo è molto diverso dall'«ad» usato con lo stesso caso. Ma l'ignaro non può farci caso e bellamente inventa una sua personale traduzione. Ed affoga per colpa di quell'«in» finendo dentro l'acqua, dalla quale si sarebbe salvato se avesse saputo dell'«ad»…

    © Antonio Montanari. 47921 Rimini, via Emilia 23 (Celle), tel. 0541.740173
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    1384. Pagina creata, 04.09.2010, 18:00.
    http://digilander.libero.it/antoniomontanari/ilrimino.2010/ignari.html


  • 1."Viva l'imperatore d'Austria"
    Sonetti del 1799 sulla liberazione di Rimini dai francesi


    Anche due secoli fa, la Musa della Poesia aveva il suo bel daffare. Lavoravano a tempo pieno i torchi dei tipografi, per diffondere liete novelle e cantare i fatti del giorno, oltre le solite storielle di amori, delusioni e speranze del cor. I testi che presentiamo sono apparsi a Rimini tra il maggio ed il luglio 1799. Essi ci permettono di ripercorrere brevemente, come si diceva un tempo, una pagina di storia patria della quale ricorre il bicentenario.

    Cominciamo dalla "Canzonetta" intitolata "Per lo sbarco degl'Imperiali nel Porto di Rimino, e sul loro ingresso nella Città il dì 30. Maggio 1799". I personaggi in essa citati sono due: il "forte Pottz" è il comandante della flottiglia imperiale; il Martiniz è un tenente della "Regio-Cesarea Marina", mentre l'Aprusa è semplicemente il nostro Ausa, allora fiume e poi torrente (oggi tombinato nella parte urbana). Le "generose Aquile" di cui si parla, rimandano all'aquila bicipite simbolo dell'impero.

    Ecco il testo:
    "Verso le spiagge Adrìache/ Il forte Pottz sull'onda/ Vola; ed il Ciel seconda/ L'invitto Condottier. / Gl'arditi Legni avvanzansi/ Fra l'onda alto-confusa,/ Ride la verde Aprusa/ Nel cheto suo sentier./ Taciono i venti instabili/ E il Martiniz s'appressa,/ Fugge d'orrore oppressa/ La nuova Libertà./ Alzan la fronte intrepida/ Le sponde lusinghiere,/ Sbalzan l'amiche Schiere/ Ricche d'Umanità./ Le generose Aquile/ Il benefico volo/ Su questo afflitto suolo/ Già spiegano alfin./ Or non s'ascoltan gemere/ Le Madri addolorate:/ Le Vedove piagate/ Le man tolgon dal crin. / E in oggi oh come esultano/ L'amica Valle, e il Fonte! / Come più vago il Monte/ Splende di nuovi fior! / Spesso s'ode a ripetere/ Tra le bennate Genti,/ Tolti i timori e spenti, / VIVA L'IMPERADOR."

    Seconda composizione, anonima come quella appena citata. Trattasi di un "Sonetto estemporaneo" anch'esso dal titolo un poco lungo: "Nel faustissimo arrivo delle truppe austriache nella città di Rimino il giorno 4 luglio 1799". Ecco il testo:
    "Queste, che sfidan già venti e procelle/ Genti intente a le reti, al remo, a l'amo, / Le amiche loro lasciando navicelle, / Fecer Fabert d'ardir ripiene gramo." (Fabert era il comandante francese nella piazza di Rimini. La prima strofa è dunque un inno alla marineria riminese che rende dolente il povero Fabert.) "E col favor delle propizie stelle/ Per esse salvi da periglio siamo, / Ché in fuga volta la turba rubelle/ Inni di grazie al grand'Iddio cantiamo./ O Forti, tocca a voi or queste mura/ Guardar da novo temerario insulto, / A voi che avete omai la Gallia doma." (I "Forti" sono i soldati imperiali.) "Dal pio Cesare fatta è già sicura/ Italia; e non andrà guari che inulto/ Non resti il fallo de l'infame Roma".
    Curiosa quest'ultima strofa: alle lodi verso l'imperatore d'Austria, dopo il ringraziamento "al grand'Iddio", segue una specie di maledizione all'"infame Roma", il cui errore non resterà impunito... Ma a Roma comandava il Papa-Re: chi sarà mai questo pazzo d'un poeta riminese che inneggia all'imperatore, chiamandolo "pio Cesare" come al tempo medievale, e definisce "infame" la sede del Papato? Ma non erano tutti contenti che l'Austria venisse a combattere in nome della Religione? Questo poeta era un solitario o esprimeva idee diffuse? Che collegamento può esserci tra l'inizio del sonetto, in lode della marineria, e questo definire "infame" Roma? Quanti, di quella marineria, erano dello stesso parere?

    Terza composizione:
    "Nella solenne devota Processione di Maria Vergine della Misericordia venerata nella cattedrale di Rimino che si fa il giorno VII Luglio MDCCXCIX. Sonetto dedicato alle armi invitte dell'Augustissimo Imperatore F[rancesco] II dall'esultante popolo riminese": "Sono anni ed anni, che viviamo in mille/ Crudeli ambasce notte e dì gementi/ Né ancor le irate tue dolci pupille/ Si mostrano, MARIA, ver noi clementi? / Rinnova TU, ch'il puoi, gli alti portenti/ di tua pietade, onde cittadi e ville, / Al fulminar de' cavi bronzi ardenti, / Più non vadano in cenere e in faville. / Fallo, per noi non già, ma per quel frutto, / Che uscì del casto tuo materno grembo, / E rammenta che siam pur figli tuoi:/Che se di CRISTO il gregge fia distrutto/ Dal meritato formidabil nembo;/ Da chi sperar più altari e incensi puoi?".

    Soltanto di quest'ultimo sonetto conosciamo l'autore: il "signor Pietro Santi", commerciante, e, come racconta Carlo Tonini, cultore di varie arti tra cui il disegno e la pittura. Amico del Bertòla, Santi lo ritrasse nel dipinto che ora è conservato nel Museo civico: è l'immagine più bella che abbiamo dell'irrequieto e sfortunato poeta riminese.

    A proposito di pietà religiosa, c'è un documento cesenate del 1797, pubblicato nel 1982 da "romagna arte e storia" n. 6, in cui si racconta che "i masnadieri sono divisi in due bande: una prende possesso de' paesi conquistati, in nome del Papa; l'altra non vuol sentire parlare né di Papa né di repubblica, e sembra avere in mira di erigersi in sovranità indipendente. Tutti però gl'individui delle due bande professano la più alta devozione alla Beata Vergine, di cui portano l'immagine nel cappello, e in nome della quale assassinano piamente quelli che credono di contrario partito".
    Questo passo è riportato anche nel recente volume di M. Viglione, "Rivolte dimenticate", in nota ad passo in cui c'è una notizia fortemente 'dubbia': "solo i paesi di Tavoleto e Sogliano fornirono più di 1.300 insorgenti".

    Note:
    La cattedrale di Rimini della quale si parla nel testo, era la chiesa di San Giovanni Evangelista (detta di Sant’Agostino). La vecchia cattedrale era stata ridotta, nel 1798, a caserma: essa sarà demolita nel 1815. Nel 1809 la cattedrale viene trasferita nel Tempio Malatestiano, ove si trova tuttora, ad opera del Vescovo Ridolfi.
    Gli originali delle composizioni riportate, sono nella Biblioteca Gambalunghiana di Rimini (Fondo Gambetti Stampe Riminesi).
    [Da Il Ponte n. 33, 19.09.1999.]


    2. Nicola Giangi, Cronaca del 1799

    Presentiamo un estratto della "Cronaca" scritta da Nicola Giangi, relativa al 1799. L’originale è conservato nella sezione dei manoscritti della nostra Civica Biblioteca Gambalunghiana, con la segnatura SC-MS 340. Riproduciamo il testo fedelmente all’originale.

    14 marzo, "Questa sera ho cessato di esser Municipale".

    30 maggio, "Insorgenza. Oggi è stata una giornata delle più cattive. A mezzo giorno circa sono venute in Terra tutte le Barche Pescareccie, unitamente ad una Barca Canoniera dell’Impero; tutti li marinari hanno impedito che si spari un Canone contro la Barca Canoniera, hanno messo à sassate il Comandante Fabert Francese, e il Comandante Sirò Cisalpino, e bastonati varj Soldati Piemontesi, fatto [,] li detti Pescatori, con li birbanti di Città sono andati a dar il sacheggio à due Boteghe di Ebrei, abbruciati gli Arbori di Libertà, e dato il sacheggio al Palazzo Publigo, rubato tutto quello che vi era in detto Palazzo, e rotto ogni cosa. Tutte le Boteghe, case e fenestre levate; un chiasso, un susuro ben grande. Il Tenente Carlo Martiniz Capo della Barca Canoniera ha in parte sedato il tumulto. La notte però varj ladri particolari armati sono andati in Casa Lettimi, e in Casa Ferrari à voler del denaro".

    31 maggio, "Oggi è stata un’altra giornata di gran funesta; verso mezzo giorno si è saputo che il Conte Fabert Francese con circa 150 soldati Piemontesi, e altri di suo seguito veniva con un canone avanti per entrar in Città. Tutti li nostri Solevati, con li Contadini ed alla testa il Tenente Carlo Martiniz sono andati in contro con canone, ed hanno fugati li Nemici, col far prigionieri sette, e morti si dice altrettanti; vanno dietro al Comandante, e tutti gli altri si sono dispersi; questa sera hanno fatti prigionieri altri, e presi due pezi di canone. La nostra popolazione è molto riscaldata. Il nostro vescovo Feretti ha fatto un fervorino sulla Piazza della Fontana al Popolo, ha fatto liberare il Padre, ed il Figlio Zavagli dall’arresto, ed ha creato unitamente al popolo un Magistrato, ed il Comandante Civico. Il Magistrato è composto di 5 sogetti: Ercole Bonadrata, Marco Bonzetti, Girolamo Soleri, Carlo Zollio, e Giuglio Cesare Bataglini, ed il Comandante Giovanni Battista Agolanti. La residenza del Magistrato è in Casa Gambalunga". [Questo "Magistrato" è la Reggenza provvisoria, n.d.r.]

    1 giugno, "Si sono fatti molti Prigionieri; si sono messi in aresto varj creduti Giacobini. La sera si acendono li lumi per tutta la città".

    2 giugno, "Seguita esser in armi li solevati, cioè li Paroni, e la Ciurmaglia del Paese, sono venute altre due Canoniere".

    3 giugno, "Si sono portati dei Canoni alle Porte, e si fa continua guardia; li Marinari seguitano star in terra, e a far la ronda, e guardia. Hanno condotto da Campagna in aresto la Signora Barbara Belmonti, ma subito è stata in libertà".

    4 giugno, "Seguitano li Pescatori a far la guardia. In questa sera sono venuti in casa mia due Canonieri all’ore 22 circa con scusa di cercar le armi, ma poi volevano condur il Padrone in aresto, in vece mia andò mio Fratello, ma fu rimandato a casa apena escito, avendole prima chiesto del denaro. La paura fu grande di tutta la famiglia. [Il testo che segue è nell’originale in un corpo più grande rispetto a tutto il resto, n.d.r.] Lascio io Nicola Giangi in perpetua memoria à miei Posteri che li Pescatori si sono dichiarati miei Nemici, e che a tutto costo mi volevano, o mi vogliono in aresto. L’inimicizia nasce per quanto si dice, che quando ero Municipale, e che vi fù la racluta [recluta, n.d.r.] fui io quello che fece metere li Pescatori nella racluta".

    5 giugno, "[…] In questa sera ho preso due vuomini miei Muratori à far la guardia in mia Casa di notte. […]".

    7 giugno, "Seguita à far la Guardia li nostri Pescatori. La sera si seguita a tener li lumi accesi".

    8 giugno, "E’ venuta la nova d’essersi Pesaro liberata dai Francesi, sono andati anche dei nostri Insorgenti a Pesaro. Il fù Padre Arcangelo Chiodi Pavolotto ha predicato in Piazza, che siano ubidienti al Magistrato, colle Leggi: si fece molto ridicolo. Non si pagano dazj, e nemeno bolette del Macinato".

    11 giugno, "Seguita li Pescatori à far guardia".

    12 giugno, "[…] si ritorna a pagare li dazj […]".

    14 giugno, Fano è in mano di Russi, Turchi ed Insorgenti: a Rimini "seguita a far guardia li Paroni".

    17 giugno, "Aresti. Un’ora dopo mezzo giorno hanno messo in aresto, e condotti à Marina li seguenti: Luigi, Arcangelo e Tomaso Fratelli Signorini, Lodovico Belmonti, Padre Canuti ora Prete, Tito Caradori, Pelegrino Turchi, Giuseppe Fosati, Cupers il Figlio, Scopoli, Barchetti, e Gaetano Bataglini. Aveano giorni fà messi in aresto Coranucci, Paladino Sbirro, e Fontana Sarto, ma dopo pochi giorni furono lasciati". [Lo Scopoli di cui si parla è il dottor Giovanni Scopoli, che risulta presente a Rimini già nella primavera del ’98. Il 16 dicembre 1802 Scopoli sposa Lauretta Mosconi, figlia naturale del poeta riminese Aurelio De’ Giorgi Bertòla].

    18 giugno, "[…] aresto del Pavolotto Padre Bordi, condotto a Cesena" [e liberato il 19].

    20 giugno, "Sono andati in mare parte dei Pescatori. Sono stati arestati tutti quelli che son venuti da Sinigaglia [presa il giorno prima; n.d.r.], e che avevvano dato il sacco, avendo a tutti levata la robba derubata. E’ partito per Cervia il Vescovo di detta Città in compagnia del signor Luigi Ferrari". [Il Vescovo cervese, mons. Gazzola, è giunto a Rimini per calmare le acque. Il 19 giugno ha pubblicato un proclama alla locale marineria con l’ordine di esercitare "il mezzo mestiere", dividendosi i compiti, ed alternandosi in essi: la metà dei marinai in mare "a procacciarsi il vitto", e "l’altra metà alla difesa" di Rimini.]

    21 giugno, "Sono andati in mare la metà circa dei Pescatori. 28 bastonate sul Culo a Figlio di Franchini di S. Arcangelo per aver fatto una satira contro l’Imperatore. 16 bastonate sul Culo ad un contadino per aver rubato".

    23 giugno, a Senigallia sono ritornati i francesi: "27 barchette cariche di gente fuggita da Sinigaglia e Fano".

    24 giugno, "Partono molti insorgenti per Pesaro".

    25 giugno, "Vanno a Pesaro degli Insorgenti. Si accendono ogni sera i lumi alle fenestre".

    28 giugno, "Sono stato condotto in aresto da Pescatori solevati à marina in Barca, unitamente a Giuseppe Bornacini, Vincenzo Tonini, Padre e Figlio Antonio Zavagli, dottor Drudi, Vittorio Marchi, e molti altri: con Luzietta Pivi. Sono stato liberato dall’aresto assieme al dottor Zavagli e Luzietta dopo un giorno". [Giangi parte per Trieste il 29 giugno e fa ritorno a Rimini il 4 agosto.]

    5 agosto, "Fatta la pace".

    25 agosto, "In vece del Magistrato comanda la Reggenza nostra" [imposta dal popolo il 31 maggio].

    4 settembre, mandati in esilio alcuni riminesi, tra cui Michele Rosa.

    13 gennaio 1800, Consiglio Generale. Ritorna cioè la vita amministrativa normale.

    [Da Il Ponte n. 35, 03.10.1999.]


    3. Elenco de’ Partigiani della Francia
    Sonetto


    Scismatici, Appellanti, Giansenisti,
    Perfidi Ebrei, Cattolici mentiti,
    Apostati rubelli, e Fuorusciti,
    Luterani, Ugonotti, Calvinisti,
    Politici malnati, e rei Statisti,
    Ciurmatori, Buffoni, Parassiti,
    Ruffiani, Sanguinarj non puniti,
    Miscredenti, Mastini, ed Ateisti,
    Preti ignoranti, e Frati malcontenti,
    Giovani scapestrati, e Vecchi insani,
    Teste sventate, e spiriti insolenti,
    Torbidi ingegni, e cervellacci strani
    Or dati alle rapine, e ai tradimenti,
    Questi son della Francia i Partigiani.

    [Fondo Gambetti Stampe Riminesi, III busta, Biblioteca Gambalunghiana di Rimini.]


    4. Nelle carceri di Rimini. Documenti inediti
    I detenuti riminesi del 1799. Ventotto persone, tra cui tre donne


    Fino al 1825 le carceri di Rimini si trovavano dietro al palazzo del Comune, a contatto con l’ufficio del Monte di Pietà: in quell’anno furono trasferite nella Rocca malatestiana fatta costruire da Sigismondo.

    Duecento anni fa, nel 1799, le nostre carceri ospitavano ventotto persone, come risulta da un documento inedito che si trova presso l’Archivio Storico Comunale della città, e dal quale apprendiamo che si trattava di ventiquattro uomini, un sacerdote e tre donne.

    Cominciamo da queste ultime. Sono Teresa Urbinati di Coriano e Cattarina Bertozzi di Longiano entrambe responsabili di "lajdezze" e di "contravvenzione d’esilio"; e Maddalena Cevoli di San Clemente, colpevole d’infanticidio.

    Il sacerdote è Don Piero Rombolotti del Territorio del Pallio di Urbino, per furto sacrilego e "mala qualità".

    Tra gli altri ventiquattro carcerati di sesso maschile incontriamo quattro detenuti "per furti", due "borsaroli", poi tre altri accusati (o giudicati, non sappiamo) rispettivamente per sparo, rissa e furto sacrilego. Infine ci sono quindici militari di cui uno francese.

    Il documento non ha una data precisa. L’anno (1799) lo si ricava dalla lettura dell’elenco dei detenuti. Nella parte del documento relativa ai quindici militari, ci sono alcune precisazioni che ci potrebbero indicare come esso sia stato compilato prima dell’arrivo degli austriaci (30 maggio). Nel gruppo dei quindici ci sono "otto individui bresciani" condannati e "spettanti al Capitano Rellatore del Consiglio di Guerra"; "altri due Cispadani […] a disposizione come sopra"; "altri tre Carattari spettanti come sopra"; il "Commissario Santamer" e Giuseppe Squadrini di Rimini "arrestati il 14 febbraio a disposizione come sopra".

    Soltanto i due Cispadani sono descritti "in Secreta", mentre per gli otto bresciani si parla di detenzione "alla Larga". Non si precisa nulla per le altre persone.

    Circa il "Commissario Santamer", si può supporre che si tratti di uno degli agenti francesi che avevano preteso contribuzioni indebite. Si potrebbe collocare così il documento nel periodo di metà maggio ’99, dopo lo stato d’assedio proclamato dal generale Lahoz per tutto il Dipartimento del Rubicone, e durato dal 4 al 13 dello stesso maggio. E quindi prima della liberazione della città da parte della marina imperiale e del saccheggio del Palazzo pubblico per opera degli insorti riminesi.


    5. I verbali della rivoluzione. Documenti inediti

    Abbiamo già letto nella "Cronaca" di Nicola Giangi che il 31 maggio 1799 il Vescovo di Rimini mons. Ferretti creò "unitamente al popolo un Magistrato, ed il Comandante Civico". Il Magistrato era composto da cinque persone, Ercole Bonadrata, Marco Bonzetti, Girolamo Soleri, Carlo Zollio, e Giulio Cesare Battaglini. Il Comandante Civico era Giovanni Battista Agolanti.

    Sugli eventi della primavera del 1799 esistono inediti verbali dell’Archivio Storico Comunale di Rimini, che presentiamo in questa nota. Quegli atti ufficiali sono utili a comprendere come siano andate effettivamente le cose.

    In un primo momento "il popolo richiese a Monsignor Vescovo, che gli avesse nominato de’ soggetti per una nuova Magistratura Provvisoria". Monsignor Ferretti rispose "che il Popolo li avesse nominati da sé".

    Fu così che un’improvvisata assemblea parlamentare, come diremmo oggi, decretò il nuovo governo della città. Siccome tutto veniva fatto in violazione della legge in vigore, è un vero e proprio colpo di mano, che rassomiglia ad una specie di soviet ante litteram il quale cerca di realizzare un nuovo libero comune di stampo medievale, slegato da ogni altra autorità costituita.

    Il popolo, dopo il rifiuto del Vescovo, nomina i nuovi cinque Magistrati provvisori già indicati all’inizio. A sua volta monsignor Ferretti fa presente che "alcuno forse degli acclamati non avrebbe accettato". La risposta dell’improvvisata assemblea è perentoria: "il Popolo fece sentire, che avrebbero dovuto accettare per forza", leggiamo nel verbale (datato 1° giugno ’99).

    I cinque prescelti "attese le sopranotate circostanze s’indussero […] a prestarsi alla trama del Popolo con assumere la Magistratura sebbene in tempi così difficili, affine di evitare mali maggiori".

    La ripresa della normale attività amministrativa avviene soltanto a partire dal 13 gennaio 1800, come già ha raccontato Giangi. Quel giorno, nel registro dei Consigli Generali della Municipalità si redige il primo verbale dopo quello del 3 febbraio ’97, steso all’antivigilia del "Governo Francese" instaurato in città dai militari di Napoleone.

    Il 28 gennaio 1800, è nominato il nuovo Governatore nella persona di Luigi Brosi (il vecchio Governatore che era fuggito da Rimini il 2 febbraio ’97 assieme al Vescovo Ferretti). Il 31 gennaio Marco Bonzetti (che nel frattempo aveva ricevuto una speciale delega imperiale), nomina i sei nuovi Consoli della città (due in meno rispetto a quelli del Governo pontificio), perché il Consiglio non riesce a trovare un accordo su tutti i nomi: sono cinque nobili ed un borghese. La rivoluzione dei marinai era così conclusa.


    6. Cronologia del 1799.

    30 maggio 1799, «Insorgenza» (N. Giangi).
    31 maggio, si rinnovano i disordini [Zanotti]; il vescovo di Rimini mons. Ferretti crea «unitamente al popolo un Magistrato, ed il Comandante Civico» (Giangi). Il Magistrato era composto da cinque persone: Ercole Bonadrata, Marco Bonzetti, Girolamo Soleri, Carlo Zollio, e Giulio Cesare Battaglini. (Dai verbali ne risultano sei: Giangi omette Luca Soardi e Girolamo Graziani.) Il Comandante Civico era Giovanni Battista Agolanti.
    1° giugno, arresti di «giacobini», proseguono le violenze e i disordini [Zanotti, 177]. «Disordine» e «spavento», «tumulto e confusione» [Zanotti, 178]. Arriva il Comandante austriaco: il fatto anima il Magistrato «a sostenere la Magistratura provvisoriamente conferitaci dal Popolo». Il Comandante, maggiore de Pottz, conferma il Magistrato provvisorio [AP 504, 24.7.1799]. Ringraziamento al Popolo e Proclama del Magistrato [Zanotti, 174]. Guardia Civica di 400 persone [Zanotti, 175]. Esortazione del Vescovo [Zanotti, 176]. Sui giorni seguenti, Zanotti, 183-184.
    2 giugno, scrive Giangi: «Seguita esser in armi li solevati, cioè li Paroni, e la Ciurmaglia del Paese». Editto di Giacomo Viezzoli [Zanotti, 179] contro i disordini. Sull'atteggiamento dei nobili, Zanotti, 183-184.
    3 giugno, arresto di Barbara Belmonti a San Lorenzo in Correggiano, Zanotti, 182.
    4 giugno, «Seguitano li Pescatori a far la guardia. In questa sera sono venuti in casa mia due Canonieri all'ore 22 circa con scusa di cercar le armi, ma poi volevano condur il Padrone in aresto, in vece mia andò mio Fratello, ma fu rimandato a casa apena escito, avendole prima chiesto del denaro. La paura fu grande di tutta la famiglia. [Il testo che segue è nell'originale in un corpo più grande rispetto a tutto il resto, n.d.r.] Lascio io Nicola Giangi in perpetua memoria à miei Posteri che li Pescatori si sono dichiarati miei Nemici, e che a tutto costo mi volevano, o mi vogliono in aresto. L'inimicizia nasce per quanto si dice, che quando ero Municipale, e che vi fù la racluta [recluta, n.d.r.] fui io quello che fece metere li Pescatori nella racluta».
    8 giugno, il Comandante austriaco autorizza il Magistrato provvisorio della città ad assumere il titolo di rappresentante imperiale [Zanotti, 188]. Due proclami di Giacomo Viezzoli. Il primo ripristina «provvisoriamente» il sistema pontificio [vedi sotto, 26 luglio, AP 908, Ravenna]. Il secondo rivolto al Popolo perché lasci all'Imperatore di Germania di «punire i ribelli, i malvagi, e libertini» [Zanotti, 193-194]. Vedi il commento di Zanotti [194]: ci si prefiggeva il fine di «far cessare l'opera della marineria armata», etc.
    14 giugno, si rialza il trono vescovile nella cattedrale [Zanotti].
    19 giugno, proclama del vescovo di Cervia alla marineria di Rimini.
    29 giugno, scrive Giangi: “Sono stato condotto in aresto da Pescatori solevati à marina in Barca, unitamente a Giuseppe Bornacini, Vincenzo Tonini, Padre e Figlio Antonio Zavagli, dottor Drudi, Vittorio Marchi, e molti altri: con Luzietta Pivi. Sono stato liberato dall'aresto assieme al dottor Zavagli e Luzietta dopo un giorno”. [Giangi parte per Trieste il 29 giugno e fa ritorno a Rimini il 4 agosto.] Zanotti [1° giugno, p. 177] ha già raccontato di arrestati «posti in barca» e «trasportati ad altro Paese».
    3 luglio, arrivo delle truppe austriache.
    10 [11] luglio, proclama del generale Giovanni Klenau (comandate di un corpo di truppe austriache in Romagna e Toscana): esso annuncia l'istituzione della Reggenza di Ravenna sopra tutta la provincia di Romagna con cinque deputati a rappresentare altrettante città, oltre a quello di Ravenna [ qui c'è il 10: AP 504, 6.8.1799, Faenza Ma Zanotti parla di 11 luglio]. (Ravenna pretende di avere due deputati nel Congresso Provinciale, AP 504, 18.8, a Daniele Felici: vedi ad diem. Vedi anche 19.8 a Mancurti Del Carretto «Deputato delle cinque città della Provincia al Congresso colla Reggenza di Ravenna»; e ad Imola, 28.8., ib., sui «raggiri della Reggenza di Ravenna».) (La «Ricevuta della risoluzione per la nuova Reggenza Provinciale», è spedita da Rimini a Forlì il 10 agosto.)
    17 luglio, nuova dichiarazione «confermativa dell'autorità alla predetta reggenza» [«Essa si dirigerà a tenore delle leggi esistenti del 1795»: AP 908, 17.7.1799]; [AP 504, 6.8.1799, Faenza]. Vedi il proclama austriaco dell'8 giugno [Zanotti, 188-189].
    24 luglio, il Magistrato provvisorio di Rimini chiede alla Cesare Regia Reggenza di Ravenna di ripristinare il Generale Consiglio, «come lo era nel Pontificio Governo». [Questa richiesta è la logica conseguenza dell'editto dell'8 giugno e della dichiarazione del 17 luglio.]
    26 luglio, il Comandante, maggiore de Pottz, per mezzo del primo tenente Giacomo Viezzoli, Comandante la Piazza, ordina di «andare ripristinando il sistema Pontificio». [AP 908, Ravenna, 26 luglio 1799]
    28 luglio, turbolenze in città.
    31 luglio, è sospesa la convocazione del Consiglio: l'ordine è impartito al barone De Buday, Comandante della Romagna. [Pesaro, AP 908]
    1° agosto, il Magistrato provvisorio di Rimini scrive al barone De Buday: si era pensato di ristabilire il Consiglio anche per rimediare alla generale «carestia di tutti i generi» [AP 504]
    5 agosto , «Fatta la pace» (Giangi).
    6 agosto, al Giusdicente: circa l'arresto del Bargello Antonio Maria Palladini avvenuto due mesi prima: continua il «mal umore» del popolo contro di lui [AP 504].
    8 agosto, disordini in città. Arresti. Conflitto di competenza tra il Comandante della Guardia Urbana Lorenzo Garampi ed il Tribunale [AP 504, 9.8.1799, a L. Garampi]. Garampi era stato confermato nella carica da Buday il 3 luglio [AP 908]. [Circa la Guardia Urbana, cfr. AP 504, 15.8 a Pesaro e 16. 8 a Cesena: essa viene mantenuta con l'imposizione di «una tassa mensile sopra le tre classi di Possidenti, Mercadanti e Capi d'Arte. Ne sono esenti i braccianti, ed i poveri. Tutti sono in obbligo di pagarla, allorché non servono di persona» (vedi pure 18.8 a Garampi, ib.: la tassa mensile è di baj: 40; e 29.8., ib. a Cattolica, sig. Giovanni Brigidi).
    9 agosto, sistema annonario del cardinal Colonna del 1792, AP 504. Approvato [16 agosto a Cesena, ib.].
    11 agosto, Al conte Klenau: il deputato scelto per rappresentare Rimini nella Reggenza Provinciale è il dottor conte Ippolito Tonti, «attuale presidente della nostra Reggenza [AP 504]. (Il 15 agosto si precisa alla Reggenza che Tonti è stato scelto tra i Magistrati, e non eletto dal Consiglio, stante il divieto di De Buday di convocare il Consiglio medesimo. «Varj individui» nuotano «affatto nudi sotto il Ponte di Augusto con indicibile scandalo della Gioventù particolarmente» [AP 504. Proseguono le tensioni: ci sono stati «popolari trasporti» contro il marchese Lodovico Belmonti (ora «libero, ed in stato di produrre le sue giustificazioni», 13.8.1799). Per la Festa per la resa di Mantova (con Te Deum in cattedrale), il Comandante Garampi è invitato ad inviare guardie armate «da distribuirsi al serraglio della Nobiltà».
    13 agosto, s'informa la Reggenza Provvisoria di Ravenna che a Rimini sono stati sospesi dalla pubblicazione alcuni editti che potevano turbare la pubblica tranquillità [AP 504]. Nel contempo si chiede alla stessa Reggenza che anche Cervia, Bertinoro e Sarsina abbiano in essa un loro rappresentante.
    14 agosto, in seguito ad «inquietudini» accadute nel Borgo di Cattolica, si chiede l'arresto di «alcuni malintenzionati» [AP 504]. Su di loro, tali Frontini e Antonioli, vedi anche 15. 8 a Garampi ed al vescovo di Cervia, AP 504: il vescovo di Cervia era intervenuto a loro favore, il Magistrato riminese si dice dispiaciuto «di non poter secondare i generosi sentimenti di V.S. Ill.ma e Rev.ma a pro di costoro».
    18 agosto: poiché Ravenna pretende due deputati nel Congresso Provinciale, Rimini ritira la propria adesione (18.8, a Daniele Felici, AP 504).
    19 agosto, cessato allarme per «la vicinanza del nemico» e «lo straordinario concorso de Forastieri»: si dimette il dicastero di Polizia [AP 504]. Cfr. anche 20.8, ib., si sospende il Dicastero di Straordinaria Polizia provvisoria (comunicazione a Garampi, che deve «vigilare sull'ordinaria polizia della Città, e segnatamente sul passaggio, e permanenza de Forastieri» (v. 24.8 a Garampi, ib.; e 26.8, ib., per espulsione di Forastieri). Cfr. pure 21.8, ib. al Maggiore Urbano Giovanni Zangari per il Sig. Comandante Assente: la Straordinaria Polizia ha condannato all'esilio sono un individuo.
    20 agosto, si invia la lettera di nomina di Tonti al Baron di Jhugut, Ministro di Conferenza di S.M.I.R.A e Plenipotenziario degl'Affari d'Italia. Tonti, si scrive, è persona «la di cui dottrina, probità, ed attaccamento al presente felicissimo Governo ci promettono un'ottima riuscita» [AP 504].
    20 agosto, contrasti con il Clero [v. lettera e «Promemoria» diretti all'avv. Antonio Domenico Gamberini affinché informi il Conte de Pellegrini Commissario organizzatore, AP 504]. V. sub 31 ottobre, AP 908.
    23 agosto, problema della distribuzione del grano sul Mercato (a L. Garampi, AP 504: «specialmente per provvedere alle richieste delle donne del Porto»; a L. Garampi, «a contentamento de Poveri, e per provvedere specialmente delle donne del Porto», 30.8., ib.). Sulla «Carestia di Grano», v. AP 908, c. 27.
    25 agosto, «In vece del Magistrato comanda la Reggenza nostra», imposta dal popolo il 31 maggio [Giangi]. Rivolta dei Marinai a Sant'Agostino, cfr. Tonini, VI, I, pp. 933-934.
    31 agosto, circa i sediziosi e l'espulsione de' forastieri (a L. Garampi, AP 504).
    Sotto il 4 settembre, Giangi ci ricorda: «In questa notte il Comandante Lorenzo Garampi ha mandato delle lettere ai qui notati, intimandoli di partire subito dalla Città, e Territorio di Rimini; sono Domenico Botini, dottor Gio[vanni] Martelli, Gaetano Urbani, medico Michele Rosa, Zanotta e Gironda»..
    2 ottobre, Regio Commissario della Provvisoria Reggenza Provinciale è Giuseppe Pellegrini.
    31 ottobre, il R. Commissario Pellegrini ordina la restituzione alle Mense Vescovili dei Beni non venduti, etc.

    Antonio Montanari
    (c) RIPRODUZIONE RISERVATA


  • Lo zio PatacaIn "Amarcord" è il simbolo dei violenti anni Trenta

    Nel 1973 Federico Fellini rilasciava a Pietrino Bianchi, celebre critico cinematografico del quotidiano milanese «Il Giorno» un’intervista a proposito del film «Amarcord» uscito l’anno prima, e che nel 1975 avrebbe vinto l’Oscar. Quelle parole di Fellini aprono il numero 1/2005 della rivista di studi «Fellini Amarcord», che l’omonima fondazione riminese dedicata al regista pubblica trimestralmente da cinque anni. Le precedono due testi, uno del direttore della fondazione, Vittorio Boarini, e l’altro di Morando Morandini, anch’egli noto critico cinematografico. La rivista appare mentre si tiene nel Museo Fellini (sino al 28 agosto) la mostra «Amarcord. Fantastica Rimini».


    Le parole confidate da Fellini a Bianchi, sono un ritratto molto efficace della vita degli anni Trenta, definiti «un mondo sbagliato, meschino, gretto e violento». Le assocerei all’osservazione che fa Morandini poche pagine prima. Quando uscì il film, Morandini non approvò la parte storica della sceneggiatura. Anzi la bocciò decisamente, definendola «fiacca e facile». Adesso per «il malinconico privilegio dell’età», Morandini ammette: «Non è escluso che le mie severe riserve sul versante storico dipendessero dalla mia memoria, storica e geografica, cioè dalle esperienze vissute a Como a metà di quegli stessi anni Trenta». Il suo «panorama di ricordi», conclude, «era assai diverso da quello del riminese Fellini».



    Portavoce d’una società


    Morandini segnala qui un problema che non è soltanto suo, ma generale: quello della valutazione di un film o di un racconto. E che gira attorno alla questione: come giudicare la rappresentazione dei ricordi individuali? Ed anche: sino a che punto quei ricordi restano semplicemente personali, e dove (o quando) cominciano ad essere collettivi, a confluire in una memoria di tutti? Ovvero: Fellini racconta cose soltanto sue, oppure organizza uno spettacolo in cui egli si fa semplice (ma artisticamente privilegiato) portavoce di una coralità che restituisce nelle immagini e nella sceneggiatura le trame esistenziali d’una società intera, i differenti aspetti d’un momento storico?


    Morandini ricorda pure che «curiosamente» (noi ci permettiamo di aggiungere, non troppo) Rossana Rossanda sul «manifesto» era vicina al suo giudizio su «Amarcord». Lei aveva scritto che il film appariva sommesso e struggente, segreto e composto, lasciando alla fine la sensazione che non ci fosse «molto da dire».



    L’uomo da poco


    Dopo un anno esatto dalla presentazione, Fellini pronunciava con Pietrino Bianchi le parole che abbiamo riportato, sul «mondo sbagliato, meschino, gretto e violento» degli anni Trenta. Con quattro soli aggettivi il regista riminese spiegava molto e più di tanti studiosi e saggisti (è la tesi di Giovanni Grazzini allora al «Corriere della Sera»). Poi introduceva nell’«universo familiare» descritto, la variante del «Pataca» puntualizzando: «Pataca da noi significa un uomo da poco, un farfallone, che vive ai margini sognando cose difficili, assolutamente lontane dalle sue possibilità».


    Nel film c’è appunto il personaggio dello «zio Pataca» (Lello) che non è come faceva dire Bianchi a Fellini, il «fratello del protagonista» (il padre di Titta, Aurelio), ma della mamma, Miranda. Il padre ha sì un fratello, Teo, ma è quello «matto» domato dalla suorina (ce n’era veramente una così nana, cinquant’anni fa all’ospedale di Rimini), quando in cima ad un olmo egli grida di volere una donna. La suorina gli intima in dialetto di «non fare il pataca» e di venir giù. Teo «obbedisce sollecito», come annota Tullio Kezich nella biografia di Fellini (1987).


    Alle bonarie parole felliniane su Lello lo «zio Pataca», aggiungerei come leva non tanto nascosta per svelare il segreto del personaggio, un particolare che pare fondamentale per comprenderne psicologia e filosofia: è lui che tradisce il cognato antifascista presso cui vive da vitellone parassita, facendogli infliggere la lezione dell’olio di ricino.


    Inquadrato nella vicenda ridicola della purificazione corporea nella bagnarola con Titta che commenta: «Che puzza!», l’episodio potrebbe rientrare nella categoria che molti critici considerarono allora fondamentale per spiegare il film felliniano, quella della «macchietta». In pochi allora compresero quanto osservò nel 1974 Oreste Del Buono, fine letterato e geniale creatore di tante iniziative editoriali: «Amarcord» fa «un discorso civile» in cui non c’è quell’autobiografismo come luogo comune e scontato di cui parlarono i «critici superficiali».



    Verità ed orrore


    «Discorso civile» vuol dire anche politico, secondo quanto avvertì pure, con grande sensibilità autobiografica e letteraria, Natalia Ginzburg a cui la ricostruzione degli anni Trenta fatta da Fellini aveva «dati dei brividi»: «Mai mi era successo di vedere evocati gli anni della mia giovinezza, e il fascismo di allora, con tanta verità e tanto orrore».


    Il fascismo, spiegava la scrittrice (vedova di Leone Ginzburg, ucciso dalle sevizie subìte come antifascista nel 1944 a Regina Coeli), era «sordido, miserabile, atroce». Allora i giovani ne conoscevano «bene soltanto gli aspetti grotteschi, quelli tragici» li avrebbero «capìti più tardi». In questo film, concludeva Natalia Ginzburg, riconosciamo «il fascismo bevuto e respirato senza che lo sapessimo». Nel borgo di Amarcord c’era coralmente l’Italia, con un’esposizione di quegli anni che le appariva fatta «con chiarezza e grandezza».


    Partendo da questo quadro così magistralmente delineato da Del Buono e Ginzburg, mi chiedo se non sia il caso di andare un poco al di là della definizione felliniana del «pataca» come «uomo da poco, farfallone o sognatore». Proprio per il contesto in cui lettori così acuti come i due appena citati collocano tutto il film, mi sembra che quel cognato nello stesso tempo indifferente e fanatico, parassita e traditore, possa anzi debba indurci a dire che il tratto psicologico dell’uomo «da poco» può veramente diventare quello dell’uomo «da niente», cioè senza moralità e dignità. La sua condotta è quella di chi in apparenza è gelido e noncurante, mentre in sostanza si dimostra una perfetta carogna. E se dal tono leggero della raffigurazione scendiamo nei labirinti della Storia, se dal grottesco ci avviamo cautamente verso il tragico, allora vengono alla mente pagine ancora peggiori di quegli anni, quando una soffiata era ricompensata con un cartoccio di sale, e ci scappava il morto, frutto ed oggetto di delazione politica.



    I contorni di una parola


    Alla parola «pataca» Gianni Quondamatteo dedicò nel 1982 una mezza pagina del suo «Dizionario romagnolo (ragionato)», per spiegare anche le sfumature geografiche (a Cesena essa sarebbe «greve e volgare»), e l’origine da un’antica moneta di poco valore (era di rame), secondo il classico Morri. Altrove si possono trovare esempi illustri modulati sulla «patacca», finita ai nostri giorni per indicare moneta od oggetto falso, per cui «rifilare la patacca» indica un imbroglio, e non soltanto a Roma si dice «pataccaro» l’ambulante che vende ad esempio orologi preziosi che vanno soltanto per poche ore: decenni fa a Rimini ne hanno rifilati interi camion ai turisti tedeschi.


    Il contorno della parola sul quale ci siamo soffermati (omettendo altri più reconditi ed osceni significati), delinea un territorio ben preciso: nel quale non pascola la verità ma l’imbroglio, agisce più la volontà della truffa che l’intelligenza di fare uno scherzo. Dunque un territorio tutto negativo che potremmo collegare con il contesto storico felliniano, arrivando a confermare che il fratello della Miranda, è un traditore, un brutto ceffo, non una simpatica canaglia od un compassionevole illuso.


    Quandomatteo elencava le possibili traduzioni della parola nell’italiano corrente, sottolineandone le «svariate modulazioni». Si va dal generoso a chi non ha reagito ad un’offesa, passando attraverso l’inetto e lo spiritoso fuori luogo. Per cui alla fine, non soltanto si conferma la regola sovrana secondo cui ogni comunicazione linguistica è in sé perennemente ambigua, ma si giungerebbe alla conclusione che prevalendo il contesto sul testo, se ne sconsiglia l’uso sia per non offendere gratuitamente sia per non correre il rischio di dire cosa inadatta, il che sarebbe un vero e proprio comportamento «da pataca».



    Il parere di Moravia


    Dalla rivista felliniana riprendiamo anche alcune parole di Alberto Moravia che allora (1973) teneva la rubrica cinematografica dell’«Espresso»: la Romagna che «Amarcord» racconta è «senza deformazioni satiriche e fantastiche». Ricordiamocene quando vogliamo fare del film e del suo autore i parametri intellettuali di una «riminesità» che ad esempio si riassume solitamente nel gioco degli specchietti dei soprannomi. Che fanno ridere o sorridere, ma che non debbono chiudere il discorso. Come tutti gli specchietti, attirano solamente chi vuol divertirsi con poco.


    Di recente in occasione della scomparsa di Raffaello Baldini, ricordavamo che egli ha trasformato il dialetto da sottospecie letteraria a strumento pienamente degno d'entrare nelle sacre stanze della Poesia, intesa non come occasione per narrare temi scherzosi e ridicoli, ma quale modulo espressivo di umori nati dal basso e nel vivere quotidiano, per diventare alla fine la sintesi di un pensiero simbolico, e quindi filosofico, come nel Leopardi del «Canto notturno», con il «semplice pastore» che s'interroga sulla comune condizione esistenziale.


    In Fellini avviene la stessa utilizzazione del tono basso, dell’immagine plebea, come scrive Grazzini: «In un calcolatissimo impasto di toni gravi e lievi, con svolte improvvise nel beffardo e nel fumetto, così ‘Amarcord’ cresce e tempera le ombre, le smargina d’ogni scoria verista e le muove nel grembo della leggenda».



    «Grosso film politico»


    In tale grembo lo «zio Pataca» sembra reclamare un giusto giudizio per la sua azione di delatore, protagonista non isolato di un clima ben evidente nella sequenza del grammofono che dall’alto del campanile diffonde le note dell’Internazionale. E nella scena degli oppositori portati alla casa del fascio, con la predica del gerarca paralitico: «Quel che addolora, è che non vogliano capire». Valerio Riva sull’«Espresso» sostenne che a quel punto allo spettatore, «Amarcord» appariva non più e soltanto «una antologia di ricordi» ma «un grosso film politico, il più esplicito, almeno in questo senso, che abbia fatto Fellini».


    Lo zio Lello sarebbe stato collocato da Dante nella Caina (canto XXXII dell’«Inferno»), fra i traditori dei congiunti nel grande gelo che dice tutto anche a noi. Lello rappresenta una delle tre categorie umane che a nostro impavido avviso ci accompagnano nel cammino esistenziale. Le altre due sono quella alquanto rara di chi disprezza la menzogna, e in nome della verità è disposto a sopportare tutto. E quella (alquanto diffusa) di quanti per convenienza si celano nel proprio «particulare» e fingono di non vedere per non aver rogne. Anche loro tradiscono i reciproci doveri su cui si basa l’umana convivenza.


    Post scriptum


    Quale fondamentale premessa e conclusione ad un tempo di tutto il discorso, rinviamo al celebre saggio «Le leggi fondamentali della stupidità umana», nel volume «Allegro ma non troppo», del prof. Carlo M. Cipolla (il Mulino 1988).

    Antonio Montanari

    La foto in alto è di Davide Minghini

    Fonte di questo articolo, "il Rimino" 2005


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