• Casa Malatesti

  • Nell'appena uscito Atlante della letteratura italiana, I, Dalle origini al Rinascimento (Einaudi), l'articolo di C. S. Celenza-B. Pupillo intitolato Le grandi biblioteche pubbliche nel Quattrocento (pp. 313-321) ricorda anche la biblioteca malatestiana riminese collocata nel convento di San Francesco, con l'annesso lascito di Roberto Valturio ed il conseguente spostamento (1490) al piano superiore nello stesso convento.
    È molto importante l'inserimento della nostra malatestiana, che fu modello di quella cesenate, e che è la prima biblioteca pubblica italiana. Come da vari anni stiamo spiegando al vento riminese. Riportiamo di seguito la documentazione da tempo presente su Internet. Leggetela in questo blog.


  • 1430.
    Se la biblioteca Gambalunga (1619) è la terza in Italia ad essere pubblica dopo l'Ambrosiana di Milano (1609) e l'Angelica di Roma (1614), a quella riminese di Francescani e Malatesti del XV secolo spetterebbe il merito di essere stata la prima in assoluto ad essere pubblica, partendo dal documento del 1430. E di essere sorta anteriormente a quella di Cesena che infatti, si apre soltanto nel 1452.Il progetto di costituire una biblioteca aperta al pubblico e utile soprattutto agli studenti poveri, è testimoniato nel 1430 per iniziativa di Galeotto Roberto Malatesti, che segue una intenzione dello zio Carlo (morto l'anno prima).

    1475.
    Testamento di Roberto Valturio che lascia la propria biblioteca alla «liberaria» (libreria) del convento dei frati di San Francesco di Rimini «ad usum studentium et aliorum fratrum et hominum civitatis Arimini», con la clausola che i frati facciano edificare «unan aliam liberariam in solario desuper actam ad dictum usum liberarie».

    Dal documento (pubblicato per la prima volta da ANGELO BATTAGLINI nel 1794 in Della corte letteraria di Sigismondo Pandolfo Malatesta), ricaviamo:
    1. Nel 1475 esiste già una «liberaria» del convento di San Francesco.
    2. Questa «liberaria» è posta al piano terreno.
    3. Essa «liberaria» (scrive A. Battaglini) era già diventata copiosa a spese di Sigismondo, ma giaceva «in piano a terra pregiudicevole a materiali sì fatti» (Battaglini, op. cit., p. 168).
    Il trasporto al piano superiore avviene nel 1490 (v. sotto ad annum).
    Conclude Battaglini che Rimini «dovette dunque non meno a Sigismondo suo Principe, che al suo cittadino Roberto Valtùri [Valturio] l’acquisto fatto d’una pubblica Biblioteca» (Battaglini, op. cit., p. 170).
    Sigismondo, come ricorda per primo Valturio, dona alla biblioteca monastica francescana, progettata dallo zio Carlo Malatesti, «moltissimi volumi di libri sacri e profani, e di tutte le migliori discipline» [cfr. R. VALTURIO, De re militari, XII, 13].

    1490.
    L’iscrizione del 1490 (e non 1420 come in un primo tempo era stata letta), ricorda il trasferimento della biblioteca francescana al piano superiore del convento da quello a terra, «pregiudicievole a materiali sì fatti» (Battaglini, op. cit., p. 169). Questa iscrizione è tuttora conservata nel Museo della Città di Rimini.
    Di questa iscrizione non è stata mai fornita sinora la corretta trascrizione. Infatti si è letto come «sum» quanto va trascritto come «summa».
    Il testo latino è questo: «Principe Pandulpho. Malatestae sanguine cretus, dum Galaotus erat spes patriaeque pater. Divi eloqui interpres, Baiote Ioannes, summa tua cura sita hoc biblioteca loco. 1490».
    Ecco la traduzione: «Sotto il principato di Pandolfo. Mentre Galeotto, nato dal sangue di Malatesta, era speranza e padre della Patria. Per tua somma cura, Giovanni Baioti teologo, la biblioteca è stata posta in questo luogo. 1490».

    Pandolfo IV, 1475-1534, è figlio di Roberto Novello (1442-1482), a sua volta figlio di Sigismondo (1417-68).
    Roberto è morto combattendo al servizio della Chiesa. Con lui era Raimondo Malatesti (figlio di Almerico Malatesta e di Amabilia Castracani) che reca a Rimini la notizia della morte del signore della città.
    Galeotto [Galeotto II Lodovico], figlio di Almerico Malatesta (e quindi fratello di Raimondo), è tutore di Pandolfo e governatore di Rimini.
    Giovanni Baiotti da Lugo, frate francescano, è teologo e guardiano del convento di San Francesco.
    Raimondo Malatesti il 6 marzo 1492 è ucciso dai nipoti Pandolfo e Gaspare, figli del fratello Galeotto II Lodovico ricordato nella lapide.
    Il delitto è considerato da Clementini all'origine di tutti i mali che affliggono successivamente Rimini, ovvero «il precipizio de' cittadini e l'esterminio de signori» Malatesti e della loro casa.
    Il 31 luglio 1492 Pandolfo e Gaspare, gli uccisori dello zio Raimondo, sono utilizzati dal padre Galeotto II Lodovico per una congiura contro lo stesso Pandolfo IV e la sua famiglia.
    A mandarla all'aria evitando una strage, ci pensa Violante Aldobrandini, seconda moglie dello stesso Galeotto Lodovico e sorella di Elisabetta, madre di Pandolfo IV.
    In casa di Elisabetta era stato ucciso Raimondo Malatesti quasi cinque mesi prima (il 6 marzo 1492).
    Nella stessa abitazione di Elisabetta è ammazzato Galeotto Lodovico, mentre suo figlio Pandolfo è tolto di mezzo in casa del signore di Rimini Pandolfo IV. Gaspare invece è arrestato, processato sommariamente e decapitato.
    Due mesi e mezzo dopo la congiura fallita e la morte dei suoi ideatori, Violante convola a nuove nozze. Violante era la matrigna di Gaspare e Pandolfo, figli della prima moglie di Galeotto Lodovico, Raffaella da Barbiano.
    Pandolfo di Galeotto Lodovico a sua volta ebbe quattro figli (Carlo, Malatesta, Raffaella, Laura) perdonati da Pandolfo IV a testimonianza della sua volontà di pacificazione all'interno della famiglia e della città.
    Dal 1492 per circa un secolo, gli omicidi politici che abbiamo registrato, continueranno «a far calare sangue», come acutamente osserva Rosita Copioli.

    1560.
    La biblioteca era costituita da due file di plutei di venti elementi ciascuna. “Circa” centocinquanta opere sono nella prima fila, “circa” centoventitre nella seconda. Ovvero “circa” 273 opere in tutto.

    Questi dati risultano da un inventario del 1560 (p. 346) conservato a Perugia e pubblicato nel 1901 da Giuseppe Mazzatinti in un saggio intitolato La biblioteca di San Francesco (Tempio malatestiano) di Rimini, contenuto nel volume «Scritti vari di Filologia» apparso a Roma presso Forzani, Tipografi del Senato, pp. 345-352.
    Il saggio di Mazzatinti è datato «Forlì, agosto 1901».

    1511.
    Ricordandoci attentamente di questo inventario del 1560, prendiamo in considerazione una notizia relativa al 1511, e contenuta in un testo ms. di padre Francesco Antonio Righini (SC-MS 372, "Miscellanea Scriptorum...", c. 284r, Biblioteca Gambalunga di Rimini).
    Righini scrive: dai libri conventuali di San Francesco risulta che la biblioteca era stata trasferita a Roma «sic jubente Pontefice».
    Righini precisa l'anno (appunto il 1511), citando un testo di Paride Grassi relativo al soggiorno riminese presso i francescani del papa stesso, Giulio II.
    (Il testo di Grassi, cerimoniere pontificio, è stato pubblicato nel 1886, Le due spedizioni militari di Giulio II, in «Documenti e Studi» della Deputazione di Storia Patria per le province di Romagna, I).
    Il passo di Righini forse allude ad un trasferimento parziale della biblioteca francescana, dato appunto che nel 1560 la essa era costituita da due file di plutei di venti elementi ciascuna per un totale di “circa” 273 opere.

    XVII secolo.
    Nel Sito riminese di Raffaele Adimari, che esce a Brescia nel 1616, si legge (I, p. 72) che presso il convento francescano dei Conventuali esisteva una «sontuosa, et buona libreria».
    All’inizio del secolo XVII, precisa Antonio Bianchi (Storia di Rimino dalle origini al 1832, Rimini 1997, a cura di Antonio Montanari, p. 146), «della preziosa libreria, che i Malatesti, per conservarla ad utile pubblico, avevano dato in custodia ai frati di San Francesco», restano soltanto quattrocento volumi per la maggior parte manoscritti.

    Questo «rimasuglio» di quattrocento volumi (in realtà molto meno, “circa” 273, visto l’inventario del 1560), va perduto secondo monsignor Giacomo Villani (1605-1690), perché quelle carte preziose finiscono in mano ai salumai («deinde in manus salsamentariorum mea aetate pervenisse satis constat»).

    Federico Sartoni (1730-1786), come riferisce Luigi Tonini (Rimini dopo il Mille, p. 94), sostiene invece che i frati vendettero la libreria alla famiglia romana dei Cesi, alla quale appartengono i fratelli Angelo (vescovo di Rimini dal 1627 al 1646) e Federico, fondatore dell'Accademia dei Lincei nel 1603.
    Il manoscritto di Sartoni è in BGR, Sc-Ms.1136: SARTONI, FEDERICO COSIMO, Copia di uno zibaldone mss. che era in Casa Sartoni ed ora posseduto dal N. U. Signor Domenico Mattioli, contenente memorie ed avvertimenti per la storia di Rimini... Sta in: TONINI, LUIGI: [Cronache riminesi...] (cc. 222-97). La parte che qui interessa è alle cc. 49-50.

    XVIII secolo.
    Il convento di San Francesco è ristrutturato ampiamente, come documenta il ms. AB 51, relativo alle spese fatte «per la Fabrica del Convento (1762-1764)», conservato in Archivio di Stato di Rimini, Fondo Congregazioni soppresse.


    CONCLUSIONI.

    1. Francesco Gaetano Battaglini nelle sue Memorie sulla storia riminese (1789, p. 281) scrive che nel 1490 avvenne il trasporto della «celebre» biblioteca francescana «a più conveniente luogo», secondo le disposizioni di Valturio.
    In precedenza, aggiungeva Battaglini, la biblioteca francescana era stata «arricchita di codici da Sigismondo, ed accresciuta dalla suppellettile libraria» dello stesso Valturio. (Questo passo è riprodotto da Luigi Tonini nella Storia di Rimini, III, p. 321.)

    2. L’archivio comunale e la biblioteca. Già da epoca anteriore, «apud locum fratrum minorum» (cioè nello stesso convento francescano) si trovava l’archivio comunale (F. G. Battaglini, p. 44). Questo luogo dell’archivio è definito a metà del XV sec. come «sacristia Communis Arimini in Conventu Sancti Francisci» (F. G. Battaglini, ibid.)
    La presenza del pubblico archivio nella sede conventuale, documenta un particolare ed antico rapporto fra l’amministrazione cittadina ed i padri della chiesa di San Francesco, ben anteriore alla nascita di quella «celebre» biblioteca che, anche secondo Battaglini, essendo stata arricchita da Sigismondo, esiste quindi quando questi governa Rimini: dal 1430 assieme ai fratelli Galeotto Roberto (che scompare il 10 ottobre 1432) e Domenico Malatesta Novello; e dal 1433 da solo (mentre Novello diviene signore di Cesena).
    Circa l’archivio, da altra fonte (una cronaca del 1532 firmata da padre Alessandro da Rimini e pubblicata nel secolo scorso da padre Gregorio Giovanardi), ricaviamo:

    a) al tempo di papa Paolo II (1464-71) va a fuoco la sagrestia della chiesa di san Francesco con perdita di mss. «antichissimi ed importantissimi» (si ricordi quanto riportato in F. G. Battaglini circa «sacristia Communis Arimini in Conventu Sancti Francisci»;

    b) il resto dell’archivio, verso il 1528, è dichiarato a Roma da papa Clemente VII (1523-34).

    3. Augusto Campana [1932] nel celebre studio sulle biblioteche italiane, scrive al proposito della presenza dei padri francescani nella biblioteca malatestiana: «È possibile, ma è prudente darlo solo come possibile, “che questa libreria – per servirmi delle parole del Massèra – fosse affidata ai frati di San Francesco”». Prosegue Campana: «Ad ogni modo presso di quelli, verso la metà del quattrocento, dovette stabilirsi una notevole raccolta di libri», poi arricchita da Sigismondo (v. sopra).
    Quindi Campana non mette in dubbio l’esistenza di una pubblica biblioteca malatestiana «ad communem usum pauperum et aliorum studentium», ma segnala che è prudente (seguendo Massèra) considerare possibile una sua gestione da parte dei frati.
    Il che però contrasta fortemente con il testamento di Valturio del 1475 che si rivolge direttamente a quei frati. Se non l’avessero gestita loro, Valturio non avrebbe scritto quanto leggiamo nelle sue volontà (in ben tre stesure), dove sempre si parla della «libreria del convento dei frati di San Francesco».
    Le carte d’archivio parlano chiaramente, e fanno decadere l’osservazione di Massèra e la conseguente cautela di Campana.

    4. Massèra. Riporto il testo integrale di Massèra dal saggio sulla Gambalunga contenuto in «Accademie e Biblioteche d’Italia», 1928, VI, p. 27: «È probabile che questa libreria fosse affidata ai frati di San Francesco, il cui convento era attiguo alla chiesa» poi divenuta il Tempio malatestiano. «Appunto fu Sigismondo ad arricchire la biblioteca dei Conventuali di moltissimi volumi», come attesta Valturio etc.
    Poi Massèra scrive che la lapide «tuttora esistente» attesta «che la sistemazione desiderata ebbe luogo o termine», essendo guardiano Giovanni Baiotti da Lugo.
    A p. 29 Massèra incolpa i Conventuali riminesi d’aver lasciato «disperdere le ricchezze raccolte».
    I frati vendettero liberamente la libreria alla famiglia romana dei Cesi, come pare sostenere Sartoni?
    Forse essi furono costretti non dico dal vescovo romano, ma dalle loro misere condizioni (che risultano da molti documenti conservati in Archivio di Stato di Rimini).
    Certo è che Massèra non conosceva la notizia di Righini del 1511 (la biblioteca era stata trasferita a Roma «sic jubente Pontefice»).

    5. Prima di Cesena. Se la biblioteca Gambalunga (1619) è la terza in Italia ad essere pubblica dopo l'Ambrosiana di Milano (1609) e l'Angelica di Roma (1614), a quella riminese di Francescani e Malatesti del XV secolo spetterebbe il merito di essere stata la prima in assoluto ad essere pubblica, partendo dal documento del 1430. E di essere sorta anteriormente a quella di Cesena che infatti, si apre soltanto nel 1452 (v. sotto, la scheda «TRA RIMINI E CESENA»).
    La Gambalunga, va aggiunto, è la prima in Italia ad essere «civica» (cioè del Comune).


    TRA RIMINI E CESENA

    I rapporti intercorsi tra Rimini e Cesena a metà Quattrocento, sono documentabili attraverso due edizioni della Naturalis Historia di Plinio.

    1. Il Plinio di Jacopo della Pergola (1446)
    La prima, completata da Jacopo della Pergola a Rimini l’11 ottobre 1446, è stata voluta (secondo Raimondo Zazzeri, 1887) da Sigismondo Pandolfo Malatesti. Il quale poi la donò al fratello Malatesta Novello che la fece inserire nella biblioteca cesenate (S. XI. I).
    Questa notizia di Zazzeri è stata smentita da Enza Savino (I due Plinii Naturalis historia della Malatestiana, in Libraria Domini. I manoscritti della Biblioteca Malatestiana: testi e decorazioni, a cura di a cura di Fabrizio Lollini e Piero Lucchi, Bologna, Grafis, 1995, pp. 103-114), soltanto in base al «fatto che Sigismondo Pandolfo, secondo l’immagine consegnata dalla storiografia locale, non coltivò interessi da bibliofilo né tanto meno da bibliografo con la stessa costanza e passione del fratello».
    L’immagine che Enza Savino riprende di Sigismondo «dalla storiografia locale», è tutto all’opposto della realtà. Abbiamo già visto che Sigismondo, come scrisse Valturio, dona alla biblioteca francescana «moltissimi volumi di libri sacri e profani, e di tutte le migliori discipline». (Testi latini, greci, ebraici, caldei ed arabi «che restano quali tracce del progetto di Sigismondo per diffondere una conoscenza aperta all’ascolto di tutte le voci, da Aristotele a Cicerone, da Aulo Gellio al Lucrezio del De rerum natura, da Seneca a sant’Agostino, sino a Diogene Laerzio ed alle sue Vitae degli antichi filosofi»: cfr. il mio Sigismondo filosofo umanista).
    Non interessa stabilire, cosa del resto difficile se non impossibile, se veramente il ms. S. XI. I sia stato ordinato ad Jacopo della Pergola da Sigismondo. Il dato certo è che esso è stato lavorato a Rimini e che esso poi è finito a Cesena.
    Augusto Campana [1932] ricorda che Jacopo lavorò sia a Rimini sia a Fano. Il che gli suggerisce questa importante conclusione: è possibile supporre che i copisti «fossero scambiati, al bisogno, tra il Signore di Cesena e quello di Rimini».
    2. Il Plinio di Francesco da Figline (1451)
    L’altra Naturalis Historia cesenate (S. XXIV. 5), è opera di Francesco da Figline commissionatagli dal medico riminese Giovanni di Marco («Scriptus et completus per me fratrem Franciscum de Fighino ordinis minorum pro egregio ac prestantissimo artium et medicine doctore Iohanne Marci de Arimino 1451 die 10 maii»).
    Fu lasciata in testamento alla biblioteca cesenate nel 1474 dallo stesso Giovanni di Marco, in precedenza medico personale di Malatesta Novello.
    Nel 1451 la Malatestiana cesenate non era ancora completata. Lo sarà l’anno successivo («la biblioteca fu compiuta nel 1452: M CCCCLII / Matheus Nutius fanensi ex urbe creatus, / Dedalus alter, opus tantum deduxit ad unguem», cfr. Campana).
    Quindi Francesco da Figline non era ancora nella città di Novello che poi lo nomina primo bibliotecario della Malatestiana. Ma era ancora a Rimini. Dove lavora (anche) per Giovanni di Marco il quale come medico era attivo sia a Rimini sia a Cesena.

    I due manoscritti di Plinio documentano dunque un’intesa attività ‘libraria’ riminese dopo il 1430 e prima del 1452 (apertura della biblioteca di Cesena).
    Questa attività è facilmente collegabile alla esistenza della biblioteca dei Malatesti presso il convento di San Francesco di Rimini.
    Per quel lasso di tempo i documenti si trovano, se non ci si dimentica di interpretare correttamente quelli che esistono già, come appunto i lavori ‘riminesi’ di Jacopo della Pergola (1446) e di Francesco da Figline (1451).

     

    FONTE: digilander.libero.it/antoniomontanari/


  • Il caso di Pandolfo II Malatesti è illuminante. Lo fanno nascere molti anni dopo la sua vera venuta al mondo, cioè nel 1325 e poi quando ha sui dieci anni (1335) lo presentano miracolosamente al comando di armati vittoriosi che gli garantiscono la carica di podestà di Fano.
    Occorrerebbe un altro Freud per descrivere la psico-patologia degli storici che non hanno il buon senso normale in un lettore qualsiasi di libri. In mancanza di ciò, basterebbe a quegli eccelsi studiosi di mettersi a contare con le dita delle mani. Per constatare che nove o dieci anni sono pochi per guidare una truppa, anche se in quei tempi (tanto rimpianti da chi, ignorando tutto della Storia, li crede ispirati alla grande morale dell'Occidente), essi bastavano per celebrare matrimoni imposti soltanto dalla ragion politica. 
    Uno studioso italiano nel 1907 ha posto il problema della nascita di Pandolfo II, anticipandola dal 1325 al periodo 1310-1315. L'unico accenno a questo studioso pare essere quello presente in un saggio apparso a Stoccolma nel 2004.

    Pandolfo II scompare nel 1373. Ma anche su questa data c'è stato un equivoco, per fortuna meno diffuso di quello relativo alla nascita.
    Prendiamo una vecchia edizione delle lettere latine di Francesco Petrarca, quella curata da Giuseppe Fracassetti nel 1863 (vol. III, p. 373). L'epistola n. 27 (del 28 agosto 1367) delle cosiddette "Variae", diretta a Pietro di Bologna, dice che al poeta le cose stavano andando alquanto bene quando fu rattristato da due notizie, la partenza di Pandolfo Malatesti e la morte di Giovanni Pepoli.
    Petrarca da intellettuale incallito e forse soltanto per passare il tempo, fa lo spiritoso come ogni intellettuale incallito crede di essere autorizzato ad apparire in ogni circostanza.
    Infatti scrive (chiediamo scusa per la citazione latina che può provocare orticaria in chi non ci ama): "Omnia enim satis prospere ibant, nisi e duobus oculis meis alter abiisset, alter obiisset: Dominum Pandulphum loquor, ed Dominum Iohannem De Pepolis...".
    I due verbi usati da Petrarca (ecco la spiritosaggine da intellettuale), sono uguali tranne che nella lettera iniziale. "Abire" significa partire, "obire" invece tirar le cuoia.

    Nel riassunto che offre (in latino) sotto il titolo della lettera 27, Fracassetti scrive erroneamente "De obitu Pandulphi Malatestae et Iohannis Pepoli", ovvero "Della morte di Pandolfo e di Giovanni Pepoli". Quando traduce questa lettera 27 in italiano (vol. V, p. 310), Fracassetti si corregge.
    Nel sommario infatti mette: "Della partenza di Pandolfo Malatesta, e della morte di Giovanni Pepoli". La traduzione di Fracassetti del passo latino che abbiamo riportato, è la seguente: "Tutto mi sarebbe andato a seconda, se non fossero venute a turbarmi una partenza e una morte...".
    Tutto risolto? No, perché il buon Fracassetti nell'edizione italiana (quinto ed ultimo volume) delle lettere petrarchesche, inserisce un indice in cui c'è ovviamente tutto su tutti, e di Pandolfo II (p. 521) si dà la notizia della morte contenuta appunto nella lettera 27 delle "Variae".

    Un altro errore malatestiano di Fracassetti riguarda la lettera 18 delle "Variae" che nel testo latino (III, 341) è detta indirizzata "Ad ignotos". L'errore è ripetuto in quello italiano (V, p. 263).
    Edizioni più recenti invece riportano quella epistola (del 1364) con i nomi esatto dei destinatari, Pandolfo II e Galeotto detto Malatesta Ungaro perché nel 1347 nominato cavaliere dal re d'Ungheria. La lettera è importante perché esprime il cordoglio di Petrarca ai due fratelli per la scomparsa del loro padre, Malatesta Antico detto "Guastafamiglia". Essa è definita un grave danno anche per l'Italia. Di lui, aggiunge il poeta, resta il ricordo lieto di una vita gloriosa, e soprattutto più famosa di tutti gli altri contemporanei.

    Il tono di affettuosa partecipazione al dolore di Pandolfo II per la morte del genitore, conferma che sia in Petrarca sia nel politico e condottiero non restano tracce di quei contrasti che oppongono il Malatesti ai Visconti e costringono il poeta a scrivere male parole contro l'amico in nome dei propri datori di lavoro, come si è visto in una pagina precedente.
    Riposi in pace, Malatesta Antico, e la sua ombra ci perdoni se adesso parliamo della sua consorte che soltanto confuse cronache locali (detto fuori dai denti, il solito Clementini, come malignerebbe Carlo Tonini), identificano in Costanza Ondedei da Saludecio.

    Fonti lontane da Rimini parlano invece di un'altra Costanza, della casa d'Este, figlia di Azzo VIII e della sua seconda moglie, Beatrice d'Anjou, figlia di Carlo II re di Sicilia.
    La prima moglie di Azzo VIII è stata Giovanna Orsini nata da Bertoldo conte di Romagna nel 1278, il cui padre è Gentile I Orsini fratello di Giovanni Gaetano divenuto papa Niccolò III. Bertoldo conte di Romagna ha un fratello, Orso Orsini che genera un altro Bertoldo (+1344) padre di quella Paola Orsini (+1371) che diventa moglie di Pandolfo II, madre di Malatesta dei Sonetti e nonna di Cleofe.

    Le notizie delle nozze di questi signori medievali, non interessano quale motivo di pettegolezzo mondano o sessuale in stile dannunziano. Servono a delineare un contesto politico, in cui ogni matrimonio corrisponde a precisi disegni di strategia dinastica.
    Clementini ha confuso le notizie sulle Costanze che appaiono in casa d'Este e in quella dei Malatesti.
    Per non farla lunga, c'è la Costanza (I) che sposa l'Antico, e c'è la Costanza (II) che sposa in seconde nozze il figlio dell'Antico, Malatesta Ungaro, e che era nata da Obizzo III d'Este e dalla sua seconda moglie (1347) Filippa Ariosti. Per non restare nel vago, e quindi prevenire le altrui maldicenze, precisiamo: Obizzo III, signore di Modena e Ferrara, è figlio di Aldobrandino II fratello di Azzo VIII padre della Costanza (I) che sposa l'Antico.

    Non dimentichiamoci di Filippa Ariosti: pare che le nozze della nobile bolognese con Obizzo III siano avvenute soltanto in "articulo mortis", dopo che aveva dato al proprio compagno undici o più figlioli lungo un ventennio.
    Dalla sua famiglia, trapiantata da Bologna a Ferrara, germogliano "uomini illustri assai in diverse classi", come quel Ludovico Ariosto poeta, secondo quanto si legge nelle "Memorie per la storia di Ferrara" di A. Frizzi (1850, p. 313).

    Una sorella di Pandolfo II, Maxia o Masia diventa moglie di Opicino Pepoli, figlio di Giacomo il quale era fratello di quel Giovanni che abbiamo incontrato nella lettera di Petrarca del 1367.
    Giovanni e Giacomo dal 1347 al 1350 governano la città di Bologna, dopo la scomparsa del padre Taddeo. (Taddeo Pepoli è il primo signore di Bologna, nel 1337: "dottore in legge ed erede della grande fortuna immobiliare ereditata dal padre esercitando l'attività bancaria", proviene "da una famiglia borghese, che per generazioni aveva esercitato l'attività di beccaio passando poi a quella di notaio", G. Fasoli.)

    Il 1350 è l'anno in cui papa Clemente VI nomina conte di Romagna un provenzale che ha sposato una sua parente, Astorgio di Durfort da Limonges.
    Astorgio è considerato abile soltanto a ordire tradimenti, lasciar in pace i nemici e rivolgere le armi contro gli amici. Arresta Giovanni Pepoli quando si reca al suo campo per conferire con lui, la stessa sorte tocca a Giacomo.
    Per liberarli, Astorgio chiede un riscatto impossibile, 80 mila fiorini. Per averli, il 16 ottobre 1350 i Pepoli vendono Bologna all'arcivescovo Giovanni Visconti signore di Milano (per 250 mila fiorini). Astorgio si serve di quei soldi per calmare le proprie truppe che si erano ammutinate perché malpagate.

    La prima moglie di Obizzo III d'Este è Giacoma Pepoli (1317), sorella del Taddeo appena ricordato. Il loro padre si chiama Romeo Pepoli, ed è capo della cosiddetta protosignoria di Bologna.
    Da Obizzo e Giacoma nasce Violante che nel 1345 sposa Malatesta Ungaro di cui è la prima moglie. La seconda (1362) è la Costanza (II) che era pure cognata del marito, essendo sorellastra di Violante d'Este. 
    Circa Romeo Pepoli, lo storico tedesco Heinrich Leo osserva che se con i concittadini si comporta come un "guelfo oltranzista", invece si presenta "spregiudicato in politica estera tanto da favorire il matrimonio della figlia Giacoma con Obizzo III d'Este".
    Queste nozze sono un evento con valore eminentemente politico sia per i Pepoli sia per gli Este. A Bologna già nel 1316 ci sono state acque agitate a danno dei guelfi, mentre si stava formando un nuovo partito ghibellino. Ne era diventato capo appunto Romeo Pepoli, in concomitanza con il matrimonio fra sua figlia Giacoma e Obizzo III, leggiamo ancora in Heinrich Leo. Il quale aggiunge: le nozze sembrano favorire soprattutto gli Este.
    Essi nel 1317, disponendo di grandi risorse in denaro e forti di potenti alleanze, riescono a spingere una parte della borghesia ferrarese a rivoltarsi in loro favore contro la guarnigione francese, approfittando della momentanea partenza del governatore inviato in città da re Roberto di Napoli. 

    Dall'Ungaro e Violante nasce un'altra Costanza (III) che chiameremo "la peccatrice", in riferimento alla leggenda (fonte, il solito Clementini) che la vuole donna dalla "vita disonesta", e nel 1378 vittima di un delitto d'onore pensato in famiglia, mentre giaceva con un nobile tedesco.
    Costanza "peccatrice" nel 1363 sposa Ugo, il fratellastro della propria madre Violante, essendo figlio naturale di Obizzo III (+1352) signore di Ferrara dal 1329 assieme ai fratelli Rinaldo (+1335) e Niccolò I (+1344).
    La memoria di Ugo è stata tramandata anche da Petrarca in una sua lettera al di lui fratello Nicola d'Este, dove ne parla dopo la scomparsa, avvenuta il 2 agosto 1370 (Sen., XIII, 1, 5.8.1370): «Ahi! che perdemmo, [...] un che m'era per dignità signore indulgentissimo, e per amore figliuolo obbediente, il quale non per mio merito alcuno, ma per sola nobiltà dell'animo suo aveva, siccome tu sai, cominciato non tanto ad amarmi quanto a venerarmi, per guisa che più della compiacenza era in me grande la meraviglia di un affetto e di una reverenza tanto sproporzionata alla diversità degli anni nostri e della nostra condizione».

    Ferrara nel 1208 è il primo esempio di città libera in Italia, con l'elezione di Azzo VI detto Azzolino a suo signore perpetuo. Azzo ne era stato podestà (1196), ed aveva lottato a lungo (dal 1205) contro il ghibellino Salinguerra Torelli.
    Ferrara nel 1309 è ritornata alla Chiesa che l'ha ceduta in vicariato a Roberto d'Angiò re di Napoli, figlio di Carlo II e quindi fratello di Beatrice, seconda moglie di Azzo VIII.

    Gli Angioini in questi anni hanno una "presenza costantemente ambigua" nella nostra regione: al servizio della Curia, essi spesso lavorano contro i papi per sete di potere (A. Vasina). Gli Este nel 1327 sono nominati vicari imperiali di Ferrara, nel 1329 vicari apostolici. Nel 1331 essi sono infeudati dalla Chiesa. Bologna nel 1331, con il beneplacito del legato, passa in mano a Giovanni re di Boemia, padre di Carlo IV l'imperatore del tempo del nostro Pandolfo II Malatesti.

    Un'annotazione finale, in base al principio che nella Storia al "momento certosino della competenza" deve seguire "quello della verifica pubblica" (Alberto Melloni). Certi documenti del XII sec. sono stati detti da C. Curradi (1990) non autentici, senza produrre prove, ma parlando vagamente di "critica storica" avversa. La lapide (1490) della malatestiana riminese in San Francesco non ha “sum tua cura”, ma “summa tua cura”. Sulla venuta di Ciriaco d'Ancona a Rimini si accredita (1998) il 1435 e dintorni, quando fonti autorevoli dicono 1441 o 1443. Per altri testi del 1700 si scrive (2010) che non si sa dove siano: invece lo si sa, ed in molti. Basta "indagare".

    © by Antonio Montanari

    Aggiornamento della pagina, 9.11.2010.


  • La gloria del ricordo, Pandolfo II Malatesti la riceve dai biografi di Francesco Petrarca, nelle pagine che narrano la partecipazione del poeta alle lotte politiche del suo tempo. Pandolfo non brilla mai di luce propria, ma riceve timidi e confusi sprazzi di quella che illumina i racconti sulla vita del cantore di Laura. Seguendo Petrarca incontriamo Pandolfo ed altri personaggi del loro mondo, come il nobile francese Sagremor de Pommier che lavora a Milano quale agente diplomatico e fidato corriere dei Visconti. Nel 1356 lo troviamo in viaggio verso Basilea assieme a Petrarca, in missione ufficiale presso l'imperatore Carlo IV. Negli stessi momenti Pandolfo è al servizio dei Visconti quale comandante delle loro truppe.
    Carlo IV era giunto in Italia nell'ottobre 1354 diretto a Roma per ricevere la corona imperiale. La Chiesa lo aveva appoggiato sin dal 1346 quando era soltanto re di Lussemburgo e viveva l'imperatore Ludovico il Bavaro. Alla cui scomparsa (1347) Carlo ne prende il posto. Carlo è un esperto giurista: metà tedesco e metà slavo (dal lato materno), è stato educato in Francia. Molto abile a fare i propri interessi, emana la "Bolla d'oro" (1356) che lo trasforma in un imperatore senza potere, in balìa dei suoi sette elettori: gli arcivescovi di Magonza, Treviri e Colonia, i principi di Palatinato, Sassonia e Brandeburgo ed il re di Boemia. Può controllare cancelleria e tesoro del regno, ma la politica la fanno gli altri (G. Sodano).
    Appena eletto re di Germania grazie all'intervento di Clemente VI (1346), Carlo giura che una volta proclamato imperatore, rispetterà i dominii della Chiesa in Italia: per questo lo chiamano "imperatore dei preti" (U. Dotti). Papa Clemente diffida, temendo che Carlo usurpi i diritti della Chiesa e non vuole incoronarlo. Le cose cambiano con l'elezione di Innocenzo VI (1352).
    Il 1356 è un anno particolare per la Francia, messa in ginocchio a Poitier dal re inglese Edoardo III che nel 1337 ha iniziato la guerra detta dei cento anni, sbarcando in quelle terre sul cui trono vantava diritti per via della madre Isabella, figlia di Filippo IV il Bello. Nel 1358 l'Inghilterra ottiene quasi un terzo della Francia per cui Edoardo rinunzia alle vecchie rivendicazioni. La Francia ne esce con le ossa rotte anche in rapporto al papato, su cui non può più esercitare alcun predominio (A. Saitta). Mentre l'Inghilterra vuol tenere a freno la Chiesa. La quale reagisce inviando da Avignone in Italia (1353) il cardinal Egidio Albornoz.
    Tra le lotte armate continentali, nel 1356 si svolge la missione di Sagremor e Petrarca a Basilea alla ricerca dell'imperatore. Lo attendono invano per un mese (Petrarca incontra vecchi amici del tempo degli studi di Diritto a Bologna), poi si avviano verso Praga, dove Carlo IV vive felice. Non si illude (ha osservato P. Lafue) sul potere della sua corona, per un sano realismo fatto di conoscenza della Storia. E soprattutto crede nel potere del denaro, non ritirandosi davanti ad imprese politicamente disoneste per intascare somme di denaro, come fa in l'Italia, e come farebbe "un qualsiasi capobanda mercenario" (C. Vivanti). L. A. Muratori è sferzante: Carlo IV attendeva più a far denaro che a guarir le piaghe della penisola. Indro Montanelli lo battezza "esoso agente di un fisco arbitrario". Cesare Cantù lo definisce un fantoccio a cui i letterati prodigavano latine adulazioni, i giuristi rammentavano i diritti imperiali ed i tiranni volentieri si rivolgevano invocandolo come giudice nei litigi politici.
    L'itinerario per Praga, durato tre settimane, è raccontato dallo stesso Petrarca quale viaggio da incubo, con una scorta armata ed in continuo pericolo per gli attacchi dei predoni. L'unica soddisfazione per Petrarca è di aver conosciuto l'imperatrice Anna Schweidnitz (terza moglie di Carlo), la sola donna a cui (congratulandosi per aver generato una femmina) indirizza una lettera (1358), considerata "un vero trattatello in lode delle donne famose" (Dotti).
    All'imperatore Petrarca, con la testa piena delle idee politiche astratte degli intellettuali, si è rivolto il 24 febbraio 1351 invocandone la discesa in Italia, per darle una regolata. Nella sua lettera, fa parlare la Roma stracciona dei suoi giorni, un tempo venerabile matrona. Petrarca guarda alle glorie del passato, forse più presenti nelle pagine degli scrittori che nella vita della gente comune di tutti i giorni. Cantù liquida la cotta di Petrarca verso Carlo IV con una brutale battuta: in Avignone l'imperatore aveva voluto vedere la sua Laura, e baciarla per ammirazione. Carlo IV gli risponde che non c'erano più i Latini di una volta: hanno perso la libertà avendo sposato la servitù.
    Nel 1355 Carlo riceve la doppia incoronazione, come re d'Italia a Milano il 4 gennaio e come imperatore in aprile a Roma, poi a metà giugno scappa dall'Italia in Boemia per non disturbare la Chiesa. Petrarca gli scrive "un'acerba lettera di rimproveri" (Dotti), dichiarando di censurarsi per non dire tutto quello che pensava di lui ("non audeo clare tibi dicere..."). "Quel sovrano di sangue di ghiaccio e di cervello lucido sapeva benissimo che il 'giardino dell'impero' era un nido di vipere" (Montanelli).
    Sagremor ha un progetto in testa per il proprio futuro, passare al servizio dell'imperatore. A cui fa scrivere una lettera di raccomandazione da Petrarca che lo presenta come ottimo soldato, gran banditore delle gesta di Carlo e profondo conoscitore delle cose segrete del poeta. Poi Sagremor cambia idea, forse constatando che la vita politica non è tutta rose e fiori. Qualche anno dopo (1367 o 1368) scrive a Petrarca di esser diventato monaco cistercense.
    A Praga, l'anno successivo rispetto a Petrarca e Sagremor, cioè nel gennaio 1357, va anche Pandolfo II quando fugge da Milano dopo la disavventura con Bernabò Visconti che lo fa imprigionare, e dopo la liberazione da parte di Galeazzo Visconti. A febbraio lo insegue Sagremor che poi ritorna a Milano, a rapporto dai Visconti con la facile notizia che Pandolfo con tutti stava sparlando di loro. Sagremor vola di nuovo a Praga dove scopre che il Malatesti si è diretto a Londra. Qui Sagremor lo raggiunge per dargli una lezione: lo sfida a duello. Pandolfo fa finta di nulla e Sagremor va a lamentarsi con il re Edoardo III. Il quale mette per iscritto quello che Sagremor gli ha riferito, per difendere l'onore del messo francese dei Visconti e denigrare l'italiano Malatesti.
    Ma il Malatesti non viaggia per conto proprio a far la malalingua per vendetta personale: è un uomo politico la cui famiglia ha appena fatto pace con la Chiesa (8 luglio 1355), soddisfatta anche per gli insuccessi viscontei del 1356 (perdita di Bologna, Pavia, Novara, Genova, Asti e d'altri possedimenti piemontesi). L'accordo con i Malatesti è per la Chiesa una prova generale di quanto poi fa con l'intero territorio del suo Stato (E. Cuozzo).
    Per questo fatto la missione europea di Pandolfo appare come parte di un progetto ecclesiastico che doveva tener d'occhio il contesto continentale, e che culmina nello stesso 1357 con le "Costituzioni" promulgate da Albornoz per sistemare una volta per tutte le questioni politiche nelle terre dello Stato della Chiesa, con un stabile ordinamento giuridico ed amministrativo.
    L'anno dopo i Visconti fanno pace con la lega che li aveva combattuti. Cantù narra che quando il papa gli chiede conto del denaro speso nella campagna durata 14 anni per domare i signori dello Stato ecclesiastico, Albornoz gli manda un carro con le chiavi di tutte le città assoggettate. Di tasca propria Albornoz lascia un'eredità per fondare a Bologna il collegio spagnolo, tuttora esistente.
    Sull'azione politica di Albornoz restano fondamentali le pagine di Gina Fasoli. Alternando trattative diplomatiche a vigorose azioni militari, Albornoz crea "un sistema di poteri locali abbastanza forti per non essere sopraffatti dai vicini, ma non tanto forti da potersi unire e formare fra di loro un blocco" mirante ad ostacolare la sovranità papale. Le "Costituzione" da lui emanate (e chiamate egidiane dal suo nome di battesimo), riprendono vecchie leggi, corrette ed adattate alle nuove esigenze. Si fornisce così "un testo che costituiva il diritto generale cui le leggi locali e particolari dovevano conformarsi". In questo contesto fa sorridere il racconto su Pandolfo II che gira l'Europa per spiegare la notizia più ovvia di tutte fra le diplomazie continentali, ovvero che Bernabò Visconti era un figlio di buona donna.
    La lettera dal re inglese consegnata a Sagremor su Pandolfo, il quale non ha accettato la sua sfida a duello, serve al francese per incassare il soldo della missione, dimostrando ai Visconti di aver fatto quanto era in suo potere per umiliare il Malatesti davanti alla più alta autorità politica del momento. Ma, dato che ogni fatto ha il suo risvolto segreto, quella lettera fa di Pandolfo un protagonista della vita continentale. Non un codardo come lo accreditava Sagremor, ma un politico che sapeva muoversi bene proteggendo dagli sguardi indiscreti il vero scopo del suo lavoro diplomatico (o segreto, che dir si voglia).
    Quando Pandolfo II arriva a Praga (1357), l'imperatore Carlo IV conosceva già dal marzo 1355 la famiglia Malatesti, per aver nominato allora suo vicario a Siena Malatesta Ungaro, fratello di Pandolfo II.

    Aggiornamento della pagina, 18.11.2010


  • Amico del Petrarca, è detto Pandolfo II nonno di Cleofe. Si conoscono nel 1356. Il poeta arriva a Milano presso i fratelli Galeazzo e Bernabò Visconti che l'inviano come ambasciatore a Praga dall'imperatore Carlo IV. Pandolfo è ingaggiato dai Visconti quale comandante dell'esercito. La situazione nei loro territori è inquieta, con una rivolta a Bologna e la minaccia del marchese del Monferrato di conquistare le città del Piemonte. Petrarca va a Praga verso la fine di maggio, passando per Basilea. Ritorna dopo tre mesi. In autunno Pandolfo si ammala seriamente. Petrarca si reca da lui quasi ogni giorno. Quando sta meglio Pandolfo restituisce le visite. Non può camminare, e si fa trasportare dai servi.
    Il vicario imperiale, vescovo di Augusta, Markward von Randeck che sta a Pisa, capeggia l'opposizione italiana ai Visconti per i danni arrecati alla Chiesa ed all'imperatore. Intima loro di discolparsi davanti a lui l'11 ottobre 1356. Galeazzo gli risponde con una lettera ingiuriosa. L'ha composta Petrarca. Il vicario si mette in marcia contro Milano: è fermato soltanto a Casorate il 14 novembre. I Visconti fanno prigioniero Markward trattandolo "decorosamente" e rispedendolo in Germania (P. Verri, "Storia di Milano", I, 1783). Novara è conquistata dal marchese del Monferrato, mentre a Genova scoppia una rivolta antiviscontea.
    Secondo il cronista trecentesco Matteo Villani (VII, 48), Bernabò teme che Pandolfo faccia troppo montare suo fratello Galeazzo nella comune signoria. Per questo lo aggredisce, minacciandolo di un'esecuzione capitale. Bernabò ha la fama di tiranno sfrenato, al cui nome "tutti tremavano né alcuno ardiva far parola. Due frati minori che osarono fare a lui stesso lagnanza di tante estorsioni li fece bruciar vivi". Per giustificarsi Bernabò accusa Pandolfo di aver corteggiato una sua concubina, Giovannola di Montebretto, che gli ha dato una bimba (Bernarda) nel 1353, quando nasce pure Marco, suo terzo figlio legittimo.
    Bernabò è un "sovrano truce e ignorante" secondo Verri. Nel 1361 accoglie due nunzi papali ad un ponte sul Lambro, imponendo loro la scelta "o mangiare o bere", cioè essere buttati nel fiume. Essi masticano tutta intera, compreso il bollo di piombo, la pergamena pontificia che gli avevano recato. Uno dei due nunzi, Guillaume de Grimoard, nel 1362 diventa papa con il nome di Urbano V.
    Nel 1367 Pandolfo II è uno dei signori che accompagnano da Napoli a Roma Urbano V, per difenderlo dai cardinali contrari al suo progetto, realizzato soltanto per un triennio, di riportare a casa da Avignone la sede di Pietro. Urbano V scomunica Bernabò, dichiarandolo eretico e comandando "che alcuno non osasse più trattare con lui". Nello stesso 1362 i messi di Padova, Verona, Ferrara e Rovigo sono fatti vilipendere dalla ciurmaglia, vestiti con tuniche bianche e mandati a cavallo in giro per Milano. Il vicario arcivescovile Tommaso Brivio è torturato. L'abate di San Barnaba, è impiccato per aver preso delle lepri.
    Bernabò si accontenta di sbattere in carcere il presunto rivale in amore. Galeazzo fa poi liberare Pandolfo che scappa da Milano e prepara la sua vendetta. La quale coinvolge il vecchio amico Petrarca, costretto a scrivere cose turche contro Pandolfo. Nel primo semestre del 1357 Petrarca si rivolge a Ludovico (Luigi) di Taranto re di Gerusalemme e Sicilia, secondo marito della regina Giovanna I di Napoli e nipote del defunto re Roberto d'Angiò.
    Giovanna, donna bella e gentile, di cuor tenero ed appassionato, era rimasta vedova del cugino Andrea d'Ungheria, un tipo selvaggio e duro, fattole sposare quando entrambi non avevano ancora otto anni. La morte di Andrea è attribuita ad uno strangolamento deciso da Giovanna e da Ludovico per coronare il loro sogno d'amore (racconta A. Levati, 1770-1841). La chiamavano la Cleopatra napoletana.
    Il titolo dell'epistola di Petrarca dice tutto, "Contro Pandolfo Malatesti". Allo stesso 1357 appartiene la lettera inviata da Petrarca ad Aldobrandino III d'Este a nome di Bernabò Visconti, in cui si parla della perfidia di Pandolfo verso il signore di Milano che invece lo aveva amato come un fratello. Bernabò non si riferisce soltanto alla storia della presunta relazione con Giovannola. Si basa su fatti veri. Pandolfo liberato da Galeazzo e fuggito da Milano, partecipa ad un intrigo internazionale in cui agisce da provetto politico, ma non per il solo scopo di togliersi la soddisfazione di sparlare dei Visconti e di danneggiarli.
    Un testimone del tempo, il dotto cronista (e notaio delle truppe viscontee) Pietro Azario, scrive che il Malatesti fu a Milano, su ordine di Bernabò, talmente offeso che, per vergogna ed altre azioni commesse contro di lui, provò dolore in perpetuo. L'esperienza personale di Pandolfo va collegata al contesto politico. I Malatesti sono in pace con la Chiesa dall'8 luglio 1355, data del documento scoperto dal cardinal Giuseppe Garampi nell'Archivio segreto apostolico vaticano, con cui si concedono ai Malatesti in vicariato le città di Rimini, Pesaro, Fano e Fossombrone ed i loro contadini (Tonini, IV, 2, doc. CXVIII, pp. 209-224). Mentre è del 14 luglio 1356 un altro documento "garampiano" con le lodi di papa Innocenzo VI verso Malatesta Malatesti (ivi, doc. CXX, pp. 225-226).
    Matteo Villani (V, 46, p. 174) attribuisce la resa dei Malatesti alla mancanza di denaro e rendite. Dal luglio 1355, comunque essi rientrano nel gran gioco della politica. La loro sottomissione al papa "si traduce ben presto in un fattivo e duraturo rapporto di collaborazione militare" (A. Vasina), quando la Chiesa cerca di evitare che i signori cittadini "potessero far blocco fra di loro e costituire un ostacolo insormontabile all'esercizio della sovranità papale" (G. Fasoli). Nel 1362 Pandolfo II sposa Paola Orsini il cui nonno Orso è figlio di un fratello di papa Niccolò III (1277-1280). Con il quale un suo altro nipote, Bertoldo fratello di Orso, nel 1278 è conte di Romagna.
    Prima a Praga e poi a Londra, Pandolfo non opera per proprio conto, o in difesa di Galeazzo Visconti. Lo dimostra un altro documento scoperto da Garampi (Tonini, IV, 1, p. 156). Pandolfo il 2 giugno 1357 è invitato dal papa a recarsi ad Avignone. Al suo posto (perché impedito dagli impegni militari con i fiorentini), va il padre che due anni prima aveva già incontrato il cardinal Egidio Albornoz legato di Romagna con il quale viaggia verso Avignone. Dove arriva il 24 ottobre e si ferma per oltre tre mesi, tornando a Rimini il 16 febbraio 1358.
    La pace con i Malatesti, si legge in Carlo Tonini (I, 391), libera il legato da una guerra che poteva essere lunga e difficile, e gli fornisce un alleato contro gli altri signori romagnoli per prendere Cesena, Forli e Faenza. Albornoz rappresenta la linea dura con i Visconti, che il papa voleva invece favorire per usarli contro gli Ordelaffi. Nel 1360 i Malatesti sono al fianco della Chiesa avversando Bernabò Visconti. Il 29 luglio 1361 alla battaglia di San Ruffillo a Bologna, Bernabò è sconfitto dalle truppe del legato guidate da Galeotto I Malatesti, figlio di Pandolfo I che era il nonno del nostro Pandolfo II. Da Galeotto I discende il ramo riminese (suo nipote è Sigismondo Pandolfo).
    I commentatori alla "Storia di Milano" (1856, p. 247) di Bernardino Corio (1459-1519) scrivono che la sconfitta dei Visconti avviene ad "opera del vecchio Malatesti di Rimini", uomo che "come tiranno e come Romagnolo, doveva essere in concetto di consumato maestro di perfidia: che di questi tempi la malvagia fede degli abitanti della Romagna era in ogni parte d'Italia passata in proverbio". Perfidia è la parola usata, come si è visto, da Petrarca contro Pandolfo nell'epistola scritta ad Aldobrandino III d'Este a nome di Bernabò Visconti.
    Nessuna perfidia invece dimostra Pandolfo II verso Petrarca. Nell'ottobre 1364 esprime a lui ed al fratello Malatesta Ungaro il suo dolore per la morte del loro padre Malatesta Antico, di cui attesta il grandissimo ricordo lasciato con la sua vita piena di gloria. Nel 1372 il Malatesti invita il poeta a Pesaro. La risposta (negativa) del 4 gennaio successivo contiene le condoglianze per la morte della moglie e del fratello di Pandolfo, e l'annuncio dell'invio delle proprie rime volgari, ovverosia il "Canzoniere", che definisce "cosucce" (nugellae).
    Pandolfo e Petrarca sanno che la vita politica (di cui entrambi sono testimoni e protagonisti), richiede sottomissioni, umiliazioni ed astuzie. Nel 1366 i Malatesti congiurano con il papa per far sconfiggere i Visconti. Con loro s'incontrano a Pavia (dove trovano Petrarca) e Milano, mentre sono diretti ad Avignone. Non è una riconciliazione, come scrive un oscuro cronista bolognese del tempo, il cartolaio Floriano Villola rilanciato nel 1949 da Roberto Weiss. Ma una manovra di aggiramento, ben descritta da Muratori (Annali, VIII, 1763). Alla fine i Visconti si dimostrano i più abili e danarosi, e possono assoldare truppe inglesi e tedesche. La loro penetrazione in Emilia è irresistibile (Fasoli).
    Circa Pandolfo II, Lorenzo Mascetta-Caracci ("Zeitschrift für romanische Philologie", 1907, vol. 31) osservando che si accetta che a soli sei anni, nel 1331, egli cominciasse una vita politica di capitano e dominatore, proponeva di anticiparne la nascita dal 1325 al 1310-15. Di ciò s'accorge nel 2004 soltanto la danese Gunilla Sävborg, concordando con i dubbi dello studioso italiano. Circa Malatesta Ungaro, Mascetta-Caracci parla di caso ancor più miracoloso, perché a soli quattro anno nel 1331 figura nei libri come capitano di Santa Chiesa. Misteri degli storici, non della Storia.





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