• Ebrei internati in Valmarecchia

    Ebrei vittime delle spie

    Gli internati in Valmarecchia, 1940-44


    Pennabili 1943. Virgina Longhi si fidanza con un ebreo internato, Enzo Plazotta. Lui, nel febbraio 1944 fugge dal campo per unirsi ai partigiani. Lei, nell'agosto successivo per quella relazione sentimentale è fucilata da un plotone di camicie nere. I primi internati ebrei arrivano a Pennabili, San Leo e Sant'Agata Feltria nel luglio 1940. Dal 10 giugno l'Italia è in guerra. Il 1° giugno una circolare degli Interni ha spiegato che gli ebrei (al pari di squilibrati mentali e pregiudicati) debbono essere considerati pericolosi in vista del conflitto. Scoppiato il quale, essi vanno rinchiusi nei circa 400 luoghi selezionati. Questo è il tema di "Con foglio di via, Storie di internamento in Alta Valmarecchia 1940-1944" di Lidia Maggioli ed Antonio Mazzoni (Il Ponte Vecchio, Cesena).
    La prima anagrafe delle persone politicamente sospette, è istituita nel 1926. Nel 1935 si predispongono gli internamenti. Dal 1938 si stabilisce che può esserne colpito chi svolge attività antitaliana. Agli ebrei è diretto il 15 luglio 1938 il Manifesto della razza, tradottosi nelle infami leggi razziali sottoscritte dal re il 12 settembre. Le schedature del regno sono largamente utilizzate dalla repubblica di Salò e dai nazisti dopo l'8 settembre 1943 per le deportazioni verso i campi di sterminio. Nelle leggi razziali si stabilisce che gli ebrei stranieri, tra cui quelli che hanno lasciato Austria e Germania, debbono essere allontanati immediatamente dal nostro suolo.
    Il 6 giugno 1940 le questure sono sollecitate a vigilare sugli ebrei capaci di propaganda disfattista e di attività spionistica. Dopo il 10 giugno comincia il rastrellamento indiscriminato degli ebrei, che sono rinchiusi in carcere per essere avviati ai campi d'internamento. Dove li attende una segregazione dal mondo. Li liberano soltanto dopo il 10 settembre 1943 grazie ad una clausola dell'armistizio annunciato l'8 settembre.
    Dalla ricostruzione accurata fatta da Maggioli e Mazzoni con un prezioso lavoro di ricerca, apprendiamo: gli ebrei internati in Italia sono 2.412 nell'estate del 1940, e 5.636 alla fine del 1942; alla conclusione del conflitto, si contano 2.444 deportati con 1.954 vittime e 490 sopravvissuti ai lager; gli ebrei italiani deportati (1940-43) sono 4.148, nei lager ne sono uccisi 3.836 (più 179 ignoti) e soltanto 312 (più 35 ignoti) tornano a casa.
    Nella carta di Verona della repubblica di Salò (14.11.1943), gli ebrei sono definiti stranieri. Il 30 novembre si ordina il loro internamento nei campi di concentramento. I nazisti si congratulano con le camicie nere. Poi si dà la caccia agli ebrei misti, ovvero coniugati con ariani. Alla fine della guerra, i deportati ebrei per opera dei fascisti sono 6.806. Si salvano soltanto in 837.
    Nel volume c'è una serie di testimonianze che illustrano il dramma vissuto da intere famiglie perseguitate soltanto per motivi razziali, ma aiutate da ariani. A Pugliano i rifugiati ebrei giunti nel luglio 1944, sono salvati dall'ospitalità dei cittadini che li adottano e nascondono sino all'arrivo degli alleati.
    A Pennabili, San Leo e Sant'Agata per tutti i residenti le condizioni di vita sono modeste ai limiti della sopravvivenza con un'economia povera. I comuni già negli anni Trenta passano a nuclei di quattro o cinque persone soltanto una sola razione settimanale di sussistenza. La situazione peggiora con la guerra. In questo quadro agli internati si concede di lavorare per rimediare il cibo. Però agli ebrei sono riservate precise limitazioni.
    Gli autori premettono un'utile precisazione. L'immagine che degli ebrei emerge dagli atti ufficiali, è quella manipolata per lo più da segnalazione basate su spiate malevole costruite sui si dice. Circa il tema, ricordiamo un interessante studio relativo all'intero Ventennio, "Delatori. Spie e confidenti anonimi: l'arma segreta del regime fascista", di Mimmo Franzinelli (2001), dove si parla pure di Rimini.
    Antonio Montanari

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