• Rimini 150. In poche parole 4.Bagni

    Rimini 150. Dal 1861Nel 1861 un terzo dei cittadini vive delle industrie e delle attività portuali, settori messi in ombra dallo sviluppo del turismo. Avviato nel 1843 dallo Stabilimento balneare. Il primo luglio 1873 apre il Kursaal, con annesse la Piattaforma e la Capanna svizzera.
    Scampato pressoché indenne alle bombe dell’ultima guerra, è distrutto dalla volontà di scrivere una nuova pagina politica durante la ricostruzione. Era «la scomoda memoria storica di una attrezzatura d’élite» (G. Gobbi Sica).
    Lo demoliscono gruppi di disoccupati guidati da sindacalisti. Stessa sorte per la parte sopravvissuta del teatro Vittorio Emanuele II. Il sindaco del 1948 Cesare Bianchini (Pci) dice che Kursaal è «una bruttura» da eliminare.

    L’inondazione del Marecchia nel 1866 danneggia tutte le strutture dello stabilimento. Il 21 settembre 1868 il Consiglio comunale vota a favore della gestione pubblica dei bagni. Ne soffriranno soltanto le casse pubbliche.
    Nel 1876 nasce l’Idroterapico (demolito nel 1929). A Riccione nel 1878 sorge un ospizio marino, analogo a quello riminese del 1870 per bambini scrofolosi, vicino all’Ausa.

    Dal 1885 ai nobili ed ai ricchi borghesi il Comune inizia a cedere gratuitamente od a basso prezzo, appezzamenti e tratti di spiaggia acquistati dallo Stato (F. Silari).
    Il Comune crea la nuova industria turistica. I privati si dedicano all’edilizia, un considerevole incremento delle ville fra 1882 e 1902. Esaurita la prima fila comincia l’edificazione interna.

    Nasce un nuovo modello di liberalismo: municipalizzare le perdite dei privati, e contemporaneamente promuoverne le rendite (G. Conti).
    Il Comune non può intervenire per mancanza di mezzi sull’altra faccia di Rimini, caratterizzata dalle condizioni arretrate di vita nella città vecchia e nei borghi.
    Quello di San Giuliano, racconta Achille Serpieri, è «minacciato da un lato dalle fiumane, dall’altro dai flagelli dei mostri dove si annidano signore la tisi, la scrofola e il tifo».

    Su «Il Nettuno», periodico fondato da Domenico Francolini, il 15 agosto 1873 si parla delle «abitazioni dei Poveri», «semenzai di miasmi pestilenziali, case che avvelenano per tutta la vita il sangue, massime ai bambini con la scrofola e colla tisi»: «non luce, non aria, umidità senza fine, e angustia tale che le celle dei condannati sono assai più comode».
    Gli «abitatori di queste bolge infernali, massime i ragazzi» appaiono «squallidi, macilenti, cogli occhi infossati e col pallor della morte sul viso».


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