• Quel Crocefisso sepolto in Gambalunga
    in tempo di guerra

    "Presenti il Prof. Carlo Lucchesi, Direttore della Biblioteca Civica Gambalunga, il Prof. Gino Ravaioli, R(egio) Ispettore on.(orario) ai monumenti, il Geom. Cesare Mengozzi, assistente presso la civica biblioteca, Mussoni Luigi inserviente della stessa e i muratori Lunedei Cesare e Paci Dino che hanno eseguito il lavoro, si è proceduto al recupero del Crocifisso d’oro della maniera di Benvenuto Cellini."
    E’ il 21 agosto del ’45, la guerra è terminata da alcuni mesi e Carlo Lucchesi, direttore della Biblioteca Civica Gambalunga, ritiene, dopo il dramma del passaggio del fronte e i 382 bombardamenti che hanno devastato la città, sia venuto il momento di recuperare uno dei reperti più preziosi della storia di Rimini, quel Crocifisso d’oro attribuito a Benvenuto Cellini donato al Comune di Rimini dal cardinale Michelangelo Tonti dopo la sua elezione a Vescovo di Cesena il 27 marzo 1612.
    Un bene preziosissimo che "il Prof. Lucchesi nell’ottobre del 1943 – si legge nel verbale che attestava il recupero depositato negli archivi della Biblioteca Civica Gambalunga sottoscritto dai sei presenti – aveva sotterrato in un angolo del cortiletto della biblioteca suddetta, diligentemente racchiuso in una cassetta di zinco saldata con fiamma autogena".

    Così leggiamo in un comunicato dell’Ufficio Stampa del Comune di Rimini che prosegue nella parte che riproduciamo qui sotto.

    E’ una delle tante storie che a 400 anni dalla sua nascita la Biblioteca Civica Gambalunga, la prima biblioteca pubblica d’Italia, conserva tra il proprio patrimonio di conoscenza insieme a tanta parte della storia cittadina.
    Nella storia del "Cristo d’Oro" compare anche l’esistenza di una traccia, probabilmente una piantina, nascosta tra gli archivi della biblioteca che Lucchesi tracciò per far sì che in qualsiasi caso, in qualunque frangente rimanesse una traccia che consentisse di recuperare il prezioso crocifisso dopo averlo nascosto in un punto segretissimo e inaccessibile del Palazzo Gambalunga: "Solo ne lasciai cenno, per umana prudenza, negli atti della Biblioteca". Un accorgimento che oggi può far sorridere ma che letto con gli occhi d’allora, non dovette apparire assolutamente superfluo, anzi. Rimini dal novembre 1943 al settembre ’44 fu sottoposta a 396 bombardamenti aerei, navali, terrestri, il primo dei quali il 1° novembre del ’43 a solo poche settimane dall’avventuroso sotterfugio. Le bombe furono impietose, ben poco della città fu risparmiato e tra questi, fortunatamente, il Palazzo Gambalunga e quella parte del suo patrimonio inestimabile che non era stata portata al sicuro, a Covignano prima e a Torricella poi. Una fortuna immensa se si pensa alla sorte che toccò alla seminario vescovile, solo dall’altra parte di via Tempio malatestiano che lo stesso Alessandro Gambalunga racconta nel suo testamento di vedere dalle stanze da basso della "sua" biblioteca "che sono dirimpetto all’habitazione del Seminario."

    Fu il Commissario Prefettizio Bianchini – racconta Lucchesi rispondendo formalmente al Sindaco Arturo Clari che subito all’indomani della Liberazione, nel dicembre del ’44, chiedeva conto del crocifisso – che, quando la Cassa di Risparmio avvertì il Comune che declinava ogni responsabilità inerente al deposito, "volle affidare personalmente a me il prezioso oggetto affinché cercassi in ogni maniera di salvarlo; e io, chiusolo in una scatola di zinco ermeticamente sigillata con saldatura autogena, lo collocai in un punto segretissimo ed inaccessibile del palazzo Gambalunga, che è rimasto inviolato."

    Un punto segretissimo che Lucchesi condivise prudentemente, oltre con il segno nascosto nell’archivio, con il solo Augusto Campana "col vincolo dell’assoluto segreto". Scelse così di "sotterrarlo in un cortiletto interno a Palazzo Gambalunga che serve da ripostiglio per i rifiuti della Biblioteca." E continua – "Fingendo pertanto di dover esplorare le fondamenta del palazzo e usando molteplici accorgimenti, condussi il lavoro in modo che né i muratori da me adibiti, né gli impiegati stessi della Biblioteca seppero o sospettarono mai la realtà della cosa."


  • Anna Rosa Balducci,
    «Idee per una mattina di pioggia»

    Travagli del presente e del passato (ovvero di lontane origini famigliari ebraiche), si fondono in un racconto che offre suggestioni e suggerimenti per comprendere i misteri della Storia e quelli (direbbero i filosofi) della vita.
    Il tutto all'insegna di una saggia opinione che leggiamo a p. 73 di «Idee per una mattina di pioggia» di Anna Rosa Balducci (Edizioni Progetto Cultura): «La mente ha bisogno di un recinto largo per non ammalarsi e per non fare ammalare il corpo».

    La vita quotidiana è amara in una città governata da «gruppi di potere che di diverso dagli antichi feudatari avevano solo la piccolezza della propria personalità».
    Era «un grande paesone fantasma», un «piccolo ghetto di provincia», «con reti di rapporti simili a cosche malavitose».

    La penna di Anna Rosa Balducci scava con delicata fermezza, delinea contorni di figure, che lentamente si accrescono nei particolari dei modi e delle idee, suggerendo una conclusione pessimistica che non tocca soltanto il destino della protagonista, Marta, ma «il degrado» di tutto il nostro Paese «negli ultimi venti, forse trenta anni».

    L'impresa avviata con alcuni amici, anzi la «piccola avventura da sognatori» è finita.
    Dove ricominciare, e come?
    Il passato di quegli antenati «sempre un poco spiazzati» rispetto a loro tempi, rivela «quel fremito d'intelligenza» che porta via, lontano, e così salva, mentre sembra sconfiggere. Oppure ci sconfigge, mentre pare che ci salvi?
    Perché poi Marta pensa che «forse il mondo delle idee è pura malattia», essendo impossibile raggiungere un giusto equilibrio tra gli opposti nella vita reale quotidiana.

    Belle, intense, profonde, le pagine di questo libro di Anna Rosa Balducci, che offre l'esempio di come un'analisi di tipo filosofico possa ancora esprimersi nel racconto, dove ogni storia individuale è collocata in uno sforzo collettivo, generale, insomma storico.

     

    Antonio Montanari
    (c) RIPRODUZIONE RISERVATA


  • La cappella del Tempio malatestiano detta delle sette Arti liberali, presenta le materie di studio per gli uomini liberi (ai servi toccavano le arti manuali).
    Essa va "letta" con alcune precauzioni di metodo.
    Le materie sono Grammatica, Dialettica, Retorica (il "Trivio"), Aritmetica, Geometria, Musica, Astronomia (il "Quadrivio").
    Nella cappella le immagini sono però diciotto. Per questo motivo uno studioso come Corrado Ricci scrisse che in essa vi è "altro ancora", con un'incerta espressione simbolica delle figure.
    Noi proponiamo una veloce lettura delle diciotto immagini suddivise nelle due colonne laterali ed in tre strisce per colonna, partendo dall'alto verso il basso per ogni striscia che indichiamo con lettera dell'alfabeto.

    Striscia A: la Natura ispira l'Educazione che opera attraverso la Filosofia.
    Strisce B e C, le materie di studio: Letteratura, Storia, Retorica (Arte del discorso), Metafisica (o Teologia), Fisica, Musica.
    Nelle due strisce successive (D, E), si mostra come conoscere la Natura attraverso le Scienze che sono: Geografia, Astronomia, Logica, Matematica, Mitologia e Botanica.
    L'ultima striscia (F) rivela lo scopo della Cultura, ovvero educare ad una vita tra cittadini tutti uguali e quindi liberi: qui le tre immagini rappresentano la Concordia, la Città giusta, e la Scuola.
    Il tema della Concordia ha una doppia lettura. Esso riguarda non soltanto la vita della città (opponendosi ai governi dei prìncipi come Sigismondo), ma pure l'Unione fra le due Chiese (proclamata il 6.7.1439 con un decreto destinato a breve durata). Per quella unione i Malatesti hanno svolto un grande ruolo in nome della Chiesa.
    Nella tavola della Concordia si raffigura un'unione matrimoniale: la donna potrebbe essere Cleofe Malatesti, scelta dal papa come sposa (1421) di Teodoro, figlio dell'imperatore di Costantinopoli, e poi finita uccisa.

    In quest'ultima striscia (F) con la Concordia, la Città giusta, e la Scuola, si dimostra che le «arti liberali» rendono possibile la conquista della libertà come situazione in cui poter realizzare un'armonica convivenza fra gli uomini, e potersi affermare nella società secondo quanto insegnato da Leonardo Bruni con il suo «umanesimo civile».
    Le arti liberali inoltre sono ritenute uno strumento per realizzare un'età nuova attraverso lo studio delle «humanae litterae», alle quali Poggio Bracciolini attribuisce un valore formativo umano e civile, considerando i classici come maestri di virtù civili.
    Vale la lezione petrarchesca della ricerca della «sapientia» che era stata rivolta a far risorgere la «misera Italia».
    Trionfa l'assunto di Coluccio Salutati per il quale gli «studia humanitatis» sono uno strumento per formarsi quali diffusori delle «virtù civili».
    E s'intravede il motto albertiano per cui «tiene giogo la fortuna solo a chi gli si sottomette».
    In questa "immagine" riminese si raccoglie e sviluppa quella che Eugenio Garin ha chiamato «la conquista dell'antico come senso della Storia», con gli elementi tipici del «primo Umanesimo» che fu esaltazione della vita civile non ancora dominata dalle Signorie.
    Ed il fatto che proprio un Signore come Sigismondo offra questa "immagine" di libertà nel suo Tempio, va letto semplicemente quale contrapposizione al potere ecclesiastico.

    L'immagine della Città giusta dell'ultima striscia (F) merita un approfondimento.
    La figura femminile in essa rappresentata, regge con la mano sinistra l'archipendolo, «lo strumento che simbolicamente tutto eguaglia», come scrive Vittorio Marchis in «Storie di cose semplici» (Milano, 2008, p. 46).
    Altre più antiche testimonianze collegano l'archipendolo alla figura di Nèmesi, che con esso misura «la rettitudine delle umane operazioni» (cfr. G. Minervini, «Vaso dipinto di Ruvo», in «Accademia Pontaniana», Fibreno, Napoli 1845, pp. 81-87, 85).
    Nèmesi nella mitologia greca e latina rappresenta la «giustizia distributiva» che punisce chi oltrepassa la giusta misura.
    Secondo Aristotele, la «giustizia distributiva» impone che «gli eguali siano trattati in modo eguale e gli ineguali in modo ineguale, cosicché la polis dovrà distribuire oneri e benefici in modo proporzionale» (M. Rosenfeld, «Enciclopedia delle Scienze Sociali», 2001)
    Vittorio Marchis (p. 47) spiega poi che l'archipendolo resta «simbolo di equilibrio sino a tutta l'età barocca», come testimonia il suo inserimento nell'«Iconologia» di Cesare Ripa (apparsa a Roma nel 1593).
    Da Cesare Ripa riprendiamo due spunti. A noi dalla cultura egizia deriva che, per ritrovare il giusto di una cosa, occorre raddrizzarla come fa l'Archipendolo (p. 456 dell'ed. veneziana del 1645).
    L'Archipendolo «per similitudine» insegna che, «rispetto alla rettitudine e all'uguaglianza della ragione», la virtù «non pende à gl'estremi, mà nel mezzo si ritiene» (ib., p. 191).
    Nella mano destra, infine, la Città giusta regge la «canna», simbolo delle regole morali e delle Leggi della giustizia divina.
    Sul pensiero di Aristotele in tema di giustizia, cfr. il testo di L. Guidetti e G. Matteucci, «Grammatiche del pensiero», Bologna 2012, passim.

     
    Il contesto degli antefatti.
    Per ciò che potremmo chiamare il contesto degli antefatti, inseriamo alcune notizie collegate al nostro tema.

    Di «città giusta» parla nella sua «Laudatio Florentinae urbis» (1404) il Cancelliere fiorentino Leonardo Bruni, richiamandosi ad Aristotele, come osserva Eugenio Garin, nel saggio «La città ideale» (cfr. in «Scienza e vita nel Rinascimento italiano», Bari 1965, pp. 33-56).
    Bruni, contro il mito di Roma, presenta Firenze quale modello ideale di una «città giusta, bene ordinata, armoniosa, bella». Bruni spiega che la città per essere libera dev'essere giusta, con leggi razionali.
    Per quanto ci riguarda, aggiungiamo soltanto che l'Alberti "riminese" del Tempio di Sigismondo, era di famiglia fiorentina.

    Secondo elemento. Come scrive F. Alessio, con l'Umanesimo «compare ex novo quel Platone che il grande ignoto della cultura delle scholae» (cfr. «Il pensiero filosofico», in F. Brioschi e C. Di Girolamo, «Manuale di letteratura italiana», I, Torino 1993, pp. 45-80, p. 77).
    Platone aveva sostenuto che Giustizia nella Città è assolvere per essa il compito per il quale la Natura ci ha resi adatti («Repubblica», IV).
    Come si legge nel «Dizionario filosofico» di N. Abbagnano (1971), la Giustizia «produce accordo ed amicizia», secondo Platone. Il quale ci spiega che per raggiungere la Giustizia dobbiamo avere una vista penetrante, capace di distinguere le parole scritte in carattere minuscolo (che corrispondono alla Giustizia dell'individuo), da quelle che sono scritte in grande, ovvero della Giustizia e delle altre virtù scritte (Cfr. R. Radice, «Platone», Milano 2014, pp. 87-88).

    Infine, apriamo il primo volume de «I sentieri del lettore» di Ezio Raimondi (Bologna, 1994, p. 208) dove troviamo la memoria di una crisi bolognese. Ne parla Lapo di Castiglioncello, attorno al 1430.
    Inaugurando il suo corso universitario di Eloquenza, egli sostiene: si vive in tempi miseri e luttuosi, ai quali occorre reagire con l'ideale dell'uomo «saggio, forte, liberale e temperante», e con il progetto di affidare ai «boni viri» la difesa della comunità dalle «rivolte, dalle guerre civili, dagli omicidi, dalle rovine pubbliche».
    Lapo dimostra così «fede nella rinascita di un mondo morale connesso ai valori più profondi della sapienza antica», osserva Raimondi.

    Infine, va ricordato che, già dai primi decenni del Quattrocento, avviene «una generale riorganizzazione del sistema educativo e dei saperi in chiave storica e antiteologica», per cui la «storia» è «in una volta, comprensione del tempo trascorso e modello del presente» (cfr. N. Gardini, «Rinascimento», Torino 2010, pp. 15, 126).

    Nella scelta delle immagini c'è la mano dello stesso architetto (ed ottimo scrittore) Leon Battista Alberti, seguace di un umanesimo civile che vuole una società nuova diversa dai principati.

    In tutte le immagini è compendiato un programma pedagogico di impronta umanistica: per formare una società rinnovata dalla concordia, si parte dallo studio della natura. In tal modo è eclissata la teologia. Ecco la rivoluzione di Sigismondo e del suo circolo di intellettuali ed artisti, che tanto dispiacque a Pio II.
    Il tema della città nuova si collega a quello della «città ideale» proposto dalla famosa opera della scuola di Piero della Francesca, dietro la quale ci sarebbe invece la mano del progettista del tempio riminese, Leon Battista Alberti, autore del "De Re Aedificatoria" (cfr. G. Morolli, "La vittoria postuma: una città niente affatto 'ideale'", ne "L’Uomo del Rinascimento. Leon Battista Alberti e le arti a Firenze fra Ragione e Bellezza", Firenze 2006, pp. 393-399).
    La «concordia dei cittadini» d’ispirazione ciceroniana, è citata in un proverbio latino: «Concordia civium murus urbium». Di qui il collegamento allegorico tra la stessa concordia e l’arte edificatoria.
    Per la Mitologia si può rimandare a Macrobio che la chiama «narratio fabulosa»: «haec ipsa veritas per quaedam composita et ficta proferetur» ("Commentarii in somnium Scipionis", 2, 7).
    Nel Tempio Malatestiano ci sono due epigrafi scritte nella lingua greca, considerate da Augusto Campana come le prime testimonianze del Rinascimento sia italiano sia europeo. Nella cappella dei Pianeti del Tempio, c'è l'immagine del "rematore", letta di solito come raffigurazione dell'anima di Sigismondo, scesa agli Inferi e risalita in Cielo.
    Essa ci sembra però riassumere la storia dell'Ulisse dantesco ("Inferno", c. 26, vv. 90-142) che ai compagni d'avventura con la sua "orazion picciola" ("fatti non foste a viver come bruti"), lancia un "manifesto pre-umanistico", come lo definisce un noto studioso dell'Alighieri, Franco Ferrucci.
    Ulisse insegna che la nostra dignità sta nel "seguir virtute e canoscenza", anche se ciò può costarci un naufragio in cui però si salva l'uomo. L'uomo di ogni tempo, e non soltanto quello dell'età e delle pagine di Dante. La smorfia del volto del "rematore", richiama l'Ulisse dantesco. I due isolotti rimandano alle colonne d'Ercole. I venti ricordano il "turbo" che affonda la "compagna picciola" (vv. 101-102).
    Alla corte di Rimini nel 1441 prima dell'edificazione del Tempio, era giunto Ciriaco de Pizzecolli d'Ancona (1390-1455). Ciriaco ha frequentato i circoli umanistici di Firenze, ed è un "lettore di Dante" che per la sua ansia di sapere ama presentarsi nei panni d'Ulisse, come leggiamo in Eugenio Garin. A Ciriaco potrebbe attribuirsi il suggerimento del tema di Ulisse da inserire nel Tempio, quale parte del discorso umanistico per la cappella delle Arti liberali.

    Secondo Anthony Grafton, è Ciriaco a comporre le epigrafi riminesi, ispirandosi a quelle napoletane da lui trascritte ("Leon Battista Alberti. Un genio universale", 2003, p. 315).
    A proposito della figura dantesca di Ulisse, è utile rileggere quanto osservato da Ezio Raimondi ("Le metamorfosi della parola. Da Dante a Montale", 2004, pp. 190-191): "... l'avventura di Ulisse è anche l'avventura vitale di Dante scrittore in esilio". Petrarca sente che la figura di Ulisse "non è Dante ma può servire a dare anche la grande dimensione di Dante".
    Raimondi si riferisce alla lettera XV, libro XXI delle "Familiares", diretta a Boccaccio. In cui leggiamo questo passo: "In quo illum satis mirari et laudare vix valeam, quem non civium iniuria, non exilium, non paupertas, non simultatum aculei, non amor coniugis, non natorum pietas ab arrepto semel calle distraheret, cum multi quam magni tam delicati ingenii sint, ut ab intentione animi leve illos murmur avertat; quod his familiarius evenit, qui numeris stilum stringunt, quibus preter sententias preter verba iuncture etiam intentis, et quiete ante alios et silentio opus est". ("E in questo non saprei abbastanza ammirarlo e lodarlo; poiché non l’ingiuria dei concittadini, non l’esilio, non la povertà, non gli attacchi degli avversari, non l’amore della moglie e dei figliuoli lo distrassero dal cammino intrapreso; mentre vi sono tanti ingegni grandi, sì ma così sensibili, che un lieve sussurro li distoglie dalla loro intenzione; ciò che avviene più spesso a quelli che scrivono in poesia e che, dovendo badare, oltre che al concetto e alle parole, anche al ritmo, hanno bisogno più di tutti di quiete e di silenzio.")
    Il punto di Petrarca "non civium iniuria, non exilium, non paupertas, non simultatum aculei, non amor coniugis, non natorum pietas", rimanda al c. XXVI, vv. 94-97 dell'"Inferno" dantesco: "Né dolcezza di figlio, né 'l debito amore lo qual dovea Penelope far lieta....".
    Ecco quindi il citato giudizio di Raimondi: Petrarca sente che la figura di Ulisse "non è Dante ma può servire a dare anche la grande dimensione di Dante".
    Raimondi prosegue: "L'Ulisse di Dante è una controfigura negativa di Dante stesso. Presenta, sul piano dell'azione di colui che esplora l'ignoto, qualcosa che per Dante rappresenta la sua stessa operazione poetica, e che Petrarca individua subito".

    Nel 1628 l'irlandese padre Lucas Wadding (1588-1657), professore di Teologia e censore dell'Inquisizione romana, scrive che Sigismondo dedica il Tempio di Rimini alla memoria di san Francesco, ma con immagini di miti pagani e simboli profani.
    Gli risponde dalla stessa Rimini nel 1718 Giuseppe Malatesta Garuffi con la "Lettera apologetica [...] in difesa del Tempio famosissimo di san Francesco", sostenendo che il testo di Wadding contiene alcuni periodi pieni di calunnia contro il sacro edificio.
    Garuffi esamina dottamente le singole cappelle del Tempio: ha fatto studi teologici (è sacerdote) ed è stato direttore della Biblioteca Alessandro Gambalunga di Rimini (1678-1694).
    A Garuffi risponde immediatamente un anonimo riminese, con una pedante requisitoria in difesa di padre Wadding. La replica di Garuffi arriva nel 1727. Il ritardo di tanti anni significa soltanto indifferenza verso argomenti ritenuti giustamente deboli.
    Il discorso dei miti pagani e dei simboli profani, è una costante del dibattito culturale sul Tempio riminese, da cui sono derivate pure le tentazioni di farne un luogo pieno di misteriose velleità esoteriche. Contro di esse mette in guardia Franco Bacchelli in un saggio prezioso (2002).
    Bacchelli osserva che "vi sono certo buone ragioni per diffidare" delle interpretazioni massoniche suggerite da una citazione del "De re militari" di Roberto Valturio. In essa si accenna alla suggestione esercitata sopra Sigismondo dalle "parti più riposte e recondite della filosofia". Bacchelli ricorda un passo di Carlo Dionisotti: quando si trattava di fede cristiana, "Valturio era intransigente: non poteva fare a meno di registrare la pratica della divinazione, ma la deplorava e la interdiva nel presente come arte diabolica".
    Per la cappella dei Pianeti nel Tempio riminese, Bacchelli conclude che i bassorilievi dimostrano la convinzione del committente "che è nei cieli che bisogna ricercare la causa, se non di tutti, almeno dei più rilevanti accadimenti terrestri".
    Questo principio è "pacificamente accettato" nelle corti poste tra Venezia, Ferrara e Rimini, prima che sul finire del XV secolo Giovanni Pico della Mirandola proceda "ad una radicale negazione dell'esistenza degli influssi astrali".
    Bacchelli illustra le contraddizioni del Tempio Malatestiano che rispecchiano quelle delle menti di Sigismondo e del suo ambiente, in cui convivono elementi cristiani ed echi pagani.
    Il testo di Bacchelli è fondamentale per comprendere il senso dell'Umanesimo riminese: un grande progetto culturale che si realizza sia nel Tempio sia nella (scomparsa) Biblioteca dei Malatesti in San Francesco.

    Il dato locale di Rimini va però inserito nel contesto "padano" descritto da Gian Mario Anselmi con un avviso: è necessario ridisegnare una nuova geografia, non per semplificare le cose, ma per comprendere e valorizzare "una complessità irriducibile a tradizionali formule di comodo".

    La Biblioteca dei Malatesti in San Francesco, a fianco del Tempio, è la prima pubblica in Italia, e modello di quella gloriosa (e sopravvissuta) di Cesena. Ideata da Carlo Malatesti (1368-1429), progettata nel 1430 da Galeotto Roberto «ad comunem usum pauperum et aliorum studentium», nasce nel 1432.
    Accoglie moltissimi volumi donati da Sigismondo e procurati dai suoi uomini di corte, fra cui c'è Roberto Valturio.
    Sono testi latini, greci, ebraici, caldei ed arabi, tracce del progetto umanistico di Sigismondo per diffondere una conoscenza di tutte le voci classiche.
    Nel 1475 Valturio lascia la propria biblioteca a quella di San Francesco, ad uso degli studenti e dei cittadini con la clausola che i frati facciano edificare un locale nel sovrastante solario, dato che quello al piano terra era "pregiudicevole a materiali sì fatti", come scrive Angelo Battaglini (1792).
    Il trasporto al piano superiore avviene nel 1490. Lo testimonia una lapide trascritta non correttamente: nel testo latino non c'è il verbo "sum" (io sono) ma l'aggettivo "summa", legato alla parola "cura". L'abbaglio sintetizza il disinteresse culturale verso il tema dell'Umanesimo riminese.
    Il saggio di Franco Bacchelli si trova nel volume dedicato alla "Cultura letteraria nelle corti dei Malatesti", a cura di Antonio Piromalli, con scritti pure di Augusto Campana e di Aldo Francesco Massèra. È il XIV della "Storia delle Signorie Malatestiane", edita da Bruno Ghigi.

    Alle pagine sull'Umanesino riminese. Indice.


  • La verità sulla rivolta dei marinai del 26 aprile 1768 per la questione del porto canale, è presentata dal volume di Alessandro Serpieri apparso nel 2004

    La vita sociale e politica di Rimini nel 1700 è agitata anche dall'annoso problema del porto canale, le cui pessime condizioni gravano sulle vicende economiche cittadine.
    Già sul finire del 1500 si pensa di spostare il porto sull'Ausa, perché la corrente del Marecchia trasporta al mare ghiaia ed altro materiale, causando interramenti che ostacolano l'accesso delle barche e danneggiano il commercio. Nel 1715, su consiglio del Legato di Romagna cardinal Ulisse Giuseppe Gozzadini, sono eseguiti lavori di riparazione alle sponde. Le palizzate della riva destra sono sostituite da un'opera in muratura. Il Comune spende più di 70 mila scudi.

    Le gravi inondazioni
    In seguito all'alluvione del 1727, «caddero i nuovi moli (perché malamente costruiti) nel Porto; e questo solo danno fu calcolato in quindici mila scudi. Le acque erano a tale altezza che dall'Ausa alla Marecchia verso il mare giunsero a sorpassare l'altezza degli alberi più elevati», scrive Luigi Tonini nel 1864, riprendendo la «Cronaca» del conte Federico Sartoni.
    Nel 1744, prosegue Tonini, essendo stata trascurata la sponda sinistra per più anni e non essendo stata essa prolungata come la destra, ci fu «lo sconcio che la corrente, espandendosi presso alla bocca, perdesse di forza a portar oltre le ghiaie, le quali per conseguenza otturarono il canale».
    Nel 1762 il filosofo Giovanni A. Battarra, si legge in Carlo Tonini (1884), dimostra «come il Comune, aggirato da pratici ignorantissimi, gettava il pubblico danaro in provvedimenti inutili e male divisati».
    Dalla fine dello stesso 1762, si trova a Rimini, per redigere il nuovo catasto del territorio, Serafino Calindri di Perugia. Il 14 giugno 1764, nel pubblico Palazzo, Calindri legge una sua «Memoria», spiegando che il nostro non sarà mai un buon porto perché «fabbricato sopra di un fiume». Rimedi? Non prolungare i moli e non lasciare interrare il canale. «Vi è il modo di rimediare al tutto», e lui è «prontissimo a sottoporlo, in caso sia promosso, a qualunque esame».

    Boscovich invitato a Rimini
    Nello stesso 1764, i Deputati del Porto, per avere un altro parere tecnico, invitano a Rimini padre Ruggiero Boscovich (1711-87), gesuita: egli è matematico, fisico, geodeta, astronomo. A Rimini, è conosciuto perché vi ha soggiornato tra 1752 e '53: per correggere le mappe geografiche, pose un osservatorio astronomico in casa Garampi, nell'attuale piazza Tre Martiri. Ha misurato la lunghezza dell'arco di meridiano tra Roma e Rimini, stabilendo così l'esatta forma della terra e l'entità dello schiacciamento polare. A base dell'operazione, sono state prese la cupola di San Pietro a Roma, e la foce dell'Ausa a Rimini.
    Boscovich ritiene che abbia ragione Calindri, già suo discepolo: non bisogna prolungare i moli, come invece suggerisce il medico Giovanni Bianchi. Anche Boscovich compila una «Memoria» (che il Comune gli paga 100 zecchini), dove espone cinque modi per far un porto, senza però sceglierne uno per Rimini.
    I Deputati del Porto non sanno che pesci prendere, e passano la patata bollente al dottor Bianchi, a cui forse fanno gola anche gli zecchini della consulenza. Nel febbraio del 1765, Bianchi esprime il suo «Parere». In esso, prima accusa Calindri di aver «provocato timor panico in città», e poi propone di «tener risarcite le ripe» e di prolungare la «Linea» del porto. Ma Bianchi non trova ascolto in città. In molti lo criticano, invitandolo a fare soltanto il medico e a non immischiarsi in problemi che non lo riguardano.
    Nel 1766 a Calindri viene affidata «l'escavazione di certo banco, che impediva l'ingresso della barche». Il «lodevole effetto» ottenuto in trenta giorni di lavoro, scrive ancora Luigi Tonini, non bastò a far tacere «la parte contraria» che «non cessò dal persuadere che altro sistema di lavoro era voluto».

    Chiamati i matematici
    Per calmare le acque, il governo cittadino «ricorse ai migliori matematici di quei dì, perché vi studiassero sopra e giudicassero». Alla fine dell'ottobre 1776, arrivano a Rimini i padri minimi Francesco Jacquier e Tommaso Laseur. I due definiscono «inutile e pericolosa» la prolungazione dei moli: meglio spurgare il canale, in mancanza del «solo rimedio radicale», trasferire il fiume. Trionfava Calindri? Altri esperti gli danno ragione: sono gli idrostatici Pio Fantoni, padre Antonio Lecchi e padre Francesco Gaudio, interpellati per volontà di Clemente XIII. Essi criticano il prolungamento (proposto da Bianchi).
    Il civico governo ordina l'escavazione, aggiungendo «malauguratamente la simultanea distruzione del molo destro, sì che la corrente di levante avesse passo a distruggere il banco formatosi alla sinistra». A marzo, «stante il poco danaro, e la stagione non atta a' lavori d'acqua, si è risoluto di sospendere» ogni intervento, anche per «acquietare il tumulto, che è cercato di suscitare da' contrari».

    La questione «romana»
    Il Governatore riminese, conte Vincenzo Buonamici di Lucca, scrive al vicelegato papale Michelangelo Cambiaso che i battelli non potevano entrare nel porto. Da Calindri sappiamo che non è vero: tra gennaio e il 16 marzo '68, ne sono giunti 79. Intanto, il 26 aprile sorge «un terribile tumulto di Pescatori e Marinaj» contro Calindri.
    Ad organizzarlo sono stati, in «un segreto congresso» con «le ciurme de' marinai», i nobili che guidano la vita pubblica e privata di Rimini come racconta il cronista Ernesto Capobelli, ripreso nel 2004 da Alessandro Serpieri.
    A Giuseppe Garampi (che a Roma era Segretario della Cifra), Calindri scrive che lo vogliono far fuori per mano del noto bandito Brugiaferro il quale «si vanta di volersi lavare le mani nel mio sangue». Nel maggio 1768, Calindri fugge da Rimini per salvarsi da «insulti prudenzialmente temuti», e ripara a Roma.
    Il vero nemico di Rimini non è Calindri, ma la sede del papato, alla quale si rimprovera di non aver fatto nulla per combattere gli effetti della carestia che s'affaccia sul finire del 1763 per esplodere nel 1765 sino al 1768. Garampi, assoldato dalla sua città con un «mandato di procura» il 31 agosto 1765, fa sapere che la Congregazione del Buon Governo non è ben disposta verso Rimini.
    Scrive poi Garampi il 9 maggio 1767: «In somma nulla è da sperarsi. [...] Compiango vivamente la presente nostra calamità, la quale resta anche più sensibile, perché non compatita».
    Dal 1764 il papa predica l'indulgenza plenaria per chi digiunasse due volte la settimana, mentre si sosteneva che la carestia era una punizione divina per i peccati della gente. L'anno prima la nobiltà al potere a Rimini aveva sancito il divieto dei matrimoni «diseguali».
    Quando arriveranno i francesi anche a Rimini, i marinai si muovono. La «rivolta dei pescatori» (30.5.1799-13.1.1800), mira ad eliminare il tradizionale sistema di rappresentanza, basato sui due ceti di Nobili e Cittadini (i borghesi). Lontani dal diretto controllo della cosa pubblica, i marinai però sono uno dei motori dell'economia locale. E vogliono essere ascoltati. Non soltanto usati dai nobili contro Roma. Anche le loro donne si agitano sul porto.

    Sul tema:
    Porto e politica, affari e malaffare
    Ruggiero Boscovich e la questione del porto canale, pagine riprese da "Lumi di Romagna"
    Una fame da morire
    Marineria, Una classe utile, ma grama e misera






    Suivre le flux RSS des articles
    Suivre le flux RSS des commentaires