• Una nuova collana della casa editrice bolognese il Mulino presenta, sotto il titolo di «Ritrovare l'Italia» un volume di Anna Foa, «Andare per ghetti e giudecche», in cui le pagine fondamentali riminesi sull'argomento sono completamente dimenticate.
    Il tema ebraico non ha avuto successo neppure in sede locale. Il capitolo relativo contenuto nel secondo volume della storia della Chiesa riminese, trascura le fonti aggiornate, con quell'arroganza di chi guarda soltanto il proprio ombelico, considerandolo fonte di ogni sapere. Ma questa è una patologia abbastanza diffusa che meriterebbe un'analisi tutta a sé stante.
    La presenza ebraica è documentabile per Rimini sin dal 1015 con il teloneo «judeorum», ovvero l'appalto dei dazi d'entrata nel porto. La questione è esaminabile soltanto in senso indiziario, partendo dai secoli successivi.
    A metà del 1400 Rimini è il principale centro finanziario ebraico della Romagna, dalla quale transitano gruppi provenienti dalla Marca e dall'Umbria e diretti nella pianura padana per evitare gli effetti della predicazione degli Zoccolanti contro gli Ebrei e le loro attività finanziarie caratterizzate da tassi che a Ravenna sono documentati anche al 30 ed al 40 per cento. Di solito gli Ebrei praticavano «tassi notevolmente inferiori agli usurai cristiani». E per questo dovettero subire nel 1429 e nel 1503 un assalto ai loro banchi (A. FALCIONI, La Signoria di Sigismondo Pandolfo Malatesti, 1. L'economia, Rimini 1998, p. 158).
    Di tutto ciò, come già anticipato sopra, non si trova traccia nel secondo vol. della «Storia della Chiesa riminese» che arriva sino «ai primi anni del Cinquecento», nella parte dedicata all'argomento. A p. 322 si legge infatti: «… da parte della Chiesa locale non si rilevano atteggiamenti di intolleranza od ostilità verso gli ebrei» (cfr. O. DELUCCA, La comunità ebraica, il credito, i Monti di Pietà, pp. 317-340).
    Guardiamo ai fatti. Nel 1515 (il 13 aprile) a Rimini si discute la proposta di bandire gli Ebrei dalla città quali nemici della Religione e promotori di scandali nel popolo. Ed il Consiglio generale approva all'unanimità l'adozione di tre provvedimenti: chiedere licenza al papa di bandire gli Israeliti; far loro pagare le spese per i soldati a piedi ed a cavallo «qui condotti, e trattenuti per guardia de gli Ebrei» medesimi; ed infine stabilire «che nell'avvenire volendo detti Ebrei continuare l'habitatione in questa Città, portassero il capello, o la beretta gialla». Per le donne, il successivo 28 aprile, è introdotta la regola di recare una benda gialla in fronte, facendo loro nel contempo divieto di porre sul capo i mantelli. Restano disattesi questi ordini del segno distintivo se nel 1519, dietro istanza di frate Orso dei Minori di San Francesco, sono ripetuti in obbedienza anche ai «decreti del Sacro Concilio».
    Gli Ebrei richiedono di non essere costretti alla berretta od alla benda gialle, ma di recare semplicemente un segnale sul mantello. La città ricorre al papa «da cui fu commandato, o che quelli partissero da Rimini, overo obbedissero alla Città».
    Il 22 luglio 1548 il Consiglio generale della città obbliga gli Ebrei riminesi a non abitare fuori delle tre contrade dove già si trovavano. Si anticipa così il provvedimento di papa Paolo IV che con la «bolla» intitolata «Cum nimis absurdum» del 17 luglio 1555 istituisce il ghetto in tutto lo Stato della Chiesa, seguendo il modello realizzato nel 1516 dalla Serenissima Repubblica di Venezia. Cfr. MONTANARI, La presenza degli Ebrei a Rimini dal 1015 al 1799, su cui v. la nota bibliografica in calce.
    L'importanza del ruolo degli Ebrei riminesi è attestata dal fatto che essi realizzano in città tre sinagoghe, e non due come si sostiene dal cit. DELUCCA, La comunità ebraica, il credito, i Monti di Pietà, p. 329. La prima sinagoga è attestata sin dal 1486, sulla piazza della fontana (ora Cavour) dal lato della pescheria settecentesca, nella contrada di San Silvestro. Essa è poi definita come «vechia», quando è realizzata la seconda che in rogito del 1507 è chiamata «magna», nella contrada di Santa Colomba o San Gregorio da Rimini (via Sigismondo), nella porzione di quartiere tra l'odierna via Cairoli ed il Teatro Galli, lato monte.
    Nel 1555 la sinagoga «magna» risulta invece situata in contrada di San Giovanni Evangelista detta «delli Hebrei» (via Cairoli), a poca distanza dalla chiesa di San Giovanni Evangelista (Sant'Agostino), e proprio dalla sua parte, come si ricava dal documento datato 14 novembre riguardante la decisione presa dagli Ebrei riuniti nella Sinagoga «magna» di vendere la casa detta «la Sinagoga vechia».
    Della sinagoga «vechia» in questo documento del 1555 si scrive che è posta vicino («iuxta») alla strada detta «Rivolo della Fontana» o «del Corso», cioè nell'angolo della piazza Cavour con la contrada di Santa Colomba (via Sigismondo). Il «Rivolo» andava dalla piazza del Castello sino alla piazza Cavour, cambiando poi qui il nome in contrada di San Silvestro.
    La sinagoga «vechia» era quindi situata nella parrocchia di San Silvestro, delimitabile con il corso d'Augusto, via Cairoli e via Sigismondo e piazza Cavour. La nuova sinagoga è trasferita prima nella zona della parrocchia di Santa Colomba che è speculare verso monte rispetto alla parrocchia di San Silvestro; e poi nella parrocchia di Sant'Agostino sul lato dove sorge la chiesa.
    Nel 1569, dopo che il 26 febbraio papa Pio V ha dato il bando agli Ebrei da tutte le sue terre ad eccezione di Ancona e Roma, gli israeliti di Rimini decidono di vendere l'ultima sinagoga, quella posta nella parrocchia di Sant'Agostino. Il 16 maggio il bolognese Prospero Caravita (abitante in Rimini) ed il ravennate Emanuellino di Salomone, come rappresentanti della comunità israelitica locale, stipulano l'atto relativo, consapevoli che per l'editto pontificio tutti gli Ebrei che si trovavano nella nostra città l'avrebbero dovuta abbandonare entro breve tempo. Quest'ultima sinagoga è composta di tre stanze («una domum consistentem ex tribus stantiis»): la più grande è quella dove si riunivano a pregare gli uomini, un'altra più piccola dove si adunavano a pregare le donne, ed un'altra infine posta sopra quest'ultima e sempre ad uso delle donne.

    Nota bibliografica.
    A. MONTANARI, La presenza degli Ebrei a Rimini dal 1015 al 1799, 2011, <http://www.scribd.com/doc/46468695/Ebrei-a-Rimini-1015-1799>.
    Il testo sviluppa quattro articoli pubblicati sul settimanale «il Ponte» di Rimini nel 2005: 1. Rimini anticipa il ghetto ebraico (n. 42), 2. Ebrei, dal dazio del porto ai prestiti (n. 43), 3. Ebrei, le sinagoghe e il cimitero (n. 44); e nel 2006: 4. Ebrei di Pesaro a Rimini a fine 1700 (n. 22). Per questi ed altri materiali poi usciti a stampa, tra cui «L' Heretico non entri in fiera». Società, economia e questione ebraica a Rimini nel secoli XVII e XVIII. Documenti inediti, «Studi Romagnoli» LVIII (2007), Cesena 2008, pp. 257-277, si veda in http://www.webalice.it/antoniomontanari1/indici/storia.ebrei.rimini.1192.html.

    Antonio Montanari
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  • A Vittorio Emiliani, «Romagnoli & Romagnolacci», come recita il titolo del suo ultimo libro (Minerva ed., Bologna), debbono essere grati per questa sua enciclopedia del ventesimo secolo. Nella quale Rimini ha un ruolo non secondario. A partire proprio dall'introduzione, dove Emiliani ci ricorda (p. 5) un aspetto spesso dimenticato o cancellato per convenienza diciamo così politica, il rispetto del passato.
    Emiliani rimanda al piano regolatore di Rimini al quale, alla fine degli anni '60, «ci si aggrappava per scongiurare la speculazione (un nuovo supermarket) che la Curia intendeva autorizzare nel palazzo dell'antico Seminario, a lato nientemeno del magico Tempio Malatestiano di Leon Battista Alberti».
    Come, nella stessa zona, quel passato sia stato poi violentato dai politici, lo dimostra ciò che ancor oggi si può vedere ponendosi accanto alla fiancata a mare del Mercato coperto, e guardando verso Est (il Nord è al porto...): ovvero l'inserimento volgare e becero del cemento moderno all'interno dei muri trecenteschi del convento francescano. Dove ebbe sede la prima biblioteca pubblica d'Italia (1430).
    E poi andate a controllare qualche vecchio volume che riproduca la facciata della chiesa di san Francesco, alla sinistra di quella del Tempio, oggi orribile prospetto di vetro e cemento. Esisteva ancora negli anni Cinquanta, quando al Tempio si teneva la Sagra musicale malatestiana, la cui prima edizione è del 1950, anno della riconsacrazione della chiesa dopo i restauri postbellici.
    Un'altra tirata d'orecchi, Emiliani la riserva a Rimini a p. 111 dove la definisce «strana città che la monocultura turistica esasperata ha letteralmente stravolto».
    E pure qui il rinvio è ad una questione edilizia, il rifacimento del teatro in piazza Cavour con un progetto poi ritirato dopo esser stato definito «culone». A questo progetto Emiliani collega «l'ottusità dimostrata da tutta una serie di amministratori riminesi» (p. 112). Non gli si può dare torto.

    Antonio Montanari
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  • Cultura a Rimini tra 1600 e 1700.
    Una mappa europea delle idee.

    Introduzione.

    Il Sito riminese di Raffaele Adimari (Brescia, 1616) esce come rielaborazione di pagine «sparse» composte dal dottor don Adimario Adimari, rettore di Sant'Agnese e figlio del cavalier Nicolò.
    Mons. Giacomo Villani (1605-1690) attribuì erroneamente il Sito all'olivetano di Scolca (al Covignano) padre Ippolito Salò, matematico, nipote di mons. Paolo che fu al servizio del cardinal Carlo Borromeo.
    Raffaele Adimari ricevette in dono le 62 carte «sparse» (Elogio del sito riminese, ms. 617, BGR) di don Adimario il 20 dicembre 1605 dal nobile Francesco Rigazzi che le possedeva (Schede Gambetti 111 e 113 fasc. 1; 25, fasc. 76, BGR).
    Rigazzi è il fondatore del collegio dei Gesuiti di Rimini. Nel 1610 dopo aver diseredato il figlio Giovanni Antonio («un bastardo criminale», lo definisce), lascia usufruttuaria la moglie Portia Guiducci. Alla di lei morte, i beni finiranno ai Gesuiti «col patto però, che detti padri siano tenuti a fondare in Rimino un Colegio nel quale siano obligati à gloria di Jddio et à benefitio della mia carissima patria insegnare, et fare tutte quelle operationi, che fanno ne gli altri Colegj d'Italia sì di legere publicamente come di ogni cosa solita da farsi da loro nell'altre».

    Nel 1619, 1622 e 1626 («donatio inter vivos»), Rigazzi conferma le sue volontà. Dal 1627 i Gesuiti cominciano ad operare a Rimini. Nei giorni di Carnevale introducono una novità che provoca proteste: predicano in piazza. Il 14 giugno 1631 aprono la loro prima chiesa nel granaio di Rigazzi, con il nome di San Francesco Saverio. Il 22 agosto, Rigazzi muore. La vedova apre ai Gesuiti un pezzo della sua casa, dove da novembre s'inizia «la scola».

    Torniamo agli Adimari. Le ricerche sulla loro genealogia hanno tormentato le più belle intelligenze locali. I risultati pervenutici confermano che la Storia può a volte essere più fantastica che veritiera, non per secondi fini ma semplicemente per eccesso di presunzione degli scrittori.
    Il 23 agosto 1750 Giuseppe Garampi (a Roma dalla fine del 1746) attiva l'abate riminese Stefano Galli che gli scrive il 27 di aver consultato il manoscritto delle Famiglie riminesi di Raffaele Brancaleoni, non trovandovi «cosa veruna» di Raffaele Adimari o notizie per stabilire il suo grado di parentela con Adimaro. Galli nel Diario de' Morti (1610-1634) del canonico Giacomo Antonio Pedroni vede citato un Raffaele figlio di Pietro che però non ha sangue nobile essendo di «famiglia cittadinesca» [1].
    Né Garampi né Galli avevano evidentemente letto il Sito di Adimari, dove l'autore (II, p. 54) dichiara che la congiura del 1498 contro Pandolfo Malatesti fu organizzata in casa dei suoi «antecessori», il cavalier Nicolò e «Adimario suo Padre».

    Quando esce nel 1616 il Sito, era già compiuto da due anni il palazzo di Alessandro Gambalunga la cui prima pietra è del 1610. Gambalunga muore il 12 agosto 1619 lasciando al nostro Comune sia il palazzo (costato settantamila scudi) sia la biblioteca posta «nella stanza da basso». In Emilia si aprono molto dopo le biblioteche di Modena (1750), Ferrara (1753), Bologna (Universitaria, 1756), Parma (1769) e Piacenza (1778).
    Alessandro Gambalunga è nipote di un maestro muratore lombardo approdato poi alla mercatura, e figlio di un commerciante «da ferro» arricchitosi con gli affari e le doti di quattro matrimoni. Nel 1583 circa a trent'anni si è laureato in Diritto civile e canonico a Bologna per fregiarsi del titolo, più pregiato di quello nobiliare che aveva acquisito e che oggi è giudicato «dubbio».

    Sul «tronfio quanto spiantato ceto patrizio locale» ricordiamo quanto il bolognese Angelo Ranuzzi, referendario apostolico e governatore di Rimini, annota nel 1660: «Vi sono molte famiglie antiche e nobili che fanno risplendere la Città, trattandosi i Gentiluomini con decoro et honorevolezza, con vestire lindamente, far vistose livree et usar nobili carrozze: nel che tale è la premura et il concetto fra di loro, che si privano talvolta de' propri stabili, né si dolgono di avere le borse essauste di denari per soddisfare a così fatte apparenze».

    Nel 1617 esce il primo tomo del Raccolto istorico di Cesare Clementini (1561-1624) che sarà completato dal secondo apparso postumo nel 1627. Severo il giudizio di Carlo Tonini: l'opera «eccetto che nella parte che comprende i tempi a lui più vicini, è in molta parte un tessuto di equivoci o granchi», e «basta che una notizia sia data da lui solo perché venga accolta con riserva e con sospetto» (Coltura, II, p. 144).
    Nel 1582 Clementini entrò in Consiglio comunale, ricoprendo numerose cariche (fu capo-console) e svolgendo importanti incarichi diplomatici.

    Sia Clementini sia Adimari raccontano la favola della fondazione di Rimini da parte di Ercole citando un frammento («Ariminum a comitibus Herculis conditum») attribuito a Marco Porzio Catone da un noto «impostore» umanista, Annio di Viterbo ovvero il domenicano Giovanni Nanni (1432-1502) che nel 1498 aveva pubblicato i diciassette volumi delle Antiquitatum, una raccolta di brani inventati di sana pianta ma presentati come opera di scrittori greci e romani selezionati da Beroso sacerdote Caldeo (III-II secolo a. C.): si va dalla creazione del mondo al diluvio.
    Anche l'illustre Carlo Sigonio (1520?-1584) era stato tratto in inganno da Annio circa le origini di Bologna nell'opera del 1587 composta quale storiografo ufficiale (nominato nel 1568).

    Raffaele Adimari è ricordato nelle cronache oltre che per il Sito anche per un'altra impresa curata diligentemente nell'agosto 1613: il trasporto da Recanati a Rimini della statua dedicata a Paolo V, divisa in tre blocchi.
    Paolo V, eletto il 16 maggio 1605, era il successore di Clemente VIII che il 10 febbraio 1605 aveva punito Rimini, sottomettendone il vescovo (sino ad allora assoggettato al pontefice) all'arcivescovo di Ravenna, Pietro Aldrobandini suo nipote. Clemente VIII morì poco dopo, il 27 aprile.
    Proposta nel 1610, approvata l'anno successivo (non sapendo però «dove pigliare i denari») ed inaugurata nel 1614, la statua fu segno di ringraziamento al papa per la nomina a cardinale (1608) del concittadino Michelangelo Tonti, arcivescovo di Nazaret, il quale era stato festeggiato con pubbliche manifestazioni di giubilo culminate in disordini, e descritte da Carlo Tonini come «colmo di gioia» e «straordinaria libertà non divietata da alcuno».
    Alla fine, per merito della gioventù, radunata in casa d'Ercole Paci, cavaliere di Santo Stefano, se ne andarono in fumo botti, tavolati delle botteghe e persino le panche delle chiese e delle scuole con danni per tremila scudi (Storia, V, II, pp. 677-678).
    Altri disordini si verificano nel 1615, con la distruzione del ghetto degli Ebrei situato in via Sant'Andrea, in un tratto che andava dall'oratorio di Sant'Onofrio alla cosiddetta «Costa del Corso»: «e in quella occasione si vide l'odio popolare contro quella gente», osserva Carlo Tonini che poi nel suo Compendio giudica l'episodio «di minor momento» e quindi da trascurare (C. Tonini, Storia, V, I, 410; Compendio, II, p. 322).

    La rivolta popolare contro gli Israeliti nel 1615 è favorita dall'atteggiamento persecutorio di alcuni nobili, tra cui va ricordato un personaggio di spicco nella vita romana ed in quella politica italiana, Giovanni Galeazzo Belmonti.
    Nell'ostilità contro gli Ebrei gioca un ruolo fondamentale pure la propaganda antisemita svolta dai padri Girolomini o Romiti di Scolca, che convincono il cardinal legato Domenico Rivarola ad ordinare l'abbattimento dei due portoni del ghetto posto lungo la contrada di Sant'Andrea (via Bonsi), nel tratto che va dall'angolo verso piazza Malatesta degli attuali Bastoni Occidentali detti allora «Costa del Corso», sino all'oratorio di Sant'Onofrio. Questo oratorio era di proprietà dei padri Girolomini sin dal 1494.
    La cronaca di mons. Villani data al 15 giugno la demolizione delle porte del ghetto, dal quale la «perfida gens Iudeorum» aveva ricevuto già l'ordine di allontanarsi [Cfr. C. Tonini, VI, 2, p. 760].
    Dell'antisemitismo secentesco restano profonde tracce nelle pagine composte da Carlo Tonini sue secoli e mezzo dopo: «Così la Città nostra ebbe il contento di vedersi liberata da quella odiata gente» [Cfr. C. Tonini, VI, 2, p. 761].
    I fatti del 1615 sono raccontati con toni sbrigativi, utili soltanto a dichiarare la pubblica felicità per la 'partenza' di gente a cui erano attribuite soltanto scelleratezze, come testimonia una cronaca di Anonimo [questa cronaca, datata 1728, racconta le vicende riminesi a partire dall'anno 1601] in cui leggiamo che la cacciata degli Ebrei avvenne «per le infinite indegnità che commettevano contro la nostra Santa Fede, ed imagini de' Santi, ed altre enormità le quali non è da me dirle».

    Nota. Il titolo di queste pagine, «Cultura a Rimini tra 1600 e 1700» restringe la cronologia iniziale di qualche anno perché, «in buona sostanza» (come diceva un personaggio di telefilm di successo), occorrerebbe partire dalla chiusura del Concilio tridentino, durato dal 1542 al 1563. Ma scrivere un titolo come «Cultura a Rimini dall'età post-tridentina a quella napoleonica» mi sembrava un poco sovrabbondante.


    Bibliografia.
    La «cronaca di Anonimo» che troviamo cit. in Carlo Tonini (cfr. VI, 2, p. 761), è il «Compendio di Storia riminese fino al 1726 posseduto già dal sacerdote D.n Luigi Matteini», come si legge in altro testo di C. Tonini, il tomo II della sua Coltura letteraria, Rimini 1884, p. 532.


    F. G. Battaglini, Memorie istoriche di Rimino, ed. an., Rimini 1976
    P. Delbianco, La biblioteca Gambalunghiana, in «Storia illustrata di Rimini», IV, Milano, 1991, pp. 1121-1136
    G. Rimondini, I Gesuiti a Rimini, 1627-1773, Rimini 1992, passim
    C. Casanova, La storiografia a Bologna e in Romagna, «Storia dell'Emilia Romagna», II, Imola 1977
    Per la statua di Paolo V, cfr. il volume Paolo V in Rimini, Arengo Quaderno n. 3, 2004

    Per le vicende ebraiche del XVIII sec., cfr. A. Montanari, Fame e rivolte nel 1797. Documenti inediti della Municipalità di Rimini, «Studi Romagnoli» XLIX (1998), Stilgraf, Cesena 2000, pp. 671-731; e Furore dei marinai, «Studi Romagnoli» LIII (2002), Stilgraf, Cesena 2005, pp. 448-511.


    Per le vicende ebraiche, si veda anche «L'heretico non entri in fiera». Società, economia e questione ebraica a Rimini nei secoli XVII e XVIII. Documenti inediti.
    Storia degli Ebrei a Rimini. Serie completa degli scritti.

    Antonio Montanari


  • A cento anni dalla nascita, Nevio Matteini è ricordato da una biografia che suo figlio Annio Maria ha pubblicato presso Guaraldi.
    Il volume raccoglie memorie domestiche, racconta vari panorami storici che hanno fatto da sfondo al lavoro di Nevio Matteini, e documenta un'intensa attività di cronista e di scrittore.
    Ho conosciuto bene il prof. Matteini. Mio padre Valfredo curò per l'editore Cappelli di Bologna la diffusione e la vendita di un'opera di Matteini, «Romagna», apparsa nel 1963.
    Trent'anni dopo, il 10 gennaio 1993, riprendendo una frase di Sergio Zavoli, secondo cui «Rimini non onora il cittadino che si fa onore», scrivevo quanto segue.
    Ci è capitato di parlarne con un vecchio amico che vive e lavora a Milano, l'arch. Annio Maria Matteini, con cui abbiamo amaramente constatato come nulla Rimini faccia per ricordare chi alla nostra città ha dato tanto. Suo padre, lo scrittore Nevio Matteini, è scomparso il 16 gennaio 1992: ad un anno di distanza, la Cultura riminese sembra averlo dimenticato. E con il suo, potremmo citare altri nomi, tra cui quelli del prof. Carlo Alberto Balducci che ci lasciò nell'estate del '91, o di Luigi Pasquini, Davide Minghini, Flavio Lombardini, Oreste Cavallari, morti da più tempo, e quindi testimoni ancora più accusatori dell'andazzo. È crudele che la città del padre di «Amarcord» debba lamentare quell'invecchiamento aterosclerotico che si sostanzia tra le altre cose nella dimenticanza.
    Fine della citazione. Ora aggiungo una notizia d'archivio. Rimini non è soltanto la città delle dimenticanza, ma pure dell'arroganza di certi padri inquisitori, di cui fece le spese lo stesso Nevio Matteini, forse per primo, sul finire degli anni Settanta, con un duro attacco ricevuto da un foglio locale, che prendeva di mira la sua Storia di Rimini.
    Ho già raccontato anni fa che in seconda Magistrale fui rimandato in Italiano, ed il prof. Matteini disse a mio padre di andare a ripetizione da lui. Alla lettura della prima prova scritta che mi aveva assegnata (i suoi titoli erano chiaramente liceali, ovvero non facili), ebbi la soddisfazione di sentirmi dire: «Ma lei sa scrivere».
    La sua abitudine di dare del lei agli studenti. La adottai quando poi cominciai ad insegnare pure io.
    Una delle prime supplenze, appena laureato, nella primavera del 1966, fu proprio nella cattedra di Filosofia, tenuta dal prof. Matteini allo Scientifico Serpieri.
    Un gruppo di studenti m'interpella per una conversazione pomeridiana autogestita (l'aggettivo non era ancora entrato nel lessico studentesco). Ci vado volentieri, discutiamo a lungo con libertà ed amicizia. Poi alla fine, uno dei ragazzi della mia terza classe mi ferma: «Lei ieri ci ha dato un'interpretazione luterana di sant'Agostino». Mi mostra il quaderno degli appunti. Gli spiego che la frase tra virgolette non era un mio commento ma un testo dello stesso filosofo d'Ippona.
    Il giovanotto si giustifica: ha ricevuto l'imbeccata dell'appunto sugli appunti del sottoscritto da un mio collega di corso, l'insegnate di Religione.
    Nel libro di Annio Matteini, ci sono pagine di grande onestà intellettuale, come quando egli ricorda quanto suo padre «avesse patito per la propria giovanile adesione al fascismo», senza mai celarla per «differenziarsi dai tanti che avevano cercato di celare o di negare un passato analogo» (p. 19).
    Un altro passo da segnalare: il prof. Matteini aveva un assoluto disdegno verso la borghesia arricchita, altolocata ed incolta che pretendeva di dirigere la vita cittadina, anche grazie all'«ostentato ossequio alle gerarchie ecclesiastiche locali».
    Antonio Montanari

     

    Archivio: Cagliosto narrato da Matteini


  • Bartolomeo Malatesti, un "dimenticato" Vescovo di Rimini (1445-1448).

     

    Il titolo di queste pagine nasce dalla conclusione di ricerche biografiche per un personaggio "dimenticato", nel senso che, dovunque, si legge che della sua famiglia di provenienza non sappiamo nulla.
    L'unica fonte che contiene una notizia fondamentale è Frate Bernardino Manzoni il quale, nel suo "Caesena Sacra" (Pisa 1643, I, p. 72), scrive che Bartolomeo Malatesti è "Pandulphi Malateste Soliani Comitis [...] germanus frater". Di Pandolfo Malatesti, fratello di Bartolomeo, si precisa poi che "anno 1391 Patricius, Consiliarusque Caesenaticenis Urbis erat".
    Dal 4 gennaio 1391 i fratelli "Carlo Pandolfo Malatesta e Galeotto di Galeotto Malatesti" sono vicari di Cesena (Mazzatinti, p. 325). Quindi Bartolomeo Malatesti è pure lui figlio di Galeotto I (+1385), nato da Pandolfo I, figlio a sua volta di Malatesta da Verucchio.

    Tutto il nuovo che si può scrivere sopra Bartolomeo Malatesti Vescovo, è in queste poche righe di Frate Bernardino Manzoni. Altre notizie, non ne ho trovate, tranne quelle di cui dirò per esaminare un altro passo del "Caesena Sacra", dove si attribuisce al nostro Bartolomeo anche il titolo di Vescovo di Dragonaria, confuso da Frate Manzoni con un bolognese, un altro Bartolomeo, che però faceva di cognome Gardini, e che scompare nel 1403.
    La mancanza di altri dati biografici e la necessità di precisare le informazioni contenute nel "Caesena Sacra", mi avevano suggerito il titolo di queste pagine, appunto "Storie senza storia", che in un primo momento però non mi convinceva molto. Esso mi sembrava contenere in sé la contraddizione logica tra quella parola plurale che ha valore affermativo, e le altre due della precisazione che sottraevano alla prima la sua stessa sostanza.
    Mi chiedevo, insomma: ma se sono Storie possono mancare di storia, ovvero di un contenuto che in effetti non c'è? Il paradosso logico mi si è svelato come verità metodologica soltanto grazie alla lettura di un breve saggio del prof. Nicola Gardini intitolato "Parole e omissioni". La luce che ha riacceso la speranza di poter mantenere quel titolo, deriva da questo passo di Nicola Gardini: "La lacuna mira non alla diminuzione, ma allo sviluppo".
    Gardini si riferisce alle lacune dei testi narrativi o alle mutilazioni delle opere d'arte come la Venere di Milo. E richiama il "De oratore" dove Cicerone spiega il ruolo del lettore, come quello di un cercatore d'oro che va a scavare dove il testo gli indica.
    Il lettore della biografia di Bartolomeo Malatesti Vescovo di Rimini, deve scavare pure lui, per scoprire così appunto il "Caesena Sacra". Dove un'ulteriore azione ci porta lontano, a constatare (come si è detto) che Frate Bernardino Manzoni confonde il nostro Bartolomeo con un altro Bartolomeo, quando lo definisce Vescovo di Dragonaria. Il buon Manzoni chiama a testimone un autore che non ha però nessuna colpa.
    Frate Bernardino Manzoni racconta pure che il nostro Bartolomeo è stato nel 1397 Vescovo di Dragonaria, indicando come fonte bibliografica un'opera dell'emiliano Pietro Ridolfi da Tossignano (1536-1601), "Historiarum Seraphicae Religionis libri tres", edito a Venezia, "apud Franciscum de Franciscis Senensem", nel 1586.
    Ridolfi, nel II libro della sua opera, tratta dell'origine dei Malatesti e ricorda la presenza di Bartolomeo Malatesti a Rimini ("Custodia Foroliviensis", pp. 268-269).
    A p. 266 invece, sotto l'anno 1397, si ricorda un "magister Bartholomeus episcopus Dragonarie", attivo a Bologna. Non dice, Ridolfi, che sia Bartolomeo Malatesti come invece leggiamo in Manzoni. Il quale Manzoni scrive appunto "Rodulphio teste", ovvero per testimonianza di Ridolfi, relativamente a Bartolomeo Malatesti. (Nel III libro, p. 333, incontriamo una breve biografia del ricordato Pietro Ridolfi da Tossignano.)
    La "mutilazione" di questa seconda (falsa) notizia m'ha obbligato a scavare ancora, facendomi raccogliere materiale molto interessante che costituisce una mappa di notizie tra il religioso ed il politico, molto simile a quelle che si possono tracciare per le vicende malatestiane tra fine Trecento ed inizio Quattrocento.
    Alla fine, le parole di Gardini mi hanno convinto a lasciare il titolo che avevo pensato e poi criticato. Tra le stranezze o le casualità della Storia, ricordo en passant che quello studioso di letteratura ha lo stesso cognome del Bartolomeo Vescovo di Dragonara, appunto Gardini.

    Torniamo al principio di tutte le cose, almeno a quelle che riguardano il nostro Bartolomeo Malatesti figlio di Galeotto I (defunto il 21 gennaio 1385). Per pura prudenza biologica, la nascita di Bartolomeo può essere collocata soltanto prima di questo 1385. I biografi ci raccontano che Bartolomeo quando scompare il 5 giugno 1448 "morì vecchio assai", come riporta Luigi Nardi (p. 224) rimandando ai "nostri Storici" e all'Ughelli.
    Ad occhio e croce, come dicevano saggiamente i nostri vecchi, e con una botta di conti veloce, non è azzardato collocare la nascita di Bartolomeo circa 80 anni prima del decesso, il che fa ipotizzare una data attorno al 1370.
    Di Galeotto I sappiamo soltanto che nel 1323 è promesso sposo ad Elisa della Valletta (le nozze avvengono il 3 giugno 1324). Considerata pure l'usanza di nozze precoci in quel tempo, non possiamo però collocare la nascita di Galeotto troppo vicina a questa unica notizia che abbiamo sui suoi primi anni.
    Elisa della Valletta è nipote del governatore pontificio della Marca, Aurelio di Lutrec, e figlia di Gugliemo signore della Valletta. Gli sponsali sono un atto di ringraziamento diretto ai Malatesti per la loro militanza a favore della Chiesa, come osserva Tania Cazzotti.
    Accettiamo la lectio autorevole di Anna Falcioni che pensa, "con ogni probabilità", ai "primi anni del Trecento", poco dopo il fratello "Malatesta detto l'Antico, con il quale condivise, in perfetta sintonia, larga parte della propria esistenza". Per l'Antico, detto anche Guastafamiglia, Falcioni colloca la sua venuta al mondo "intorno al 1299".
    Da questo punto in avanti procediamo soltanto per ipotesi per quanto riguarda la cronologia di Bartolomeo Vescovo di Rimini, mentre tutti gli altri elementi che elenchiamo, sono rigorosamente documentati nelle storie malatestiane di ieri e di oggi. Tutti queste elementi costituiscono quella mappa di notizie tra il religioso ed il politico, di cui si è prima detto.

    Quando nel 1385, scompare Galeotto, i Malatesti hanno vissuto trent'anni di forte esperienza politica, in momenti molto inquieti, a partire dal 1355, quando ottengono il Vicariato in temporalibus di Rimini, Pesaro, Fano e Fossombrone, divenendo attori privilegiati della scena italiana. Nel 1387 Malatesta I (o "dei sonetti") di Pesaro presta soldi ad Urbano VI che lo ha incaricato pure di proteggere l'arcivescovo di Ravenna, Cosimo Migliorati, cacciato dalla sua Chiesa. Nel 1404, Migliorati diventa papa Innocenzo VII.
    Zoommiamo sui Malatesti che sono Vescovi. Il primo che s'incontra è Leale che occupa due sedi: dapprima a Pesaro (1373) e poi proprio a Rimini (1374-1400). Sono gli anni in cui il bastardino (absit iniuria verbis) Bartolomeo viene al mondo, facendo forse balenare a molti l'idea che una vita conventuale prima ed una carriera ecclesiastica garantita dalla parentela poi, potevano essere strade facilmente praticabili per non far vivere a disagio la povera creatura.
    Leale ha qualcosa che lo avvicina a Bartolomeo. Leale è un figlio "spurio" di Malatesta Antico e di una non meglio precisata Giovanna, il cui nome è fatto dallo stesso Leale nel proprio testamento.
    Si sa che Leale ebbe un fratello frate, come si legge in L. Tonini (IV, 1, p. 323). Fu legittimato da papa Urbano II il 5 febbraio 1363.
    Nella recente "Storia della Chiesa Riminese" (II, pp. 432-433) Enrico Angiolini definisce Leale il "caratteristico cadetto avviato alla carriera ecclesiastica", mentre per Bartolomeo (Vescovo di Rimini, 1445) non esclude "il classico ruolo di figlio naturale legittimato ed avviato alla carriera ecclesiastica".

    Nel 1391 Malatesta I di Pesaro è nominato Vicario pontificio della sua città. Nel 1398, per il II semestre, è eletto pure Senatore di Roma. Tre anni dopo lo vediamo aggregato tra i nobili veneziani.
    Brillante iter politico registriamo anche il per il ramo riminese dei Malatesti, con quel Carlo, figlio di Galeotto I e quindi fratello del Vescovo Bartolomeo, che nel 1385 è nominato rettore di Romagna e nel 1386 gonfaloniere della Chiesa. Sarebbe troppo lungo ricordare battaglie e guerre che coinvolgono i Nostri. E che ci travolgerebbero anche attraverso semplici cenni. Le diamo per conosciute, ed amen, soltanto per ragioni di spazio.
    Nel 1390 nasce da Malatesta I di Pesaro (figlio di Pandolfo II) un infante che riceve il nome del nonno e che sarà famoso nelle storie ecclesiastiche per essere stato amministratore loco Episcopi di Brescia (1414), Vescovo di Coutances in Francia (1418) e poi Arcivescovo di Patrasso dal 1424. Scompare nel 1441. Circa la sede francese, si legge in un interessante saggio disponibile sul web ("La France de 1350 a 1450", p. 125) che non è sicuro che Pandolfo si sia recato effettivamente nella sua diocesi.
    Un suo fratello, Carlo (da non confondere con l'omonimo riminese), nel 1416 sposa Vittoria Colonna nipote di Martino V, papa dal 1417 al 1431. Una sorella di Vittoria, Caterina è la seconda moglie di Guidantonio di Montefeltro, la cui prima consorte era Rengarda sorella di Carlo di Rimini.
    A proposito di scambi di persona, in una storia ecclesiastica francese sui vescovi di Coutances, il Pandolfo che ha quel titolo, è detto figlio di Carlo di Rimini e non di Malatesta "dei sonetti". Il celebre Broglio (Gaspare Broglio Tartaglia, Cronaca (1982 p. 32) addirittura considera l'arcivescovo di Patrasso come padre dei suoi due fratelli Carlo e Galeazzo...
    Resta da ricordare l'ultimo Vescovo Malatesti, Antonio, presente a Cesena tra 1435 e 1439. Antonio, vedovo e figlio di Nicolò Filippo di Ghiaggiolo, quarto nella discendenza di Paolo, muore nello stesso 1439. Aveva scelto di assumere l'abito clericale dopo la morte della moglie, come leggiamo in "Caesena sacra", p. 39.

     

    APPENDICI

    Appendice A. Gli enigmi di Frate Bernardino Manzoni
    Frate Bernardino Manzoni (che fu bibliotecario della Malatestiana di Cesena tra 1625 e 1626, come segnalato da A. Domeniconi [1963] e P. Errani [2009]), racconta che il nostro Bartolomeo è stato nel 1397 Vescovo di Dragonaria, indicando come fonte bibliografica un'opera dell'emiliano Pietro Ridolfi da Tossignano (1536-1601), "Historiarum Seraphicae Religionis libri tres", edito a Venezia, "apud Franciscum de Franciscis Senensem", nel 1586.
    Ridolfi, nel II libro della sua opera, tratta dell'origine dei Malatesti e ricorda la presenza di Bartolomeo Malatesti a Rimini ("Custodia Foroliviensis", pp. 268-269). A p. 266 invece, sotto l'anno 1397, si ricorda un "magister Bartholomeus episcopus Dragonarie", attivo a Bologna. Non dice, Ridolfi, che sia Bartolomeo Malatesti come invece leggiamo in Manzoni.
    Il quale Manzoni scrive appunto "Rodulphio teste", ovvero per testimonianza di Ridolfi, relativamente a Bartolomeo Malatesti. (Nel III libro, p. 333, incontriamo una breve biografia del ricordato Pietro Ridolfi da Tossignano.)
    A questo punto se ci indirizziamo alle vicende religiose di Bologna sul finire del XIV sec., scopriamo quanto segue.
    1. Nel 1382 è fatto Vescovo di Dragoneria (sì, il luogo è indicato così, e non Dragonaria) un Bartolomeo Gardini (cfr. A. Masini, "Bologna perlustrata", parte II, Bologna, Benacci, 1666, p. 82). In questa stessa fonte si legge che il 7 giugno 1390 Bartoloneo Gardini "fece la Cerimonia di porre la prima pietra per la fabrica del Maestoso nuovo Tempio di S. Petronio di Bologna". E che lo stesso Bartolomeo morì nel 1403. (La fonte è la "Cronaca" di Pietro di Mattiolo, su cui cfr. C. Albicini, "Bologna secondo la Cronaca di Pietro di Mattiolo", pp. 487-506 del II vol., III serie, "Atti e memorie della Regia Deputazione di storia patria per le province di Romagna, a. a. 1883-1884", Bologna 1884. Per l'evento relativo a S. Petronio, si veda a p. 496.)
    2. Bartolomeo Gardini risulta ascritto ai Collegio dei Teologi di Bologna dal 1371, e Lettore di Sacra Teologia nell'anno 1376. Cfr. S. Mazzetti, "Repertorio di tutti i professori antichi, e moderni, della famosa università", Bologna, Tip. di S. Tommaso d'Aquino, 1848, p. 296). In Mazzetti si legge pure che Bartolomeo fu Vescovo di Dragonara dal 1382 sino al 1390.
    3. È spostata a tre anni dopo l'uscita di scena del Nostro da altro autore, dove leggiamo che appunto nel 1393 Bartolomeo Vescovo di Dragoneria, è espulso a forza dal suo Vescovado, "per aver seguito il partito di Lodovico I d'Angiò". (Cfr. G. Guidicini, "Cose notabili della Città di Bologna", IX, Bologna, Compositori, 1870, p. 364.)
    4. Sul cognome Gardini in Bologna, sono utili le parole di S. Mazzetti, "Repertorio" cit., p. 140: il padre Giambattista Melloni nelle sue "Memorie di San Petronio" (1784), p. 106, dubita molto di tale cognome Gardini attribuito a Bartolomeo da vari autori.
    5. In Ferdinando Ughelli ("Italia sacra", VIII, Venezia, apud Sebastianum Coleti, 1721, coll. 282-283), del Vescovo francescano Bartolomeo si dice che era figlio di Pietro. La fonte di Ughelli è Francesco Alidosi, cardinale (1455-1511), autore di un testo sui Vescovi bolognesi, p. 36.
    6. Circa Draconaria (che significa in latino "grotta") ma anche Dragonaria e Dragoneria, possiamo leggere in varie fonti che la diocesi della località, posta "in finibus Apuliae", era suffraganea della metropolitana di Benevento.Infine la notizia più "sconvolgente" (nel senso che rovescia tutti i discorsi del nostro Frate Manzoni) si trova nel Masini ("Bologna perlustrata", p. 82), che, come si è visto, fa scomparire il Bartolomeo Gardini nel 1403. Aldilà di tutti gli enigmi che possono circondare la biografia del Vescovo Bartolomeo prima del suo arrivo a Rimini, resta importante quanto Frate Bernardino Manzoni suggerisce circa la sua parentela con la casa Malatesti. Restano aperte molte questioni. Se il Vescovo di Rimini non è quel Benedetto morto nel 1403, dove come e quando inizia la sua carriera episcopale?
    7. È da ricordare che, in un'opera uscita a Benevento presso la Stamparia Arcivescovale nel 1646, e curata da Giovanni Michele Cavalieri, il tomo primo della "Galleria de' sommi pontefici, patriarchi, arcivescovi, e vescovi dell'ordine de' predicatori", ovvero dei Domenicani, si legge (p. 250): "circa all'anno 1450" il padre Bartolomeo da Bologna fu eletto vescovo di Dragonara nella Provincia di Terradilavoro del Reame di Napoli. Un suo omonimo Bartolomeo da Bologna (p. 251) nello stesso 1450 è Vescovo di Segna in Croazia.
    8. Circa Dragonara, riproduco da un saggio disponibile sul web (Gabriele Tardio, "I vescovi de Tartaglis e Macini provenienti dall'abazia nullius di San Giovanni e San Marco in Lamis nelle diocesi di Lesina, Dragonara e Minervino"): "La diocesi di Dragonara ha vissuto vicende difficili che andrebbero studiate più attentamente, perché era una nomina importante, come non ricordare il difficile caso di fra Bartolomeo da Bologna, francescano, che non riuscì ad esercitare il suo episcopato a Dragonara e a Bologna benedisse la prima pietra della basilica di san Petronio".
    Tardio nella nota 25 cita varie fonti bolognesi che ricopiamo: "passando ai bolognesi Vescovi ma non Cardinali, entra innanzi a tutti Frate Bartolommeo di Pier da Bologna, dell'Ordine Francescano, Vescovo di Dragonara nel Regno di Napoli dal 1380 al 1390. Fu questi che pose la prima pietra nelle fondamenta della Chiesa di san Petronio in sua patria, dove predicò ed ufficiò sino al 1403, che passò di vita: ed ebbe sepolcro in san Francesco." Salvatore Muzzi, Annali della citta` di Bologna, dalla sua origine al 1796, Bologna 1843, p. 274. "Bologna 7. Giugno (1390.) Il Rev. Fra Bartolommeo Vescovo di Dragonara (22) cantò una solennissima Messa in S. Pietro e in quella benedisse una bella pietra lavorata con l'armi del comune di Bologna, per cominciare di fondare la chiesa nova di s. Petronio e così fu portata alla piazza dove si dovea fare detta chiesa processionalmente.... Dal Lib. II. Provis. fol. 77 (in Archiv. Pub.) abbiamo, che l'anno 1393, a dì 23. Aprile si fece decreto da Magistrati della Città di assegnar al Rev. Bartolommeo di Dragonara Cittadino Bolognese espulso dalla sua Diocesi, ed interdettegli l'entrate sue, lire sessanta d'argento annue per la Messa da celebrarsi tre volte almeno la settimana, pregandolo ad assistere al popolo colla divina parola, e con promessa del primo Benefizio, che fosse per vacare in detta Chiesa: levandogli in quel caso la provvisione delle lire 60. Similmente dal Lib. 9. Introit. & Expens. del Convento di S. Francesco fol. 167, sotto l'anno 1393 7 Settembre abbiamo, che il Vescovo di Dragonaria predicava in Piazza per raccoglier limosine per la fabbrica di S. Petronio. Dragonara, secondo il Baudrand, urbe fuit parva Regni Neapolitani in Provincia Capitanata Episcopalìs sub Archiepiscopo Beneventano, nunc exeisa jacens, e tantum tenuis Vicus, Dragonara dictus, sed Episcopatus suppressut fuit, e Cathedralis Ecclesìa ad ruralem Archipresbyteratum redacta, unita ad Episcopatui S. Severi, teste Ughellio". Giovambattista Melloni, Atti o memorie degli uomini illustri in santità nati o morti in Bologna, Bologna 1786, p. 401 e s.".
    Da Giovambattista Melloni, "Atti o memorie degli uomini illustri in santità nati o morti in Bologna", Bologna 1786, p. 401 e s., sono poi ripresi nel testo questi passi, anch'essi da ricordare: "Note sono le vicende di quei tempi torbidissimi: lo scisma dell'Antipapa Clemente, l'occupazione di Napoli, fatta coll'assenso d'Urbano VI dal Re Carlo, appellato dalla Pace, nipote del Re d'Ungheria; l'investitura del medesimo Regno di Napoli, conceduta dall'Antipapa Clemente a Lodovico Duca d'Angiò Zio del Re di Francia, adottato prima per figliuolo da Giovanna Regina di Napoli; le aperte nemicizie, che pattarono tra papa Urbano ed il predetto Re Carlo; la ribellione de' Napoletani, che ricevettero in Napoli Lodovico figlio del predetto Lodovico d'Angiò, coronato Re dall'Antipapa: nelle quali circostanze costretto fu il detto Vescovo a partirti dalla sua Chiesa di Dragonara, e tornarsene a Bologna. Qui egli esercitò diverse funzioni Vescovili, riferite nella Cronaca dal detto D. Pietro di Mattiolo Fabro".9. Sui cronisti bolognesi del Medio Evo, on line è disponibile l'interessante tesi di laurea di Flavia Gramellini (Università di Bologna) su "Le antichità di Bologna di Bartolomeo della Pugliola".

    Appendice B. Un errore austriaco del 1912
    Enea Silvio Piccolomini, nelle lettere pubblicate a Vienna da Rudolf Wolkan nelle "Fontes Rerum Austriacarum" (vol. LXVII, 1912), cita un "Malatesta quidam ex ordine auditorum" che nel 1447 fa il sermone funebre per papa Eugenio IV (p. 254).A tenere un secondo sermone è il Cardinale di Bologna, ovvero quel Tomaso Parentucelli di Sarzana che succede ad Eugenio IV stesso, con il nome di Niccolò V.
    In una pagina precedente (179) per eventi relativi al 1433 Piccolomini cita il Vescovo di Rimini che, erroneamente, nell'indice è identificato in Bartolomeo Malatesti (p. 287).
    Il Vescovo di Rimini del 1433 è Girolamo Leonardi, frate dell'ordine degli agostiniani. Del Vescovo Leonardi ha scritto E. Angiolini nella recente "Storia della Chiesa Riminese" (II, p. 438), che, di estrazione riminese, fu "di rinomata cultura teologica ma anche [...] diplomatico della cerchia di Carlo Malatesti". La precisazione su Carlo Malatesti torna utile al discorso su Bartolomeo il quale era fratellastro di Carlo.
    Il passo più interessante di Piccolomini nelle "Fontes Rerum Austriacarum", è a p. 165, dove si ricorda l'azione svolta per conto della Chiesa da Carlo Malatesti al Concilio di Costanza, e si definisce lo stesso Carlo "uomo di singolare prudenza".

    Appendice C. Bernardino Manzoni contestato nel 1922
    Frate Bernardino Manzoni, nel suo "Caesena Sacra" (Massa e De Laudis, Pisa 1643, I, p. 72) scrive che Bartolomeo Malatesti è "Pandulphi Malateste Soliani Comitis [...] germanus frater".
    Questa notizia è infondata, secondo Aldo Francesco Massera (curatore nel 1922 delle "Cronache Malatestiane dei secoli XIV e XV", tomo XV, 2 di "Rerum Italicarum Scriptores").
    Il motivo è spiegato da Massera nella nota 1 di pagina 105: "nessuno dei Malatesti di Sogliano portò il nome di Pandolfo per tutto il secolo XIV e il XV"; inoltre "il titolo comitale fu concesso loro solo nel 1480". Insomma ci troveremmo di fronte ad una specie di invenzione del Frate Manzoni. Massera avrebbe potuto verificare la fondatezza della fonte Manzoni, attraverso Luigi Tonini ("Storia di Rimini", IV, 1, Albertini, Rimini 1880, pp. 351-356).
    Ricapitoliamo. Quando Bonifacio IX concede i Vicariati ai Malatesti figli di Galeotto I, Cesena tocca a Carlo Pandolfo (Carlo) detto pure Conte di Sogliano. A Sogliano, il quinto Signore Malatesta VIII scompare nel 1380. La di lui vedova, Agnesina, nel 1389 sposa Bertolaccio Mainardi (cfr. A. Delvecchio, "Le donne dei Malatesti di Cusercoli e Valdoppio" ne "Le Donne di casa Malatesti" a cura di A. Falcioni, Rimini 2005, p. 663), affidando la tutela del figlio Giovanni nato attorno al 1374 ["Non può esser nato più tardi del 1374", L. Tonini, "Storia di Rimini", IV, 1, p. 356] ad un cittadino di Sogliano.
    Bertolaccio Mainardi è stato podestà di Rimini tra 1381 e 1382, scrive ancora L. Tonini (ib., p. 355).
    Quindi con il giovane Giovanni, Sogliano è messa sotto tutela del patrizio cesenate Carlo Pandolfo Malatesti, detto da Bernardino Manzoni "Conte di Sogliano". La notizia non è inventata come suppone Massèra, ma rimanda al quadro complessivo descritto ieri da Tonini, ed oggi ben narrato da Delvecchio.
    Infine, nel II vol. della "Istoria di Romagna" di Vincenzo Carrari (1539-1596), edito da U. Zaccarini nel 2009, a p. 34 si legge che sul finire del 1300 il Castello di Sogliano obbediva al Comune di Cesena. Per il contesto esclusivamente cesenate, si può leggere Scipione Chiaramonti, “Caesenae historia…”, Neri, Cesena 1641. (pp. 687-689).

    Appendice D. Poggio Bracciolini
    Il nome di Bartolomeo Malatesti è richiamato in un'opera di Poggio Bracciolini, "Contra hypocritas" (apparsa nel 1449), nel cui finale troviamo un'invettiva violenta diretta appunto al vescovo di Rimini, citando la sua morte recente.
    Bartolomeo scompare il 5 giugno 1448, per cui gli studiosi datano il testo di Bracciolini a qualche mese dopo.
    Bartolomeo è accusato di aver introdotto ridicole innovazioni nella cancelleria riminese (cfr. Ernst Walser, "Poggius Florentinus Leben und Werke", Leipzig 1914, nota 1, p. 244).
    Qui si ricorda una lettera di Poggio diretta al veneziano Pietro Tommasi l'11 novembre 1447, in cui troviamo: "Nunc adversus ypocritas calamum sumpsi ad exagitandam eiusmodi hominum perversitatem". (Tommasi è figura celebre per i suoi studi medici e letterari: cfr. F. M. Colle, "Storia scientifico-letteraria dello Studio di Padova", III, Tipografia della Minerva, Padova 1825, p. 232.)
    Scriveva Maria Luisa Gengaro (1907-1985) che l'attacco a Bartolomeo Malatesti è dovuto al fatto che il vescovo aveva limitato lo stipendio di Poggio, allora presente alla corte di Rimini (cfr. p. 155 di "Paideia", 2-3, 1947).
    In numerose altre fonti bibliografiche si citano i rapporti burrascosi tra Poggio e Bartolomeo Malatesti (cfr. ad esempio i "Saggi sull'Umanesimo" di S. F. Di Zenzo, 1967, p. 29).

    NOTE bibliografiche.
    Il testo indicato come "Mazzatinti, p. 325", è un documento pubblicato sempre in maniera erronea. Esso è contenuto nel volume di Giuseppe Mazzatinti (1855-1906), "Gli archivi della storia d'Italia, I e II", apparso presso la casa editrice Licinio Cappelli di Rocca San Casciano nel 1897-1898 (nuova edizione presso Georg Olms Verlag, Hildesheim 1988).
    Si tratta di un documento proveniente da Roma, come alla p. 322 dello stesso volume si precisa, riportando un brano del prof. Giuseppe Castellani che qui riproduciamo: "Mons. Gaetano Marini, profittando della carica di Prefetto degli Archivi apostolici del Vaticano, arricchì l'Archivio Comunale di Santarcangelo di Romagna, sua patria, della copia di una serie numerosissima di documenti, la maggior parte inediti, che si riferiscono alta storia del Comune di s. Arcangelo, o de' suoi cittadini, o delle terre e castelli che facevano parte del suo Vicariato".
    In esso si trova la data del 4 gennaio 1391 per il rinnovo dei vicariati da parte di Bonifacio IX ai figli di Galeotto I. Tale data è sempre apparsa come 3 gennaio.
    Sulla cit. da G. Castellani, si veda il suo "Il duca Valentino. Due documenti inediti", in "Atti e Memorie della R. Deputazione di Storia patria per le province di Romagna", serie III, XIV (1896), pp. 76-79. La cit. è presa da p. 76.
    I testi di Anna Falcioni sono contenuti nel DBI (Volume 68, passim, 2007).
    Il saggio "Parole e omissioni" di N. Gardini si legge ne “la Repubblica” del 29 agosto 2013 come anticipazione dell'intervento previsto al Festival della Mente di Sarzana per il 31 agosto successivo.

    SUL WEB
    Per il contesto religioso-politico in cui agiscono i Malatesti si vedano queste pagine web:
    a) Alle origini di Rimini moderna. 1. Malatesti e l'Europa
    b) Alle origini di Rimini moderna. 2. Il potere delle donne
    c) Pandolfo I. Dal Papa in premio una nuora
    d) Malatesti, Europa e Chiesa
    e) 1357, intrighi politici fra Milano e Praga. Malatesti, Petrarca e Visconti
    f) Londra contro i Malatesti, 1357. Pandolfo gira l'Europa per conto della Chiesa

    ARCHIVIO MALATESTI
    Per l'indice di tutte le pagine sui Malatesti si veda questa pagina.
    Per le pagine precedenti sui Vescovi di casa Malatesti, esiste questo indice.

    Antonio Montanari