• Malatesti, se lo storico inventa

    Il caso di Pandolfo II Malatesti è illuminante. Lo fanno nascere molti anni dopo la sua vera venuta al mondo, cioè nel 1325 e poi quando ha sui dieci anni (1335) lo presentano miracolosamente al comando di armati vittoriosi che gli garantiscono la carica di podestà di Fano.
    Occorrerebbe un altro Freud per descrivere la psico-patologia degli storici che non hanno il buon senso normale in un lettore qualsiasi di libri. In mancanza di ciò, basterebbe a quegli eccelsi studiosi di mettersi a contare con le dita delle mani. Per constatare che nove o dieci anni sono pochi per guidare una truppa, anche se in quei tempi (tanto rimpianti da chi, ignorando tutto della Storia, li crede ispirati alla grande morale dell'Occidente), essi bastavano per celebrare matrimoni imposti soltanto dalla ragion politica. 
    Uno studioso italiano nel 1907 ha posto il problema della nascita di Pandolfo II, anticipandola dal 1325 al periodo 1310-1315. L'unico accenno a questo studioso pare essere quello presente in un saggio apparso a Stoccolma nel 2004.

    Pandolfo II scompare nel 1373. Ma anche su questa data c'è stato un equivoco, per fortuna meno diffuso di quello relativo alla nascita.
    Prendiamo una vecchia edizione delle lettere latine di Francesco Petrarca, quella curata da Giuseppe Fracassetti nel 1863 (vol. III, p. 373). L'epistola n. 27 (del 28 agosto 1367) delle cosiddette "Variae", diretta a Pietro di Bologna, dice che al poeta le cose stavano andando alquanto bene quando fu rattristato da due notizie, la partenza di Pandolfo Malatesti e la morte di Giovanni Pepoli.
    Petrarca da intellettuale incallito e forse soltanto per passare il tempo, fa lo spiritoso come ogni intellettuale incallito crede di essere autorizzato ad apparire in ogni circostanza.
    Infatti scrive (chiediamo scusa per la citazione latina che può provocare orticaria in chi non ci ama): "Omnia enim satis prospere ibant, nisi e duobus oculis meis alter abiisset, alter obiisset: Dominum Pandulphum loquor, ed Dominum Iohannem De Pepolis...".
    I due verbi usati da Petrarca (ecco la spiritosaggine da intellettuale), sono uguali tranne che nella lettera iniziale. "Abire" significa partire, "obire" invece tirar le cuoia.

    Nel riassunto che offre (in latino) sotto il titolo della lettera 27, Fracassetti scrive erroneamente "De obitu Pandulphi Malatestae et Iohannis Pepoli", ovvero "Della morte di Pandolfo e di Giovanni Pepoli". Quando traduce questa lettera 27 in italiano (vol. V, p. 310), Fracassetti si corregge.
    Nel sommario infatti mette: "Della partenza di Pandolfo Malatesta, e della morte di Giovanni Pepoli". La traduzione di Fracassetti del passo latino che abbiamo riportato, è la seguente: "Tutto mi sarebbe andato a seconda, se non fossero venute a turbarmi una partenza e una morte...".
    Tutto risolto? No, perché il buon Fracassetti nell'edizione italiana (quinto ed ultimo volume) delle lettere petrarchesche, inserisce un indice in cui c'è ovviamente tutto su tutti, e di Pandolfo II (p. 521) si dà la notizia della morte contenuta appunto nella lettera 27 delle "Variae".

    Un altro errore malatestiano di Fracassetti riguarda la lettera 18 delle "Variae" che nel testo latino (III, 341) è detta indirizzata "Ad ignotos". L'errore è ripetuto in quello italiano (V, p. 263).
    Edizioni più recenti invece riportano quella epistola (del 1364) con i nomi esatto dei destinatari, Pandolfo II e Galeotto detto Malatesta Ungaro perché nel 1347 nominato cavaliere dal re d'Ungheria. La lettera è importante perché esprime il cordoglio di Petrarca ai due fratelli per la scomparsa del loro padre, Malatesta Antico detto "Guastafamiglia". Essa è definita un grave danno anche per l'Italia. Di lui, aggiunge il poeta, resta il ricordo lieto di una vita gloriosa, e soprattutto più famosa di tutti gli altri contemporanei.

    Il tono di affettuosa partecipazione al dolore di Pandolfo II per la morte del genitore, conferma che sia in Petrarca sia nel politico e condottiero non restano tracce di quei contrasti che oppongono il Malatesti ai Visconti e costringono il poeta a scrivere male parole contro l'amico in nome dei propri datori di lavoro, come si è visto in una pagina precedente.
    Riposi in pace, Malatesta Antico, e la sua ombra ci perdoni se adesso parliamo della sua consorte che soltanto confuse cronache locali (detto fuori dai denti, il solito Clementini, come malignerebbe Carlo Tonini), identificano in Costanza Ondedei da Saludecio.

    Fonti lontane da Rimini parlano invece di un'altra Costanza, della casa d'Este, figlia di Azzo VIII e della sua seconda moglie, Beatrice d'Anjou, figlia di Carlo II re di Sicilia.
    La prima moglie di Azzo VIII è stata Giovanna Orsini nata da Bertoldo conte di Romagna nel 1278, il cui padre è Gentile I Orsini fratello di Giovanni Gaetano divenuto papa Niccolò III. Bertoldo conte di Romagna ha un fratello, Orso Orsini che genera un altro Bertoldo (+1344) padre di quella Paola Orsini (+1371) che diventa moglie di Pandolfo II, madre di Malatesta dei Sonetti e nonna di Cleofe.

    Le notizie delle nozze di questi signori medievali, non interessano quale motivo di pettegolezzo mondano o sessuale in stile dannunziano. Servono a delineare un contesto politico, in cui ogni matrimonio corrisponde a precisi disegni di strategia dinastica.
    Clementini ha confuso le notizie sulle Costanze che appaiono in casa d'Este e in quella dei Malatesti.
    Per non farla lunga, c'è la Costanza (I) che sposa l'Antico, e c'è la Costanza (II) che sposa in seconde nozze il figlio dell'Antico, Malatesta Ungaro, e che era nata da Obizzo III d'Este e dalla sua seconda moglie (1347) Filippa Ariosti. Per non restare nel vago, e quindi prevenire le altrui maldicenze, precisiamo: Obizzo III, signore di Modena e Ferrara, è figlio di Aldobrandino II fratello di Azzo VIII padre della Costanza (I) che sposa l'Antico.

    Non dimentichiamoci di Filippa Ariosti: pare che le nozze della nobile bolognese con Obizzo III siano avvenute soltanto in "articulo mortis", dopo che aveva dato al proprio compagno undici o più figlioli lungo un ventennio.
    Dalla sua famiglia, trapiantata da Bologna a Ferrara, germogliano "uomini illustri assai in diverse classi", come quel Ludovico Ariosto poeta, secondo quanto si legge nelle "Memorie per la storia di Ferrara" di A. Frizzi (1850, p. 313).

    Una sorella di Pandolfo II, Maxia o Masia diventa moglie di Opicino Pepoli, figlio di Giacomo il quale era fratello di quel Giovanni che abbiamo incontrato nella lettera di Petrarca del 1367.
    Giovanni e Giacomo dal 1347 al 1350 governano la città di Bologna, dopo la scomparsa del padre Taddeo. (Taddeo Pepoli è il primo signore di Bologna, nel 1337: "dottore in legge ed erede della grande fortuna immobiliare ereditata dal padre esercitando l'attività bancaria", proviene "da una famiglia borghese, che per generazioni aveva esercitato l'attività di beccaio passando poi a quella di notaio", G. Fasoli.)

    Il 1350 è l'anno in cui papa Clemente VI nomina conte di Romagna un provenzale che ha sposato una sua parente, Astorgio di Durfort da Limonges.
    Astorgio è considerato abile soltanto a ordire tradimenti, lasciar in pace i nemici e rivolgere le armi contro gli amici. Arresta Giovanni Pepoli quando si reca al suo campo per conferire con lui, la stessa sorte tocca a Giacomo.
    Per liberarli, Astorgio chiede un riscatto impossibile, 80 mila fiorini. Per averli, il 16 ottobre 1350 i Pepoli vendono Bologna all'arcivescovo Giovanni Visconti signore di Milano (per 250 mila fiorini). Astorgio si serve di quei soldi per calmare le proprie truppe che si erano ammutinate perché malpagate.

    La prima moglie di Obizzo III d'Este è Giacoma Pepoli (1317), sorella del Taddeo appena ricordato. Il loro padre si chiama Romeo Pepoli, ed è capo della cosiddetta protosignoria di Bologna.
    Da Obizzo e Giacoma nasce Violante che nel 1345 sposa Malatesta Ungaro di cui è la prima moglie. La seconda (1362) è la Costanza (II) che era pure cognata del marito, essendo sorellastra di Violante d'Este. 
    Circa Romeo Pepoli, lo storico tedesco Heinrich Leo osserva che se con i concittadini si comporta come un "guelfo oltranzista", invece si presenta "spregiudicato in politica estera tanto da favorire il matrimonio della figlia Giacoma con Obizzo III d'Este".
    Queste nozze sono un evento con valore eminentemente politico sia per i Pepoli sia per gli Este. A Bologna già nel 1316 ci sono state acque agitate a danno dei guelfi, mentre si stava formando un nuovo partito ghibellino. Ne era diventato capo appunto Romeo Pepoli, in concomitanza con il matrimonio fra sua figlia Giacoma e Obizzo III, leggiamo ancora in Heinrich Leo. Il quale aggiunge: le nozze sembrano favorire soprattutto gli Este.
    Essi nel 1317, disponendo di grandi risorse in denaro e forti di potenti alleanze, riescono a spingere una parte della borghesia ferrarese a rivoltarsi in loro favore contro la guarnigione francese, approfittando della momentanea partenza del governatore inviato in città da re Roberto di Napoli. 

    Dall'Ungaro e Violante nasce un'altra Costanza (III) che chiameremo "la peccatrice", in riferimento alla leggenda (fonte, il solito Clementini) che la vuole donna dalla "vita disonesta", e nel 1378 vittima di un delitto d'onore pensato in famiglia, mentre giaceva con un nobile tedesco.
    Costanza "peccatrice" nel 1363 sposa Ugo, il fratellastro della propria madre Violante, essendo figlio naturale di Obizzo III (+1352) signore di Ferrara dal 1329 assieme ai fratelli Rinaldo (+1335) e Niccolò I (+1344).
    La memoria di Ugo è stata tramandata anche da Petrarca in una sua lettera al di lui fratello Nicola d'Este, dove ne parla dopo la scomparsa, avvenuta il 2 agosto 1370 (Sen., XIII, 1, 5.8.1370): «Ahi! che perdemmo, [...] un che m'era per dignità signore indulgentissimo, e per amore figliuolo obbediente, il quale non per mio merito alcuno, ma per sola nobiltà dell'animo suo aveva, siccome tu sai, cominciato non tanto ad amarmi quanto a venerarmi, per guisa che più della compiacenza era in me grande la meraviglia di un affetto e di una reverenza tanto sproporzionata alla diversità degli anni nostri e della nostra condizione».

    Ferrara nel 1208 è il primo esempio di città libera in Italia, con l'elezione di Azzo VI detto Azzolino a suo signore perpetuo. Azzo ne era stato podestà (1196), ed aveva lottato a lungo (dal 1205) contro il ghibellino Salinguerra Torelli.
    Ferrara nel 1309 è ritornata alla Chiesa che l'ha ceduta in vicariato a Roberto d'Angiò re di Napoli, figlio di Carlo II e quindi fratello di Beatrice, seconda moglie di Azzo VIII.

    Gli Angioini in questi anni hanno una "presenza costantemente ambigua" nella nostra regione: al servizio della Curia, essi spesso lavorano contro i papi per sete di potere (A. Vasina). Gli Este nel 1327 sono nominati vicari imperiali di Ferrara, nel 1329 vicari apostolici. Nel 1331 essi sono infeudati dalla Chiesa. Bologna nel 1331, con il beneplacito del legato, passa in mano a Giovanni re di Boemia, padre di Carlo IV l'imperatore del tempo del nostro Pandolfo II Malatesti.

    Un'annotazione finale, in base al principio che nella Storia al "momento certosino della competenza" deve seguire "quello della verifica pubblica" (Alberto Melloni). Certi documenti del XII sec. sono stati detti da C. Curradi (1990) non autentici, senza produrre prove, ma parlando vagamente di "critica storica" avversa. La lapide (1490) della malatestiana riminese in San Francesco non ha “sum tua cura”, ma “summa tua cura”. Sulla venuta di Ciriaco d'Ancona a Rimini si accredita (1998) il 1435 e dintorni, quando fonti autorevoli dicono 1441 o 1443. Per altri testi del 1700 si scrive (2010) che non si sa dove siano: invece lo si sa, ed in molti. Basta "indagare".

    © by Antonio Montanari

    Aggiornamento della pagina, 9.11.2010.


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